Le banche territoriali hanno da sempre rappresentato uno dei tratti distintivi del sistema finanziario europeo, ed in particolare di quello italiano.
La connessione con il territorio è stata garantita, nel recente passato, soprattutto dalle Banche di Credito Cooperativo e dalle Banche Popolari oltre ad altri istituti locali specifici di particolari regioni del nord Italia. Per decenni hanno rappresentato il punto di contatto tra il risparmio delle famiglie e l’economia reale dei territori.
Oggi, però, questo modello è sotto pressione come non mai. Il processo di digitalizzazione e la nascita delle «challenger bank», le strategie di diversificazione dell’offerta con processi di acquisizione in mercati paralleli come quello assicurativo e del risparmio gestito, la necessità di contenere gli oneri amministrativi ed operativi stanno mettendo in crisi questo modello e rendono inevitabile la domanda: qual è il futuro delle banche del territorio in Italia e in Europa?
Il credito cooperativo in Italia dopo la riforma: un’alternativa alla crescita dimensionale
A partire dal 2016, il sistema del credito cooperativo italiano ha attraversato una delle sue trasformazioni più profonde e strutturali. La maggior parte delle storiche Banche di Credito Cooperativo (BCC), cuore finanziario di molti territori italiani, è confluita in 2 gruppi bancari cooperativi guidati da una capogruppo sottoposta alla vigilanza della Banca Centrale Europea. Il principale è il Gruppo Bancario Cooperativo Iccrea, oggi il più grande gruppo bancario a capitale interamente italiano. Il motore della trasformazione è stata la Legge 49/2016, che ha mirato a razionalizzare un sistema composto da oltre 300 banche autonome, spesso di piccola dimensione, che non poteva più reggere l’urto della concorrenza né garantire stabilità sistemica. La chiave della riforma, ispirata anche dagli altri ordinamenti europei, è stata la creazione di un gruppo guidato da una holding Iccrea Banca S.p.A., che ha acquisito tutte le funzioni ritenute critiche dalla vigilanza europea: definizione della strategia, pianificazione industriale, politiche di rischio e di credito, gestione del capitale e della liquidità, sistemi di controllo, compliance e antiriciclaggio, oltre alla responsabilità di intervento in caso di difficoltà di una banca aderente.
È Iccrea l’interlocutore unico della BCE ed è su di essa che ricade la responsabilità della stabilità complessiva del gruppo. Le banche aderenti mantengono la forma cooperativa e una certa autonomia operativa, ma all’interno di un sistema vincolante, strutturato e gerarchizzato. Ad esse restano invece le funzioni commerciali e relazionali: raccolta, impieghi, rapporto con soci e clienti, iniziative mutualistiche e sostegno all’economia locale, sempre nel rispetto delle regole e delle politiche definite a livello centrale. Il rapporto tra capogruppo e banche aderenti è disciplinato dal «contratto di coesione», che rende l’adesione sostanziale e non formale, prevedendo vincoli stringenti e un meccanismo di garanzia reciproca che esclude, di fatto, il fallimento isolato di una singola BCC.
Le BCC che non hanno aderito a Iccrea non sono scomparse né rimaste autonome: la riforma imponeva l’adesione a un gruppo e la maggior parte di esse (BCC del Trentino, Veneto, Lombardia, Friuli) è confluita nel Gruppo Bancario Cooperativo Cassa Centrale Banca.
Le Casse Raiffeisen dell’Alto Adige (Provincia autonoma di Bolzano), che operavano in un contesto autonomistico speciale, con forte identità linguistica e istituzionale, hanno scelto una terza via prevista dalla legge: un Institutional Protection Scheme (IPS) autonomo, riconosciuto dalla vigilanza; questo IPS è noto come Raiffeisen Südtirol IPS. Nella sostanza è un impegno contrattuale ad aiutarsi a vicenda in caso di difficoltà.
La riforma (incompiuta) delle Banche Popolari
La riforma delle Banche Popolari, avviata nel 2015 (prima di quella delle BCC) è rimasta a metà del guado. A distanza di dieci anni, il sistema appare formalmente trasformato ma sostanzialmente irrisolto, sospeso tra l’esigenza di efficienza e la difesa di un modello identitario che la politica non ha mai avuto il coraggio di superare fino in fondo. Il confronto con il percorso seguito dalle BCC rende ancora più evidente questa ambiguità.
Anche per le popolari l’obiettivo era identico: superare il voto capitario, favorire aggregazioni, rafforzare la governance e ridurre il rischio sistemico di istituti diventati troppo grandi per restare “cooperativi” ma troppo deboli per competere come vere banche commerciali. La riforma si è sostanziata nella trasformazione obbligatoria in società per azioni per le popolari sopra gli 8 miliardi di attivi.
Il primo grande assente di questa riforma è stata una vera discontinuità nella governance. In molte ex popolari, il passaggio a Spa non ha prodotto un ricambio profondo delle classi dirigenti. I consigli di amministrazione sono rimasti espressione di equilibri consolidati, spesso più attenti alla stabilità interna che alla creazione di valore.
