La storia di Laura Morante è la stessa di altre centinaia di lavoratori dello spettacolo. Pensione da restituire all’Inps, appello al presidente Mattarella.
“Devo restituire tantissimi soldi all’Inps”. Così Laura Morante - David di Donatello come Miglior attrice protagonista e una carriera accompagnata da numerosi altri riconoscimenti - ha raccontato la sua esperienza, una vicenda che riguarda anche un altro centinaio di lavoratori dello spettacolo.
Il tema è quello delle pensioni, con l’Inps che, come chiarito in una nota, è intervenuto legittimamente per chiedere la restituzione di somme relative alla quota di pensione calcolata con il sistema retributivo, in applicazione di quanto previsto dalla sentenza n. 38018 del 2022 della Corte di Cassazione.
Il problema riguarda appunto il calcolo della pensione per la parte determinata con il metodo retributivo, ossia quella riferita ai periodi antecedenti al 1996. Il problema è un tecnicismo che ha comportato conseguenze molto gravi: secondo i giudici, infatti, il limite di retribuzione giornaliera pensionabile previsto originariamente dall’articolo 12 del Dpr n. 1420 del 1971 deve essere applicato tanto alla Quota A quanto alla Quota B della pensione. Da qui la richiesta dell’Inps di restituzione di somme anche molto elevate, come accaduto a Laura Morante e ad altri lavoratori dello spettacolo.
Perché l’Inps sta chiedendo i soldi indietro ai lavoratori dello spettacolo
La sentenza della Corte di Cassazione n. 38018 del 2022 è centrale per capire perché l’Inps, oggi, stia chiedendo la restituzione di somme anche molto elevate ad alcuni lavoratori dello spettacolo.
Il punto non riguarda tutta la pensione, né tantomeno chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996, per il quale il trattamento è calcolato interamente con il sistema contributivo. La questione interessa invece la parte di pensione calcolata con il metodo retributivo, quindi quella legata ai contributi maturati prima del passaggio al contributivo.
Ricordiamo che per i lavoratori dello spettacolo, infatti, la pensione viene calcolata tenendo conto di tre diverse quote:
- la Quota A, relativa all’anzianità maturata fino al 31 dicembre 1992;
- la Quota B, relativa all’anzianità maturata dal 1° gennaio 1993 fino al 31 dicembre 1995, oppure fino al 31 dicembre 2011 per chi aveva almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
- la Quota C, calcolata con il sistema contributivo, per i periodi successivi.
Il problema sta nel fatto che in passato alcuni lavoratori dello spettacolo hanno ottenuto una riliquidazione più favorevole della pensione sostenendo che per la Quota B non dovesse applicarsi il limite massimo di retribuzione giornaliera pensionabile previsto dall’articolo 12 del Dpr n. 1420 del 1971 (previsto, secondo la loro interpretazione, solamente sulla Quota A).
La Cassazione, però, ha dato ragione all’Inps che ha fatto ricorso. Secondo i giudici, quel limite massimo non è mai stato abrogato e continua quindi ad applicarsi anche alla Quota B. Di conseguenza, nel calcolo della pensione dei lavoratori dello spettacolo già iscritti all’ex Enpals, non si possono considerare integralmente le retribuzioni giornaliere superiori al massimale previsto dalla normativa: la parte eccedente resta fuori dal calcolo della retribuzione pensionabile.
Il ragionamento della Corte è soprattutto di coerenza del sistema. Se esiste un limite alla retribuzione su cui si pagano i contributi pieni, non avrebbe senso - spiegano in sostanza i giudici - riconoscere una pensione calcolata senza alcun limite sulla retribuzione percepita. Altrimenti si creerebbe uno squilibrio: da una parte contributi versati entro determinati massimali, dall’altra una pensione calcolata su importi ben più alti.
Laura Morante e non solo, il dramma dei lavoratori dello spettacolo
Tra gli oltre cento lavoratori dello spettacolo che hanno firmato un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere un intervento su una vicenda che, secondo i firmatari, rischia di produrre effetti pesantissimi su una categoria già segnata da carriere discontinue, c’è anche, appunto, Laura Morante.
Nell’intervista a Repubblica, l’attrice racconta di essersi rivolta a un legale - su suggerimento di Stefania Sandrelli - dopo aver ricevuto l’indicazione che la sua pensione fosse stata calcolata al ribasso.
“La mia vicenda è quella di tanti”, ha spiegato Morante, ricordando come per anni molti lavoratori dello spettacolo avessero contestato i calcoli dell’Inps ottenendo la ragione nei primi gradi di giudizio. Anche lei, infatti, aveva vinto in appello. Poi però il quadro è cambiato con l’intervento della Cassazione, che con la suddetta sentenza ha consolidato un orientamento favorevole all’Inps e ha portato al ricalcolo - al ribasso - delle pensioni già liquidate.
Nonostante la decisione dei giudici non lasci spazio a interpretazioni, però, Morante contesta la richiesta di restituzione delle somme già incassate. Secondo l’attrice, infatti, si tratterebbe di una misura percepita come “profondamente ingiusta”, perché arriva a distanza di anni e incide su persone che hanno costruito le proprie scelte economiche facendo affidamento su una pensione già riconosciuta.
“Non soltanto ti riducono la pensione, ma ti chiedono la restituzione entro trenta giorni di una somma gigantesca”, ha dichiarato. Nel contempo, Morante respinge anche l’accusa di chi potrebbe pensare che in questi anni i lavoratori dello spettacolo abbiano goduto di privilegi: per i periodi contestati, infatti, i lavoratori dello spettacolo hanno comunque versato contributi sulla base della loro attività. “Noi non stiamo chiedendo soldi regalati dallo Stato. Noi quei contributi li abbiamo versati”, ha aggiunto l’attrice.
La particolarità del settore, però, è che un attore, un tecnico, un costumista o un direttore della fotografia non lavorano necessariamente tutto l’anno. Possono concentrare compensi e contributi in pochi mesi, dovendo poi vivere con quanto guadagnato in quel periodo anche nei periodi di inattività. È proprio qui che, secondo i firmatari dell’appello, l’applicazione rigida di un tetto giornaliero finisce per penalizzare chi ha carriere discontinue ma non per questo meno onerose sul piano contributivo.
Da qui la richiesta di una soluzione politica, visto che appunto dopo l’orientamento della Cassazione gli spazi giuridici appaiono molto ridotti. A oggi, quindi, l’unica strada sembra essere quella di un intervento normativo che eviti di scaricare sui pensionati gli effetti di un cambio di interpretazione maturato dopo anni di contenziosi favorevoli ai lavoratori.
Di diverso avviso è l’Inps, che rivendica la legittimità del proprio operato. L’Istituto, in una nota, ha chiarito che con il consolidarsi dell’orientamento della Cassazione è tenuto ad adeguarsi, procedendo al recupero delle somme erogate e non dovute. Una procedura che, secondo l’Istituto, avviene nel rispetto delle modalità previste dalla normativa vigente, come accade ordinariamente nei casi di prestazioni indebite.
© RIPRODUZIONE RISERVATA