Perché Donald Trump ha vinto, spiegato bene

Glauco Maggi

13/11/2024

I Democratici hanno sottovalutato la forza di Trump, puntando troppo sulle sue vulnerabilità legali e ignorando le reali preoccupazioni degli elettori, regalando così una vittoria inattesa al magnate.

Perché Donald Trump ha vinto, spiegato bene

Perché Trump ha vinto le elezioni, e con un margine inatteso dalla generalità dei media e dei sondaggi? E, il che è l’altra faccia della medaglia in una elezione democratica che contrappone due partiti, perché i Democratici le hanno perse non meno clamorosamente?

Credo sia più facile rispondere alla seconda domanda usando gli insegnamenti di due giganti della scienza politica del passato, che il partito Democratico ha bellamente travisato, o ignorato. Il primo è Niccolò Machiavelli, il secondo è Ronald Reagan.
Biden e compagnia hanno pensato di essere furbissimi, fin dopo le elezioni del 2020, nel puntare tutto sull’esito di quel voto: Trump aveva perso per oltre sette milioni di voti, e per di più aveva toccato il fondo della sua credibilità politica e personale quando aveva incoraggiato la folle sommossa del 6 gennaio 2021 contro Capitol Hill, simbolo della democrazia americana. Di qui, hanno creduto di avere una carta vincente in mano: sfruttare la popolarità residua di Trump per fargli vincere le primarie repubblicane per la terza volta, nel 2024, e sconfiggerlo ancora come nel 2020. Con un errore di valutazione, evidente, sulla causa reale della sconfitta di Trump, che era dovuta al Coronavirus19, con la sua coda tragica di morti, di fabbriche e uffici chiusi, di disoccupazione improvvisa, forzata, salita alle stelle.

Tale era la sicumera del presidente Joe Biden, e di Nancy Pelosi e Chuck Schumer, i leader DEM del Congresso, nell’affidarsi alla vulnerabilità di Trump, che fecero di tutto per farlo restare al centro della attenzione politica. La procedura del secondo tentato impeachment aveva quel fine nella sua assurdità: innanzitutto era la prima mai aperta contro un privato cittadino, essendo Trump non più presidente; e soprattutto non aveva alcuna chance di passare poiché i DEM non avevano in Senato i 67 voti della super-maggioranza necessaria. Il solo scopo era tenere accesa la polemica mediatica contro Trump, per dipingerlo come il responsabile di una insurrezione senza armi, durata un pomeriggio. I giornali del mainstream erano stati già arruolati dalla campagna Democratica da tempo, e hanno poi svolto con diligenza la funzione di fiancheggiatori del governo Biden in questa operazione di propaganda anti Trump nella forma, ma pro Trump nella sostanza. Che cosa provocavano, infatti, gli attacchi dei politici Democratici, sempre più interconnessi con le inchieste e le denunce della magistratura politicamente faziosa?

Va ricordato che fin dal 2022, e poi nel 2023 e nel 2024, si sono aperte svariate procedure giudiziarie contro Trump. Sia di carattere finanziario, per minarne la forza economica, come quelle dei giudici newyorkesi che lo hanno multato per diffamazione contro una ex amante, o che lo hanno incriminato per aver falsificato i bilanci (l’unica incriminazione, ancora in attesa della definizione di una condanna che non ci sarà, o che comunque sarà respinta dalla Corte Suprema). Poi ci sono stati casi più direttamente volti a limitarne le chance di vittoria, come i tentativi vani, perché incostituzionali, di toglierlo dalle schede elettorali in vari Stati, dal Maine al Colorado. E, ancora, le inchieste, con tanto di raid all’alba degli agenti dell’FBI, sui documenti portati dalla Casa Bianca a Mar A Lago, un illecito da cui è stato poi prosciolto, e per il quale anche Biden e Mike Pence erano stati indagati ma senza la stessa teatralità. Infine la procedura aperta in Georgia con l’accusa di avere spinto i funzionari statali repubblicani a “trovare” i voti che gli mancavano, una inchiesta con enorme clamore e nessuna conseguenza. Insomma un castello di accuse e inchieste condotte da giudici che, va ricordato, negli Stati Uniti vengono eletti a livello statale, oppure sono di nomina presidenziale se a livello federale: quindi sono dichiaratamente di impronta partitica, e naturalmente oggetto del discredito quando si dedicano a gestire casi dal profilo politico acclarato.

Ecco il machiavellismo: minare Trump sperando in una soluzione giudiziaria che lo avesse tolto legalmente di mezzo, ma nel contempo aizzare i repubblicani a stringersi a difesa del leader e a sostenerlo nell’unica maniera possibile, ossia votandolo in massa alle primarie. Così facendo, ai Democratici sembrava di aver quadrato comunque il cerchio: se non fossero riusciti a eliminarlo fisicamente dal voto, l’avrebbero “aiutato” a diventare il nominato Repubblicano, e quindi ad essere battuto da Biden (e poi da Kamala Harris) essendo Trump, secondo loro, il candidato più debole.

Il “Machiavelli” interpretato dai democratici ha sbagliato nettamente la tattica, visto che Trump si è giovato del loro appoggio diretto e di quello, gestito e indirizzato dai DEM, dell’apparato giudiziario. È arrivato alla Convention repubblicana in Wisconsin sull’onda dell’entusiasmo del partito, unificato come mai in precedenza. E, anche qui, i media hanno avuto un ruolo distorsivo quando hanno gonfiato al di là del verosimile il peso e il ruolo dei Never Trump, in testa Liz Cheney e il vecchio padre Dick, facendo così credere che ci fosse una reale fronda nel GOP con la forza numerica in grado di incidere pro Kamala.

Ma se hanno fallito sul piano tattico, i DEM la disfatta se la sono costruita su quello strategico. Non hanno capito quale fosse il vero sentiment degli elettori, che avevano in mente il problema concreto dei prezzi al supermercato e quello ideale della perdita di credibilità del paese, umiliato dal ritiro imbarazzante dall’Afghanistan e dalle incertezze, ed è dire poco, della amministrazione americana sulle partite Russia-Ucraina e Israele-Hamas-Hetzbollah & Iran. È mancata, così, la possibilità di rispondere “oggi” alla perfida domanda che Ronald Reagan aveva proposto, il 28 ottobre 1980, all’elettorato quando lui doveva battere Jimmy Carter, il presidente in carica che chiedeva la conferma, come oggi sperava di fare Harris. “State meglio oggi di quanto stavate 4 anni fa?”. E la gente, dando a Trump la vittoria anche nel voto popolare, ha risposto “no, meglio 4 anni fa, ossia dopo il primo mandato di Trump”.