I numeri sono allarmanti: per poter raffreddare gli enormi data center di intelligenza artificiale viene consumata una quantità sempre più elevata di acqua.
Non c’è dubbio che l’intelligenza artificiale abbia rivoluzionato le nostre vite, semplificando numerose attività e trasformando interi settori. Si tratta probabilmente della più grande innovazione tecnologica degli ultimi decenni, seconda forse soltanto all’avvento di Internet e del World Wide Web. Tuttavia, spesso si tende a trascurare l’impatto ambientale di questa tecnologia. Quando si parla di sostenibilità, il pensiero va immediatamente alle emissioni di CO₂ o ai consumi energetici, ma esiste anche un’altra risorsa fondamentale che l’intelligenza artificiale sta utilizzando in quantità sempre maggiori: l’acqua.
Una ricerca peer-reviewed pubblicata nel 2025 sulla rivista Communications of the ACM dai ricercatori Pengfei Li e Shaolei Ren dell’Università della California di Riverside ha stimato che una singola risposta di circa 100 parole generata da ChatGPT può consumare circa 519 millilitri d’acqua, poco più di una bottiglia. Una conversazione composta da dieci scambi può arrivare a consumarne oltre cinque litri. Considerato singolarmente, il dato può sembrare trascurabile, ma se moltiplicato per i milioni di persone che ogni giorno utilizzano chatbot basati sull’intelligenza artificiale, assume dimensioni globali.
Perché l’AI ha bisogno di acqua per poter funzionare
Il meccanismo che genera questo consumo è piuttosto semplice. I chip che alimentano i sistemi di intelligenza artificiale producono enormi quantità di calore. L’addestramento di un grande modello linguistico richiede infatti decine di migliaia di processori che lavorano contemporaneamente per settimane o addirittura mesi. Tutta questa attività genera calore che deve essere dissipato in modo efficace per evitare il surriscaldamento delle infrastrutture.
Il sistema più diffuso è il raffreddamento evaporativo. L’acqua viene fatta scorrere vicino ai server per assorbire il calore e successivamente viene esposta all’aria. Una parte significativa evapora, disperdendosi nell’atmosfera insieme al calore accumulato. Si stima che circa l’80% dell’acqua utilizzata in questi processi venga persa definitivamente per evaporazione, mentre la quota restante viene recuperata e reimmessa nel ciclo idrico locale.
Secondo la società di ricerca Mordor Intelligence, nel 2025 i data center del Nord America hanno consumato quasi 1.000 miliardi di litri d’acqua. E questo rappresenta soltanto il consumo diretto. Se si considera anche il consumo indiretto, ovvero l’acqua utilizzata dalle centrali elettriche per produrre l’energia necessaria ad alimentare i server, il totale aumenta di circa dodici volte.
Anche i dati pubblicati dalle grandi aziende tecnologiche confermano questa tendenza. Google, nel suo rapporto ambientale relativo al 2024, ha dichiarato di aver consumato circa 30 miliardi di litri d’acqua, con un aumento dell’8% rispetto al 2023 e del 17% rispetto al 2022. Nell’arco di pochi anni i consumi idrici dell’azienda sono quasi raddoppiati e la stessa società indica l’espansione delle attività legate all’intelligenza artificiale come una delle principali cause di questa crescita.
Microsoft ha registrato incrementi significativi dei consumi idrici già a partire dal 2022, mentre anche Meta e Amazon stanno utilizzando quantità sempre maggiori di acqua per sostenere le proprie infrastrutture digitali. Oltre ai volumi consumati, preoccupa anche la localizzazione dei data center. Circa due terzi delle strutture costruite negli ultimi anni sorgono infatti in aree soggette a siccità o stress idrico. Questo accade spesso perché tali territori offrono costi inferiori e normative meno stringenti.
È evidente che una situazione del genere non possa proseguire indefinitamente. Per questo motivo i grandi gruppi tecnologici stanno cercando soluzioni per ridurre il proprio impatto. Microsoft ha presentato nuovi sistemi di raffreddamento destinati a diminuire il consumo d’acqua, mentre Google ha assunto l’impegno di reintegrare entro il 2030 una quantità d’acqua pari a quella utilizzata nelle proprie attività.
In definitiva, quando utilizziamo l’intelligenza artificiale per ottenere informazioni, assistenza o supporto nelle attività quotidiane, stiamo generando un impatto concreto sul pianeta. Non si tratta soltanto di energia consumata, ma anche di una risorsa preziosa come l’acqua. Comprendere questo aspetto è fondamentale per valutare in modo più completo i costi ambientali della rivoluzione tecnologica in corso e per promuovere uno sviluppo più sostenibile delle future infrastrutture digitali.
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