Pensioni, nel 2027 aumenti per chi già riceve l’assegno ma possibili penalizzazioni per chi lascia il lavoro: ecco cosa serve sapere.
Nel 2027 le pensioni prenderanno due strade diverse. Da una parte ci sarà chi riceverà un aumento dell’assegno, dall’altra chi rischia invece di essere penalizzato. Per capire cosa succederà bisogna quindi distinguere tra chi è già in pensione e chi, invece, ci andrà proprio nel corso del 2027.
Nel primo caso, i pensionati beneficeranno della rivalutazione annuale: da gennaio gli importi verranno adeguati all’inflazione registrata nei mesi precedenti, così da recuperare almeno in parte la perdita di potere d’acquisto causata dall’aumento del costo della vita.
Diverso il discorso per chi maturerà il diritto alla pensione nel 2027. Per questi lavoratori l’uscita potrebbe diventare più difficile e meno conveniente: non solo perché bisognerà attendere 1 mese in più a causa dell’adeguamento alla speranza di vita, ma anche perché il calcolo dell’assegno sarà meno favorevole rispetto a oggi. A parità di montante contributivo - cioè del totale dei contributi versati e rivalutati per la parte di pensione calcolata con il sistema contributivo - andare in pensione nel 2027 potrebbe tradursi in un importo più basso.
È uno spartiacque tutt’altro che secondario. Anche un solo mese può fare la differenza: andare in pensione a dicembre 2026 non sarà la stessa cosa che farlo a gennaio 2027. Da qui nasce il paradosso: c’è chi potrà sorridere per l’aumento dell’assegno e chi, invece, rischia di pagare il prezzo delle nuove regole.
Vediamo allora nel dettaglio cosa cambierà dal 2027 e quali saranno gli effetti concreti sulle pensioni italiane.
Per chi è già in pensione arriva l’aumento da gennaio 2027
Per chi è già in pensione, il 2027 si aprirà con un aumento dell’assegno. Come accade ogni anno, infatti, dal mese di gennaio gli importi vengono adeguati al costo della vita attraverso il meccanismo della perequazione, così da compensare almeno in parte gli effetti dell’inflazione.
Il riferimento è all’indice Foi senza tabacchi, rilevato dall’Istat, che misura l’andamento dei prezzi al consumo e viene utilizzato proprio per aggiornare le pensioni. Al momento non è ancora possibile sapere con certezza quale sarà il tasso applicato, visto che il dato definitivo arriverà solo più avanti, ma le prime stime contenute nel Documento di finanza pubblica indicano per il 2026 un’inflazione attesa intorno al 2,8%.
Se questa previsione dovesse essere confermata anche dall’indice utilizzato per la rivalutazione, gli aumenti sarebbero più consistenti rispetto a quelli riconosciuti nel 2026, quando la perequazione si è fermata all’1,4%. Per le pensioni fino a 4 volte il trattamento minimo l’adeguamento sarebbe pieno: ad esempio, un assegno lordo da 1.000 euro potrebbe aumentare di circa 28 euro al mese, mentre uno da 1.500 euro salirebbe di circa 42 euro.
Per gli importi più alti, invece, l’aumento verrebbe riconosciuto in misura progressivamente ridotta, secondo le fasce previste dal meccanismo ordinario: rivalutazione piena fino a 4 volte il minimo, al 90% sulla quota compresa tra 4 e 5 volte il minimo, e al 75% sulla parte eccedente. In ogni caso, per chi è già pensionato si tratterebbe comunque di un adeguamento positivo, legato alla necessità di difendere il potere d’acquisto degli assegni in un anno in cui l’inflazione potrebbe tornare a farsi sentire.
Per chi va in pensione nel 2027 il calcolo sarà meno favorevole
Il discorso cambia per chi andrà in pensione nel 2027. In questo caso, infatti, il problema non riguarda solo l’attesa di un mese in più per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, ma anche il possibile peggioramento del calcolo dell’assegno.
Entro la fine del 2026, indicativamente a novembre, il ministero del Lavoro dovrà infatti ufficializzare i nuovi coefficienti di trasformazione, cioè quei valori che, nel sistema contributivo, trasformano il montante accumulato durante la carriera nell’importo annuo della pensione. In parole semplici: più il coefficiente è alto, più i contributi versati “rendono”; più è basso, invece, minore sarà l’assegno a parità di montante contributivo.
Questi coefficienti premiano chi va in pensione più tardi. Ad esempio, a 67 anni il coefficiente è pari al 5,608%, mentre a 62 anni si ferma al 4,795%. Questo significa che, con un montante contributivo di 300.000 euro, il primo lavoratore avrebbe una pensione annua lorda di 16.824 euro, mentre il secondo si fermerebbe a 14.385 euro: una differenza di circa 2.450 euro lordi l’anno.
Dal 2027, però, questi valori verranno aggiornati. E poiché nel frattempo la speranza di vita è tornata a crescere, è molto probabile che i nuovi coefficienti siano meno favorevoli di quelli attuali. Il risultato è che, a parità di contributi versati e di età di pensionamento, chi lascerà il lavoro nel biennio 2027-2028 potrebbe ritrovarsi con una pensione più bassa rispetto a chi riuscirà a farlo entro la fine del 2026.
È l’altra faccia dell’adeguamento alla longevità: non aumenta soltanto l’età richiesta per lasciare il lavoro, ma si riduce anche il valore della pensione calcolata con il metodo contributivo. Un meccanismo pensato per contenere la spesa previdenziale e garantire la sostenibilità del sistema, ma che per molti lavoratori rischia di tradursi in un doppio svantaggio: uscire più tardi e prendere meno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA