L’Inps chiede indietro la pensione dopo un solo giorno di lavoro? Ecco quando si può lavorare senza rischi e quando invec e scatta la sospensione e la restituzione di migliaia di euro.
Ogni anno tornano a circolare storie di pensionati a cui l’Inps chiede la restituzione dell’assegno, in alcuni casi per importi che possono essere molto elevati. Vicende che spesso finiscono davanti ai giudici, con esiti non sempre uniformi: talvolta viene riconosciuta la buona fede del pensionato, altre volte le ragioni dell’Istituto prevalgono e le somme devono essere restituite.
Ma qual è l’errore che può costare così caro? Nella maggior parte dei casi riguarda chi è andato in pensione prima dell’età ordinaria sfruttando una misura di flessibilità e, successivamente, ha ripreso a lavorare senza verificare se ciò fosse consentito. Un passaggio che può sembrare innocuo, soprattutto quando si tratta di collaborazioni occasionali o incarichi di breve durata, ma che per alcune prestazioni è espressamente vietato.
È bene chiarirlo subito: chi accede alla pensione di vecchiaia o alla pensione anticipata ordinaria secondo le regole della riforma Fornero, una volta cessato il rapporto di lavoro al momento del pensionamento può tornare a lavorare senza perdere l’assegno, sia come dipendente che come autonomo.
Il discorso cambia per molte misure “ponte” o anticipate che prevedono il divieto di cumulo con redditi da lavoro. In questi casi l’uscita anticipata si giustifica anche con l’idea del ricambio generazionale e con un equilibrio finanziario costruito proprio sull’assenza di nuova attività lavorativa. Tornare a lavorare può quindi far scattare la sospensione o addirittura la revoca del trattamento.
Il problema è che l’errore viene spesso commesso in buona fede: c’è chi accetta un incarico temporaneo senza immaginare le conseguenze e si ritrova, mesi dopo, con una richiesta di restituzione di migliaia di euro. Proprio per questo è fondamentale sapere quando si può lavorare dopo la pensione e quando, invece, il rischio è di perdere tutto.
Lavorare dopo la pensione: quando è consentito e quando no
Con il decreto legge n. 112 del 2008 è stato eliminato, per le pensioni liquidate secondo le regole oggi riconducibili alla riforma Fornero, il divieto generale di cumulo tra redditi da lavoro e pensione. Questo significa che chi va in pensione di vecchiaia a 67 anni o con la pensione anticipata ordinaria può tornare a lavorare senza perdere l’assegno, a condizione di aver interrotto il rapporto di lavoro dipendente prima della decorrenza del trattamento. Dopo quel momento è possibile essere nuovamente assunti, anche dallo stesso datore di lavoro, oppure avviare o proseguire un’attività autonoma, mantenendo la partita Iva, senza limiti di reddito e senza penalizzazioni sulla pensione.
Il quadro cambia però per chi ha scelto una delle misure di uscita anticipata introdotte negli ultimi anni. Con Quota 100, che consentiva il pensionamento a 62 anni con 38 anni di contributi, la pensione non è cumulabile con i redditi derivanti da qualsiasi attività lavorativa, anche svolta all’estero. L’unica eccezione riguarda il lavoro autonomo occasionale entro il limite di 5.000 euro lordi annui.
Il divieto si applica per tutto il periodo che va dalla decorrenza della pensione fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia, adeguata alla speranza di vita, nella gestione che ha liquidato il trattamento. Se si producono redditi da lavoro diversi da quello autonomo occasionale, oppure si supera il tetto dei 5.000 euro annui con prestazioni occasionali, l’Inps sospende l’erogazione dell’assegno per l’anno in cui il reddito è stato percepito e può chiedere la restituzione delle rate già pagate e non dovute.
Lo stesso meccanismo di incumulabilità è stato previsto anche per Quota 102 e per Quota 103, così come per l’Ape Sociale.
L’Inps ti toglie tutti i soldi anche con un giorno di lavoro
Come molte delle storie che abbiamo raccontato in questi mesi dimostrano, anche un solo giorno di lavoro come dipendente può portare alla perdita del beneficio. In presenza di redditi da lavoro non consentiti, infatti, l’Inps sospende l’erogazione del trattamento per l’anno in cui quei redditi sono stati percepiti e chiede la restituzione delle somme già corrisposte. E non si parla di cifre irrilevanti: in alcuni casi si arriva a dover restituire decine di migliaia di euro. Proprio per questo è fondamentale fare attenzione a non commettere questo errore, considerando che per attività sporadiche resta comunque la possibilità della prestazione occasionale, consentita entro il limite di 5.000 euro lordi annui.
Va detto, però, che negli ultimi anni la giurisprudenza ha spesso evidenziato un atteggiamento ritenuto troppo severo da parte dell’Inps. In più occasioni i giudici hanno disposto la restituzione delle somme richieste indietro, ritenendo che uno o due giorni di lavoro - si pensi, ad esempio, a chi viene messo in regola per fare la comparsa in un film o per sostituire temporaneamente un parente in negozio - non siano tali da far venir meno il rispetto del vincolo previsto dalla norma.
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Tuttavia, per evitare di dover affrontare un iter giudiziario lungo e costoso, con un esito che non è mai scontato, è sempre consigliabile prestare la massima attenzione prima di accettare qualsiasi incarico lavorativo.
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