C’è un momento preciso in cui il mercato smette di premiare chi ha vinto e comincia a punirlo. Si tratta di un meccanismo ciclico documentato, ripetuto, e sistematicamente ignorato dalla maggior parte degli investitori retail. Chi ha tenuto in portafoglio i titoli più performanti degli ultimi tre anni potrebbe trovarsi oggi seduto su una bomba a orologeria.
È una potenziale verità che sta dietro al cosiddetto «paradosso del momentum»: più un titolo è salito, più sembra sicuro. Ed è esattamente in quel momento che diventa pericoloso.
Il meccanismo del momentum: quando il rendimento passato diventa una trappola cognitiva
L’analisi ciclica dei mercati azionari mostra con regolarità quasi imbarazzante come i titoli che guidano un ciclo rialzista tendano a sottoperformare nella fase successiva. È la struttura stessa del mercato che genera questo effetto: il capitale si concentra sui vincitori, le valutazioni si espandono oltre i fondamentali, e la correzione che ne consegue risulta tanto più violenta quanto più il posizionamento degli investitori era diventato unilaterale.
Negli ultimi 36 mesi, diversi comparti azionari europei e americani hanno registrato rialzi compresi tra il 60% e il 120% partendo dai minimi del 2022.
Valutazioni e multipli: quando il prezzo incorpora già tutto il futuro
Il problema non è la performance passata in sé. Il problema è il prezzo che si paga oggi per quella performance. Un titolo che quota a 35 volte gli utili attesi non lascia margine di errore: basta una revisione al ribasso delle stime dell’8% o del 10% per giustificare una contrazione del 25% o del 30% del prezzo azionario, anche senza che accada nulla di drammatico a livello macroeconomico.
Questo meccanismo di compressione multipla sembrerebbe essere già in azione su alcuni settori dell’S&P 500, dove il rapporto prezzo/utili aggregato si è mosso su livelli storicamente associati a rendimenti futuri deludenti nei successivi 5 e 10 anni. I dati storici su oltre 120 anni di mercato azionario americano indicano che acquistare con P/E superiori a 30 si è tradotto, nella mediana dei casi, in rendimenti reali annualizzati inferiori al 2% nel decennio successivo.
Il rischio invisibile: la correlazione nascosta nei portafogli retail
Uno degli errori più diffusi tra gli investitori con portafogli costruiti nell’ultimo ciclo rialzista riguarda la falsa diversificazione. Un portafoglio composto da 15 titoli diversi, se questi appartengono tutti allo stesso ciclo di momentum, presenta una correlazione effettiva che potrebbe avvicinarsi a 0,85 o 0,90 nei momenti di stress. Significa che il 90% dei movimenti di quei titoli tenderebbe a muoversi nella stessa direzione simultaneamente.
E forse si iniziano a vedere i primi problemi: nel primo trimestre del 2026, il gruppo delle grandi società tecnologiche che include tra gli altri Nvidia, Apple e Microsoft avrebbe registrato una crescita degli utili superiore al 63% su base annua, contro un incremento molto più modesto per il resto delle società quotate nello stesso indice, fermo attorno al 18%. Un divario enorme, che avrebbe alimentato ulteriori acquisti proprio su quei pochi nomi, rafforzando la concentrazione.
Nel trimestre successivo, tuttavia, questo divario si sarebbe già più che dimezzato: la crescita degli utili dei grandi nomi tecnologici sarebbe scesa a circa il 31%, mentre quella del resto del mercato sarebbe salita fino a superare il 22%, un livello che non si vedeva da diversi anni. E le proiezioni per la seconda metà dell’anno indicherebbero qualcosa di ancora più significativo: entro la fine del 2026 potrebbe verificarsi un sorpasso, con il resto del mercato che supererebbe in crescita proprio i titoli che fino a poco tempo fa dominavano incontrastati.
Alcuni grafici circolati tra gli analisti mostrerebbero un quadro piuttosto netto: i rendimenti della strategia Momentum, spinti dal boom dei semiconduttori, sarebbero saliti fino a metà 2026 per poi crollare bruscamente, mentre nello stesso periodo i titoli più venduti allo scoperto avrebbero registrato un’impennata inattesa.
Per i fondi quantitativi, questa dinamica potrebbe tradursi in una condizione particolarmente delicata: perdite contemporanee sia sulla parte lunga del portafoglio, quella scommessa sui titoli tecnologici, sia su quella corta, quella scommessa contro i titoli più deboli. Una situazione che, in teoria, potrebbe alimentare liquidazioni forzate e vendite a catena, trasformando quella che sembra una correzione fisiologica in qualcosa di più strutturale.
La concentrazione che ha reso questa strategia così redditizia negli anni scorsi potrebbe insomma rappresentare oggi il suo punto più fragile.
La rotazione settoriale: cosa potrebbe indicare il mercato
I cicli storici mostrano che le rotazioni settoriali importanti tendono a durare tra i 18 e i 36 mesi. Se il ciclo attuale di leadership tecnologica e growth è iniziato nell’autunno del 2022, ci troveremmo oggi in una finestra temporale in cui la rotazione potrebbe già essere in atto o imminente, secondo i modelli ciclici più accreditati.
Il capitale che defluisce dai titoli a più alto multiplo tende a spostarsi verso settori value, difensivi e verso asset a reddito fisso. Questa dinamica non si manifesta necessariamente con un crollo verticale: più spesso si traduce in una lenta erosione relativa, dove i titoli di momentum perdono il 5% o il 7% mentre il mercato sale del 3% o del 4%, producendo un underperformance composta che nel giro di 24 mesi può erodere il 20% o il 25% del valore reale del portafoglio.