Pensioni, ecco perché tutti vogliono mettere le mani sul TFR dei lavoratori italiani

Guido Salerno Aletta

27/08/2024

Si continuano a spostare risorse dall’economia reale alle Borse, dal mondo delle imprese a quello della finanza.

Pensioni, ecco perché tutti vogliono mettere le mani sul TFR dei lavoratori italiani

L’ubriacatura mercatista continua, con un nuovo assalto alla Previdenza che stavolta prende di mira l’impiego del TFR, il Trattamento di Fine Rapporto o liquidazione, che è sostanzialmente pari ad una mensilità per ogni anno di lavoro: è una “anomalia” tutta italiana, si dice.
Sono risorse che vanno dirottate alla gestione dei Fondi pensionistici che stentano sempre di più ad arricchire la loro base di associati.
Fin qui, questa cosiddetta Terza gamba del sistema previdenziale, che si è aggiunta al sistema pensionistico pubblico obbligatorio ed alle assicurazioni private sulla vita che consentono un riscatto del capitale ovvero una rendita su quanto accumulato, è stato un buco nell’acqua.

Era nato come una sorta di scimmiottamento del sistema americano, in cui le grandi centrali sindacali gestiscono i versamenti dei lavoratori e si siedono al tavolo delle trattative con l’azienda forti del loro potere di investimento. I nostri sindacalisti si erano illusi di fare altrettanto: invece di incassare solo le misere trattenute mensili versate dai lavoratori per l’iscrizione al sindacato, avrebbero tenuto banco come veri e propri finanzieri, in grado di discutere da pari a pari col padronato le strategie industriali.
La scusa della riforma del TFR è ben trovata: bisogna “arricchire” la pensione dei giovani, per i quali le prospettive di arrivare alla pensione di vecchiaia si allontanano sempre di più nel tempo e l’importo che incasserebbero si fa sempre più misero in quanto cominciano a lavorare sempre più tardi e con stipendi sempre più bassi. Sono penalizzati soprattutto dal sistema di calcolo su base contributiva, in base al quale si considerano gli importi effettivamente versati, e non più quello su base retributiva che considera gli ultimi anni di stipendio.
È stato correttamente rilevato che il problema delle future pensioni così magre dipende dagli attuali bassi salari.
La verità è che, da circa cinquant’anni, a partire dal referendum sull’abolizione della scala mobile, tutta la politica economica è stata incentrata sulla riduzione del costo lavoro e sulla flessibilità in entrata con innumerevoli forme di precariato e di lavoro a tempo parziale, creando una serie di soggetti intermediari che lucrano su questa carneficina sociale che ha portato alla depopolazione: manca forza lavoro interna. È un altro problema strutturale, quest’ultimo, che viene affrontato auspicando una maggiore immigrazione di manodopera a basso costo, che rappresenta a sua volta un’ulteriore remora alle richieste di aumenti salariali.

Si illude chi pensa che gli immigrati ci pagheranno le pensioni. Una volta accumulati un po’ di risparmi che vengono inviati mensilmente alle famiglie ed ai parenti, chiederanno il trasferimento delle somme versate ai fini previdenziali ai loro Paesi di provenienza: un po’ come fanno già da anni tanti pensionati italiani che si fanno pagare la pensione all’estero, dove la vita costa meno, e su cui non pagano neppure le tasse in Italia.
Ecco come si cerca di mettere le mani sul TFR, sottraendo risorse alle imprese a favore del sistema finanziario: deve essere dirottato, su base più o meno volontaria con forme di silenzio-assenso, ai Fondi pensione, anziché lasciarlo nella disponibilità delle aziende, com’è ora, che accantonano annualmente nello stato patrimoniale come debito verso i dipendenti quanto maturato sulla base delle retribuzioni erogate, e che utilizzano queste somme come fonte di finanziamento stabile per gli investimenti, visto che possono pianificare con un ragionevole margine di certezza quanto dovranno liquidare annualmente a fronte dei pensionamenti o di eventuali dimissioni e licenziamenti.

Le imprese non verrebbero private delle somme fin qui accumulate, ma del futuro flusso di accantonamenti: è comunque un danno enorme per loro, che usufruiscono di queste disponibilità senza doversi indebitare con le banche o altri finanziatori e gravare il conto economico di interessi.
E così, invece di incassare la liquidazione versata in unica soluzione dall’azienda a fine rapporto, i “giovani” dovrebbero poter contare su una pensione più ricca rispetto a quella basata solo sulla previdenza obbligatoria: avranno anche la pensione integrativa, costruita nel tempo con i versamenti effettuati dalle imprese “in conto TFR”.

Si continuano a spostare risorse dall’economia reale alle Borse, dal mondo delle imprese a quello della finanza.
La risposta politica, con la previsione del reddito di cittadinanza, ha affrontato solo le conseguenze di un sistema che penalizza e disincentiva il lavoro, senza andare alla radice del problema, che riguarda la fiscalità delle imprese ed il loro finanziamento.
Bisogna premiare fiscalmente, in modo strutturale, le imprese che hanno lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e tassare in modo selettivo gli utili bancari, azzerando quelli che derivano dagli impieghi a favore delle imprese.
Sarebbe necessario fare un ulteriore passo in avanti, per abbattere anche lo spread sugli interessi che penalizza il mondo produttivo italiano, che paga sul credito tassi superiori a quello delle imprese concorrenti, soprattutto quelle francesi e tedesche, per via del trascinamento del tasso pagato dal Tesoro italiano sul debito pubblico.
Il sistema previdenziale non può che riflettere gli andamenti dell’economia reale: sottrarre risorse liquide alle imprese ed affidarsi agli investimenti finanziari per aumentare le pensioni future è davvero una colossale sciocchezza.

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