Addio invalidità per queste persone, l’Inps può togliere l’assegno

Simone Micocci

22 Maggio 2026 - 13:13

Pensione di invalidità addio? Ecco in quali casi l’Inps può toglierla e cosa succede al compimento dei 67 anni di età.

Addio invalidità per queste persone, l’Inps può togliere l’assegno
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La pensione di invalidità rappresenta un sostegno fondamentale per le persone che, a causa di condizioni psico-fisiche compromesse, incontrano difficoltà nello svolgimento di un’attività lavorativa e si trovano in una situazione economica tale da non poter provvedere autonomamente al proprio sostentamento.

Per questo motivo, l’ipotesi di perdere la pensione di invalidità desta sempre grande preoccupazione. Va però chiarito subito un aspetto: non si tratta di una decisione discrezionale. L’Inps non può revocare la prestazione liberamente, né tantomeno può farlo per effetto di una scelta politica improvvisa. La pensione di invalidità, come gli altri strumenti di assistenza riconosciuti dall’ordinamento, poggia infatti su principi costituzionali di tutela delle persone fragili e di garanzia dei mezzi necessari per vivere.

Questo non significa, però, che la prestazione sia riconosciuta per sempre e in ogni caso. Il diritto resta infatti subordinato alla presenza di determinati requisiti sanitari e reddituali. Quando questi vengono meno, l’Inps può intervenire disponendo la sospensione o persino la revoca del beneficio.

Vediamo quindi in quali casi si deve dire “addio” alla pensione di invalidità - o, in alcuni casi, soltanto “arrivederci” - e quali sono le condizioni da rispettare per evitare che l’Inps possa sospendere o revocare la prestazione.

Pensione d’invalidità dopo i 67 anni

Come prima cosa è bene sottolineare che le prestazioni economiche riconosciute agli invalidi civili non sempre vengono pagate per tutta la vita con la stessa denominazione.

In particolare, l’assegno mensile di assistenza per invalidi civili parziali spetta solo fino al raggiungimento dell’età prevista per l’assegno sociale, che per il 2026 è fissata a 67 anni.

Al compimento di questa età, quindi, l’assegno mensile non viene più erogato come prestazione d’invalidità civile, ma si trasforma automaticamente in assegno sociale sostitutivo. Lo stesso meccanismo riguarda anche la pensione riconosciuta agli invalidi civili totali e la pensione non reversibile spettante ai sordi: anche in questi casi, raggiunti i 67 anni, la prestazione viene sostituita dall’assegno sociale.

Non bisogna quindi preoccuparsi, in quanto non c’è alcuna penalizzazione, ma solo un cambio di prestazione visto che l’interessato inizia a beneficiare dell’assegno sociale sostitutivo, sempre nel rispetto dei requisiti previsti, in particolare quelli reddituali.

Stop pensione d’invalidità in caso di attività lavorativa

Un altro caso da considerare riguarda lo svolgimento di un’attività lavorativa. Sul punto, per alcuni anni la disciplina è stata particolarmente rigida: nel 2021, recependo l’orientamento espresso da diverse sentenze della Cassazione, l’Inps con il messaggio n. 3495/2021 aveva chiarito che il mancato svolgimento di attività lavorativa costituiva - al pari del requisito sanitario - un elemento necessario per il diritto all’assegno mensile di assistenza.

Secondo quell’impostazione, quindi, anche un’attività lavorativa con redditi molto bassi poteva precludere il diritto alla prestazione. Successivamente, però, il legislatore è intervenuto per correggere questa lettura, ridefinendo il concetto di inattività lavorativa. Oggi, infatti, l’assegno mensile per invalidi civili parziali resta legato al rispetto del limite di reddito previsto annualmente dalla legge che ricordiamo, per il 2026, è pari a 5.852,21 euro.

Di conseguenza, il lavoro non comporta automaticamente la perdita dell’assegno in ogni caso. Il problema nasce quando i redditi percepiti fanno superare la soglia prevista per il riconoscimento della prestazione, oppure quando vengono meno gli altri requisiti richiesti. Resta quindi fondamentale comunicare correttamente la propria situazione reddituale e verificare ogni anno il rispetto dei limiti, perché il superamento della soglia può comportare la sospensione o la revoca del beneficio.

Stop pensione di invalidità per mancanza dei requisiti fisici

Naturalmente, la pensione o l’assegno di invalidità possono venir meno anche quando non sussistono più i requisiti sanitari. È il caso, ad esempio, di chi a seguito di un nuovo accertamento Inps non viene più riconosciuto invalido, oppure di chi vede ridursi la propria percentuale al di sotto della soglia minima richiesta per la prestazione, quindi sotto il 74%.

Attenzione anche alle visite di revisione. Quando l’Inps dispone un nuovo controllo sanitario, il titolare della prestazione è tenuto a presentarsi. In caso di assenza alla visita, l’Istituto sospende la prestazione e invita l’interessato a trasmettere, entro 90 giorni, una giustificazione idonea per la mancata presenza.

Se la giustificazione viene ritenuta fondata, il procedimento di revisione riparte e l’Inps comunica una nuova data per la visita medica. Al contrario, se la giustificazione non viene presentata nei termini, oppure viene considerata insufficiente, l’Istituto procede alla revoca della prestazione, con effetto dalla data della sospensione. Lo stesso esito può verificarsi se l’interessato, pur riconvocato, non si presenta nuovamente alla visita di revisione.

Diverso è il caso delle prestazioni riconosciute ai ciechi civili, parziali o assoluti, per le quali valgono regole specifiche: si tratta infatti dell’eccezione principale rispetto al principio generale della trasformazione al compimento dei 67 anni.

Stop pensione d’invalidità per mancanza del requisito economico

Anche la perdita del requisito economico può comportare la sospensione o la revoca della pensione d’invalidità. Le prestazioni assistenziali riconosciute agli invalidi civili, infatti, sono subordinate al rispetto di determinati limiti reddituali, aggiornati ogni anno.

Nel dettaglio, per il 2026 i limiti di reddito personale annuo da non superare sono pari a:

  • 5.852,21 euro per l’assegno mensile riconosciuto agli invalidi civili parziali, con percentuale d’invalidità compresa tra il 74% e il 99%;
  • 20.029,55 euro per la pensione riconosciuta agli invalidi civili totali, quindi con invalidità pari al 100%.

Superando queste soglie, il diritto alla prestazione viene meno. Questo non significa necessariamente che l’Inps intervenga subito con una revoca definitiva, ma che l’Istituto può procedere alla sospensione e, in assenza di regolarizzazione, alla successiva revoca del beneficio.

Lo stesso rischio riguarda chi non comunica correttamente la propria situazione reddituale. Chi non presenta la dichiarazione dei redditi - tramite modello 730 o modello Redditi Pf - e non è comunque tenuto a farlo, deve prestare attenzione agli eventuali obblighi di comunicazione verso l’Inps, anche attraverso il modello Red quando richiesto.

In questi casi è l’Inps a sollecitare l’interessato, inviando un preavviso di sospensione con il quale viene richiesto di presentare la domanda di ricostituzione reddituale entro il termine indicato. Se il pensionato non fornisce le informazioni richieste, la prestazione viene prima sospesa; decorso il termine successivo senza regolarizzazione, l’Istituto può procedere alla revoca.
Per evitare problemi, quindi, non basta rientrare nei limiti reddituali: è necessario anche comunicare correttamente all’Inps i redditi rilevanti, così da consentire all’Istituto di verificare la permanenza del diritto alla pensione o all’assegno d’invalidità.