In questi giorni si sta tornando a parlare di MES o, meglio, della ratifica della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità. Questo perché, dopo molto tempo, è stata incardinata la discussione sulla ratifica della riforma del trattato alla Camera. La discussione, però, è stata richiesta dall’opposizione, in particolare dal PD e dal Terzo Polo.
In pratica, quando viene deciso il calendario trimestrale dei lavori parlamentari anche l’opposizione ha un tempo garantito e in questo caso la maggioranza ha concesso la discussione sul MES. Ed ecco che per questo motivo negli ultimi giorni sono ripartite le pressioni europee, ad esempio da parte del commissario Gentiloni o dell’ex ministro Gualtieri, per ratificare questa riforma.
Intanto, da una lettera inviata dal capo di gabinetto del MEF, indirizzata alla Commissione Esteri della Camera, si legge che «dalla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità non discendono nuovi o maggiori oneri rispetto a quelli autorizzati in occasione della ratifica del trattato istitutivo del Mes del 2012. Con riferimento a eventuali effetti indiretti, in linea generale questi appaiono di difficile valutazione. Essi potrebbero astrattamente presentarsi qualora le modifiche apportate con l’accordo rendessero il Mes più rischioso e quindi maggiormente probabile la riduzione del capitale versato o la richiesta di pagamento delle quote non versate nel capitale autorizzato. Ciò premesso, non si rinvengono nell’accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione».
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Ma quindi, cosa prevede questa riforma? Innanzitutto un rafforzamento del ruolo del MES a discapito di quelli attualmente in capo alla Commissione Europea per quanto riguarda la valutazione della concessione del sostegno finanziario allo Stato membro in difficoltà. Mentre oggi è prevista unicamente la valutazione della Commissione Europea sulla sostenibilità del debito pubblico, con questa riforma la valutazione avverrà congiuntamente. Ma non solo, il nuovo testo introduce una nuova tipologia di valutazione, su cui MES tramite il suo Managing Director avrà l’ultima parola, riguardante la capacità dello Stato di ripagare il prestito ottenuto. La cosa davvero importante è che il MES svolgerebbe tale analisi anche in via preventiva, indipendentemente da richieste di sostegno e ad a uso esclusivamente interno. Diventando in un certo senso un’agenzia di rating in conflitto di interessi: una valutazione negativa da parte del MES sulla sostenibilità del debito pubblico di un Paese porterebbe sicuramente delle turbolenze finanziarie allo stesso ed in ultima analisi ad una maggior probabilità di ricorso ai suoi prestiti.
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In secondo luogo, l’articolo 12 comma 4 introduce l’obbligo di inserire le clausole «single limb» CACs nei titoli di Stato di nuova emissione. Queste clausole rendono più semplice un’eventuale ristrutturazione del debito pubblico, cioè una situazione in cui si decide che un titolo di Stato non vale più 10 mila euro, ma 7 o 5 oppure non si pagano più gli interessi per un certo periodo. Ovviamente, rendere più facilmente ristrutturabile un titolo di Stato lo fa diventare potenzialmente anche più rischioso, un altro elemento che potrebbe portare ad un aumento del tasso d’interesse sui nostri BTP.
Ancora, la riforma del MES prevede criteri più stringenti e più specifici per accedere al canale di liquidità precauzionale. Tali criteri generano un’asimmetria tra i pochi Stati “virtuosi” (che possono accedere immediatamente al canale di liquidità precauzionale) e il resto dei Paesi dell’Eurozona (che dovrebbero invece sottoscrivere un memorandum di intesa con la Commissione ed il MES). Criteri basati sempre e solo su quei parametri del patto di stabilità e crescita che proprio in questo momento si vorrebbero cercare di cambiare: escono dalla porta, rientrano dalla finestra.
Tutti questi problemi che, come abbiamo visto, potrebbero sorgere anche senza la richiesta di un prestito al MES, arrivano a fronte di un’altra modifica che viene spesso osannata da quei politici favorevoli alla ratifica. Cioè, al fatto che il MES potrebbe fungere da cosiddetto backstop al fondo di risoluzione unico. In sostanza, il Meccanismo Europeo di Stabilità potrebbe, in caso di necessità, prestare soldi ad un fondo europeo che nella costruzione dell’Unione Bancaria interviene per ‘salvare’ una banca in difficoltà dopo il bail-in.
Ora, a parte il fatto che tutti ci ricordiamo degli effetti sciagurati del bail-in, la cosa davvero ridicola è che attualmente la capacità di prestito del MES si aggira attorno agli 80-100 miliardi. Se pensiamo che per una singola banca di grandi dimensioni, Credit Suisse, è servito più del doppio di questo capitale, capiamo che l’unico salvataggio in una crisi bancaria ad ampio spettro a livello europeo può essere affrontato solo con l’intervento della banca centrale, come appunto successo in svizzera oppure negli USA con Silicon Valley Bank.
Quindi ricapitolando: questa riforma ci conviene gran poco, anzi rischia di essere davvero dannosa.
Il governo la approverà? Pare per ora di no, perché con una richiesta che viene dall’opposizione sarebbe un vero scivolone politico. Giorgia Meloni però ha dichiarato in un’intervista con Bruno Vespa che la stessa riforma del MES si inserisce all’interno di altre trattative, come quella sul Patto di Stabilità e Crescita, lasciando aperta la porta ad una sua ratifica a certe condizioni generali.
Come finirà lo scopriremo nei prossimi mesi.
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