Manca poi una strategia industriale di sistema. La riforma non è stata accompagnata da una politica attiva sulle aggregazioni: nessuna regia pubblica, nessun disegno coerente di consolidamento. Le fusioni sono avvenute in modo reattivo, spesso per necessità più che per visione, lasciando in piedi un mosaico bancario ancora frammentato.
Infine, è rimasta irrisolta la questione del rapporto tra territorio e mercato. Le popolari dovevano diventare banche moderne senza perdere il legame con le economie locali, ma nessuno ha chiarito come conciliare questi due obiettivi in un contesto di vigilanza europea, requisiti patrimoniali stringenti e competizione globale.
Lo stop alla riforma non è solo tecnico, è soprattutto politico. Le banche popolari rappresentano da sempre un bacino di consenso trasversale: amministratori locali, imprenditoria diffusa, fondazioni, professionisti. Toccarle fino in fondo avrebbe significato rompere equilibri consolidati e rinunciare a uno strumento di influenza sul credito.
Ad oggi le popolari hanno privilegiato la crescita individuale ed alcune di esse hanno raggiunto dimensioni rilevanti nel panorama italiano.
La situazione in Europa
Il modello tedesco di banche territoriali è quello più assimilabile alla struttura italiana. Le Volksbanken e le Raiffeisenbanken sono banche cooperative di diritto privato, locali, mutualistiche, nate per finanziare PMI e famiglie, simili alle BCC, inserite in un sistema fortemente integrato che ruota attorno a DZ Bank come istituzione centrale e al medesimo sistema di protezione delle Raffeisen italiane. Ci sono poi le Sparkassen, banche pubbliche territoriali di proprietà di enti locali (comuni, distretti, Länder), non cooperative e non privatizzabili, più simili alle vecchie casse di risparmio italiane pre-privatizzazione, anch’esse organizzate in una rete integrata con Landesbanken di secondo livello e un sistema di garanzia che mira a evitare qualsiasi insolvenza. Il tratto distintivo del modello tedesco non è quindi la dimensione delle banche locali, ma il fatto che esse non siano mai sole: piccole e territoriali, ma inserite in strutture centrali forti che prevengono la crisi anziché gestirla ex post. In Francia il sistema bancario territoriale è articolato principalmente in tre gruppi:
a) Il Crédit Agricole nato per finanziare agricoltori e territori rurali, conta oltre 39 milioni di soci, con la capogruppo centrale, Crédit Agricole S.A., quotata ma controllata dalle federazioni;
b) Il Crédit Mutuel in cui il coordinamento nazionale è assicurato dal CIC (Crédit Industriel et Commercial), affiancato da banche controllate come Targobank, utilizzate per l’operatività commerciale e la presenza internazionale;
c) Banques Populaires (BPCE), cooperative urbane, storicamente orientate a piccoli imprenditori e artigiani. In Spagna le ex Cajas de Ahorros avevano una missione territoriale, ma l’assenza di disciplina federale e l’eccessiva interferenza politica ne hanno causato il collasso durante la crisi.
Il futuro delle banche del territorio
Il sistema bancario italiano si trova oggi a un bivio strategico in cui economie di scala, diversificazione e radicamento territoriale non possono più essere letti come alternative, ma come leve complementari di uno stesso disegno. La crescita dimensionale, spinta dalla vigilanza europea, dai costi della digitalizzazione e dalla compressione dei margini, appare sempre più una necessità per competere e sostenere gli investimenti, come dimostrano i modelli di Intesa Sanpaolo e UniCredit; tuttavia, l’esperienza insegna che la sola logica della crescita rischia di produrre gruppi complessi, meno sensibili alle specificità locali e potenzialmente penalizzanti per il credito alle PMI. In questo quadro, la territorialità resta un asset strategico e non residuale: le BCC e le banche medio-piccole, soprattutto se inserite in gruppi integrati e dotati di meccanismi di mutualizzazione dei rischi, continuano a svolgere un ruolo essenziale nella valutazione del merito creditizio, soprattutto delle start up, e nel sostegno all’economia reale diffusa.
Le prospettive future delle banche territoriali dipenderanno dalla loro capacità di coniugare prossimità e solidità, ponendo in essere alleanze tecnologie che le consentano di adeguarsi alle evoluzioni in atto, senza compromettere i conti economici, rafforzando le strutture di gruppo e specializzandosi nei segmenti dove la conoscenza del territorio genera un vantaggio competitivo difficilmente replicabile dai grandi player. La chiave vincente, per l’intero sistema, non sarà quindi scegliere esclusivamente tra grandezza, diversificazione o territorio, ma costruire un modello a più livelli, in cui grandi gruppi europei e banche locali integrate dialoghino in modo coerente: perché il vero rischio non è crescere o restare piccoli, ma perdere una strategia chiara e complementare, lasciando che siano il mercato o una nuova crisi a dettare, ancora una volta, la direzione.