Perché i tuoi risparmi in euro potrebbero valere meno ogni anno che passa

Tommaso Scarpellini

12 Luglio 2026 - 07:54

$40 trilioni di debito, tassi in tensione, BTP sotto pressione. Il risparmio reale si erode mentre i numeri restano fermi. Qualcosa non torna.

Perché i tuoi risparmi in euro potrebbero valere meno ogni anno che passa

C’è un numero che i governi preferirebbero non mostrare sui titoli dei giornali: un numero che porta a pensare che è in arrivo una nuova «tassa nascosta», che nessun governo avrebbe concretamente «approvato».

Un tassa che non può essere pagata con l’F24 e che non deriva dalla tua denuncia dei redditi, piuttosto qualcosa che silenziosamente corrode in altre maniere. Meno evidenti. Una tassa che però esiste e influenza effettivamente la vita di tutti i giorni e che, in prospettiva, sembra essere ancora più pesante di quanto lo sia oggi.

Per capirla, partiamo da un dato: il debito federale USA. Ecco come da questo, si può arrivare ad una «tassa nascosta» per i cittadini europei, e quindi anche italiani.

Il debito come architettura finanziaria sistemica

Il debito federale degli Stati Uniti ha superato $36.000 miliardi a inizio 2025 e le proiezioni del Congressional Budget Office suggeriscono che potrebbe avvicinarsi a $40.000 miliardi entro il biennio 2026-2027. Per dare una scala di riferimento, si tratta di una cifra superiore al PIL combinato di Eurozona e Giappone.

Non si vede ad occhio nudo, ma questo dato, è un problema.

Il meccanismo di trasmissione verso i risparmiatori europei sembrerebbe operare su tre canali principali.

  • Il primo è il tasso d’interesse globale: quando il Tesoro americano emette grandi quantità di Treasury, la concorrenza sui mercati obbligazionari mondiali tende a spingere verso l’alto i rendimenti anche sulle obbligazioni sovrane europee.
  • Il secondo è il tasso di cambio EUR/USD, che reagisce alle aspettative di politica monetaria Fed e influenza il potere d’acquisto reale degli asset denominati in euro.
  • Il terzo, spesso sottovalutato, è il canale inflattivo: una politica fiscale espansiva finanziata dal debito potrebbe esportare pressioni inflazionistiche verso i partner commerciali.

E questo ultimo canale è quello che purtroppo sembra starsi concretizzando. Ed è qui che entra in gioco il concetto di «tassa silenziosa».

La tassa silenziosa: cos’è davvero l’inflazione sul capitale

L’espressione «tassa silenziosa» non è retorica. Ha una definizione economica precisa: si tratta dell’effetto redistributivo dell’inflazione, che trasferisce potere d’acquisto dai creditori ai debitori. Chi detiene liquidità o strumenti a tasso fisso perde in termini reali, mentre chi ha debiti a tasso fisso vede il valore reale del proprio passivo ridursi.

Con un’inflazione media intorno al 2,5-3% annuo, un capitale di €100.000 parcheggiato in un conto corrente o in uno strumento con rendimento nominale inferiore all’inflazione potrebbe perdere tra €7.500 e €9.000 di potere d’acquisto reale in tre anni. Non è una perdita visibile sul conto: il saldo rimane invariato. Ma ciò che quel saldo è in grado di acquistare si contrae progressivamente. Questo fenomeno si chiama crisi finanziaria silenziosa del risparmio privato.

Considerando il debito federale USA, e le attese di inflazione decisamente sopra il target della Fed, la probabilità che questa venga esportata in Europa aumenta. E cosa significa per noi italiani?

Il ruolo dei BTP nel contesto macro globale

Per un investitore italiano con esposizione ai titoli di Stato italiani, il quadro merita una lettura attenta. Il BTP decennale ha oscillato tra un rendimento del 3,6% e il 4,2% nel corso del 2024. A prima vista sembrerebbe una remunerazione decorosa. Ma se si sottrae l’inflazione italiana, che ha sfiorato il 5,7% nel 2023 prima di scendere verso il 2% nel 2024, il rendimento reale ex post di molte emissioni pluriennali risulterebbe negativo o marginalmente positivo.

Per questo molti guardano con interesse alle obbligazioni corporate europee piuttosto:
Oltretutto, quando i rendimenti dei Treasury USA salgono, lo spread richiesto dagli investitori sulle obbligazioni europee sembrerebbe allargarsi più che proporzionalmente, poiché il mercato comincia a prezzare non solo il costo del denaro più alto, ma anche un aumento del rischio di rifinanziamento per le imprese indebitate. Un’azienda che nel 2021 si finanziava all’1,5% e oggi dovesse rifinanziare lo stesso debito al 5,5% potrebbe vedere il proprio margine operativo eroso in maniera significativa, con ricadute potenziali su utili, dividendi e, in ultima analisi, sul prezzo di mercato del titolo azionario stesso.

Ma il BTP, pur restando uno strumento sovrano e quindi con un profilo di rischio percepito diverso da un’obbligazione corporate, potrebbe non essere del tutto immune da questa dinamica. Un aumento strutturale dei rendimenti globali tende infatti a incidere sul costo di rifinanziamento del debito pubblico italiano stesso, che nel 2025 sfiorerebbe circa €3.000 miliardi di titoli in circolazione, buona parte dei quali da rinnovare nei prossimi anni a condizioni potenzialmente più onerose.

Strumenti e prospettive per la protezione del potere d’acquisto

Non esiste una risposta univoca alla domanda su come difendersi da questa meccanica. Quello che la letteratura finanziaria e l’esperienza storica sembrano suggerire è che la diversificazione per asset class, valuta e duration potrebbe rappresentare un punto di partenza. I BTP indicizzati all’inflazione (BTP€i), ad esempio, offrono una protezione parziale dal rischio inflattivo, agganciando cedola e capitale all’indice dei prezzi europeo HICP. Il rendimento reale di questi strumenti si è collocato tra lo 0,8% e l’1,4% nel corso del 2024, un livello modesto ma positivo in termini reali.

Un secondo fronte riguarderebbe il mercato immobiliare. Storicamente, il mattone ha mostrato una correlazione parziale con l’inflazione, poiché i valori degli immobili e, in alcuni casi, i canoni di locazione tendono ad adeguarsi, con un certo ritardo, al livello generale dei prezzi. Questo non significa che l’immobiliare sia esente da rischi: la liquidità limitata, i costi di transazione e la sensibilità ai tassi ipotecari restano variabili da considerare con attenzione. Ma in un’ottica di lungo periodo, alcuni investitori sembrerebbero orientarsi verso il real estate proprio come possibile contrappeso alla tassa silenziosa descritta in precedenza.

Infine, resta il tema dei beni fisici rifugio: oro, argento, e più in generale materie prime che nel tempo hanno mostrato la tendenza a muoversi in tandem con le fasi di maggiore incertezza monetaria. Anche qui, nessuna certezza: il prezzo di questi asset può essere volatile nel breve periodo, e la loro funzione di copertura sembrerebbe manifestarsi soprattutto su orizzonti pluriennali, non nell’immediato.

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