Vuoi sapere a quanti anni è più conveniente andare in pensione? Ecco qualche elemento utile per scoprirlo.
Stai valutando di andare in pensione ma non sai ancora a quanti anni farlo? Ovviamente ogni situazione è a sé pertanto non è semplice rispondere alla domanda in questione visto che può dipendere da una serie di fattori.
Se ci dovessimo basare solamente su un elemento “economico”, però, non ci sarebbe alcun dubbio: più si va tardi in pensione e più l’importo sarà alto, specialmente nel caso in cui nel frattempo si continua a lavorare e a versare contributi all’Inps.
Ma non è tutto, perché anche restando senza lavoro potrebbe essere conveniente rimandare il collocamento in quiescenza così da godere di regole più favorevoli nel calcolo dell’assegno, ma ovviamente solo se ci sono le condizioni per farlo (anche perché generalmente la perdita nel rinunciare a uno o due anni di pensione non viene poi compensata da un importo più alto).
A quanti anni quindi conviene andare in pensione? Più tardi possibile se avete intenzione e voglia di continuare a lavorare, altrimenti va fatta qualche considerazione in più.
A quanti anni conviene andare in pensione?
Oggi la maggior parte della quota di pensione viene calcolata con il sistema contributivo. Questo si applica per la parte di contributi versata successivamente all’1° gennaio 1996, mentre per coloro che alla data del 31 dicembre 1995 hanno maturato almeno 18 anni di contributi scatta solo a decorrere dal 2012.
Peculiarità del sistema contributivo è quella per cui i contributi versati vengono accumulati in un unico montante che a sua volta, dopo una rivalutazione in base al costo della vita, viene trasformato in pensione attraverso l’applicazione di un apposito coefficiente. La caratteristica dei cosiddetti coefficienti di trasformazione è quella per cui più si ritarda l’accesso alla pensione più diventano favorevoli per l’interessato.
A parità di montante contributivo, quindi, la pensione sarà tanto più alta quanto più tardi ci si va. E se si considera che continuando a lavorare si versano più contributi, aumentando così anche lo stesso montante contributivo, è ovvio che il vantaggio finale sarà ancora più alto.
Di fatto, in assoluto converrebbe andare in pensione a 71 anni quando il coefficiente di trasformazione è il più alto possibile, ma ovviamente dipende sempre da quelle che sono le esigenze personali.
Qualche esempio
Abbiamo visto come ritardare il pensionamento comporti due benefici: da una parte si versano più contributi, dall’altra il coefficiente di trasformazione applicato al montante diventa più vantaggioso.
Per capire meglio l’impatto economico, facciamo alcune simulazioni utilizzando i coefficienti ufficiali per il biennio 2025-2026.
Età | Coefficiente |
---|---|
57 | 4,204% |
58 | 4,308% |
59 | 4,419% |
60 | 4,536% |
61 | 4,661% |
62 | 4,795% |
63 | 4,936% |
64 | 5,088% |
65 | 5,250% |
66 | 5,423% |
67 | 5,608% |
68 | 5,808% |
69 | 6,024% |
70 | 6,258% |
71 | 6,510% |
Supponiamo che un lavoratore abbia maturato, a 67 anni, un montante contributivo pari a 400.000 euro. Vediamo come varia l’importo della pensione annua in base all’età di uscita:
Età di pensionamento | Coefficiente | Pensione annua lorda | Differenza rispetto a 67 anni |
---|---|---|---|
67 | 5.608% | 22.432 € | — |
68 | 5.808% | 23.232€ | +800€ |
69 | 6.024% | 24.096 € | +1.664€ |
70 | 6.258% | 25.032 € | +2.600€ |
71 | 6.510% | 26.040 € | +3.608€ |
A questo guadagno va aggiunto l’effetto dei nuovi contributi versati durante gli anni aggiuntivi di lavoro. Ad esempio, con uno stipendio di 30.000 euro lordi annui, ogni anno si versano circa 9.900 euro di contributi (il 33% dello stipendio lordo). Dopo tre anni aggiuntivi (fino a 70 anni) il montante cresce di quasi 30.000 euro in più che, moltiplicati per il coefficiente più alto, incrementano ulteriormente la pensione. Il vantaggio reale quindi è doppio: importo più alto grazie al coefficiente e montante più ricco grazie ai contributi.
Conviene rimandare la pensione senza lavorare?
Abbiamo visto che posticipare l’uscita dal lavoro può essere vantaggioso perché consente di versare nuovi contributi e, al tempo stesso, beneficiare di coefficienti di trasformazione più favorevoli. Tuttavia la situazione cambia se si decide di rimandare la pensione senza lavorare.
In questo caso, infatti, il montante contributivo rimane fermo e l’unico vantaggio deriva dall’applicazione di un coefficiente più alto. Prendiamo ad esempio un lavoratore che a 67 anni, con un montante di 400.000 euro, avrebbe diritto a una pensione annua lorda di circa 22.432 euro. Se scegliesse di attendere fino ai 68 anni senza occupazione, l’importo crescerebbe a 23.232 euro, con un aumento di appena 800 euro all’anno. A fronte, però, ci sarebbe la perdita di un intero anno di pensione, pari a oltre 22.000 euro.
Di fatto servirebbero più di vent’anni di pensione per recuperare quanto perso, e lo stesso ragionamento vale anche per due o tre anni di rinvio. In altre parole, nella maggior parte dei casi non conviene rimandare la pensione se non si lavora, perché l’incremento dell’assegno non riesce a compensare la mancata erogazione degli anni saltati. Solo in condizioni particolari, ad esempio quando ci sono altri redditi che permettono di vivere senza intaccare troppo il bilancio, si potrebbe valutare un ritardo.
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