Riforma delle pensioni, ci sarà il blocco dell’aumento dell’età pensionabile? La difficoltà del governo sta tutta nelle dichiarazioni della ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone.
Ci sono persone in attesa di sapere se il prossimo anno dovranno effettivamente lavorare un mese in più prima di poter accedere alla pensione. È cosa nota, infatti, che a partire dal 2027 è previsto un aumento dell’età pensionabile di 1 mese, con la sola esclusione di coloro che hanno svolto per gran parte della carriera lavori considerati particolarmente gravosi o usuranti.
A oggi la certezza è questa: chi non matura i requisiti per la pensione entro il 31 dicembre 2026 dovrà lavorare un altro mese prima del collocamento in quiescenza. E attenzione, perché l’aumento riguarda tutte le forme di pensionamento: tanto quelle di vecchiaia, per le quali l’età anagrafica salirebbe a 67 anni e 1 mese, oppure a 71 anni e 1 mese per la vecchiaia contributiva, quanto le forme di pensionamento anticipato. In questo caso, il requisito salirebbe a 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini, un anno in meno per le donne, mentre per chi è considerato un “contributivo puro” l’accesso alla pensione anticipata contributiva passerebbe a 64 anni e 1 mese di età.
Anche se può sembrare poca cosa, 1 mese in più è comunque importante per chi viene da una lunga carriera lavorativa e non attende altro che andare in pensione. È per questo che molti futuri pensionati aspettano di capire se l’aumento ci sarà davvero oppure se il governo riuscirà in qualche modo a bloccarlo. Anche perché le rassicurazioni non sono mancate nei mesi scorsi, soprattutto sul fronte della Lega, dove diversi esponenti si sono espressi a favore di uno stop all’adeguamento alla speranza di vita.
Ma il ministro del Lavoro, Marina Elvira Calderone, cosa ne pensa? Ne ha parlato al Festival del Lavoro, dove però è parsa piuttosto prudente: ha preferito non sbilanciarsi, evitando di alimentare false speranze.
Riforma delle pensioni, governo in difficoltà: Calderone non si sbilancia
Sul punto, però, il governo appare ancora in difficoltà. La conferma è arrivata dalle parole della ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone, che a margine del Festival del Lavoro ha preferito non sbilanciarsi sul futuro della riforma delle pensioni e, soprattutto, sulla possibilità di bloccare l’aumento dell’età pensionabile previsto dal 2027.
Alla domanda sulla possibilità di intervenire già nella prossima legge di Bilancio, Calderone ha risposto con prudenza:
“Al momento è ancora presto per parlare di riforma delle pensioni”.
Una formula che, di fatto, non chiude la porta a un intervento, ma neppure offre rassicurazioni a chi spera nello stop all’adeguamento alla speranza di vita.
La ministra ha spiegato che il dossier pensioni rientra nel più ampio capitolo della manovra, sul quale il governo non ha ancora definito margini e risorse disponibili. “È ancora presto per parlare del fascicolo di bilancio”, ha dichiarato Calderone, ricordando che tutti i ministeri stanno facendo le proprie valutazioni e che bisognerà attendere per capire quali saranno “i margini di manovra” e soprattutto “le cifre della manovra”.
Tradotto: prima di promettere un blocco dell’aumento dell’età pensionabile, bisognerà capire se ci saranno le coperture necessarie. E non è un dettaglio, perché anche un intervento apparentemente limitato, come lo stop a un solo mese in più dal 2027, avrebbe comunque un costo per i conti pubblici, il quale dovrà essere valutato insieme alle altre priorità della prossima legge di Bilancio.
Pensioni, governo in difficoltà sulla riforma
Va detto che una prima traccia rispetto a come sarà la prossima riforma delle pensioni il governo l’ha già data nel Documento programmatico di finanza pubblica e non sembra andare nella direzione sperata da chi attende interventi per rendere più flessibile l’uscita dal lavoro.
Lo abbiamo detto più volte: se a inizio legislatura si pensava che il governo Meloni potesse essere quello capace di superare, o quantomeno correggere in maniera significativa, l’impianto della legge Fornero, oggi il quadro appare molto diverso. Tanto che appunto c’è persino il rischio che a fine legislatura si vada in pensione più tardi rispetto a quando l’attuale esecutivo si è insediato.
Il punto è che il Documento programmatico chiarisce quale sarà l’impostazione generale del governo sul fronte previdenziale: contenere la spesa, incentivare la permanenza al lavoro e rafforzare la previdenza complementare. Tre obiettivi che, letti insieme, lasciano poco spazio a una riforma espansiva, soprattutto se questa dovesse tradursi in nuove uscite anticipate finanziate dallo Stato.
In altre parole, non sembra esserci margine per il ritorno di strumenti come Quota 100, né per una Quota 41 per tutti senza penalizzazioni. Allo stesso modo, appare difficile immaginare un intervento con cui il governo possa bloccare il prossimo aumento.
A pesare è anche il quadro europeo, oggi sempre più orientato al controllo della spesa netta. E tra le voci più delicate c’è proprio quella previdenziale, destinata a crescere anche per effetto della rivalutazione degli assegni legata all’inflazione.
È per questo che il governo appare in difficoltà. Da una parte ci sono le promesse politiche fatte negli anni scorsi, con il superamento della Fornero e pensioni minime più alte spesso indicate come obiettivi di legislatura; dall’altra ci sono i vincoli di bilancio, che spingono nella direzione opposta, ossia non ridurre l’età di uscita, provando a trattenere più a lungo i lavoratori in attività.
In questo contesto il ministro del Lavoro non ha saputo cosa rispondere, o probabilmente ha preferito tergiversare piuttosto che ufficializzare una risposta già scritta nel suddetto Documento.
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