L’immigrazione serviva a tenere il passo con le esigenze dell’occupazione, perciò chiudendo le porte ai lavoratori stranieri la Polonia deve fare i conti con la carenza di manodopera. Un paradosso.
Quando c’è carenza di lavoratori di solito si fa un più ampio ricorso all’immigrazione per far fronte alle esigenze occupazionali. Parimenti, se il mercato del lavoro è saturo e l’offerta risicata più probabile che gli ingressi siano ridotti per non peggiorare ulteriormente la situazione. In Polonia, invece, sta succedendo qualcosa di paradossalmente differente. Sono i lavoratori a mancare, con una massiccia carenza di manodopera che sta mettendo in crescente difficoltà le aziende polacche, ma il Paese chiude le porte ai lavoratori stranieri. Varsavia ha deciso di adottare politiche migratorie più selettive, specialmente nei confronti degli ingressi extracomunitari, con un dietrofront esorbitante. I visti per lavoro sono passati da 123.000 a 16.000, confrontando il primo trimestre del 2026 con lo stesso periodo del 2022, salutando il programma di emergenza per la carenza di personale. Il problema, però, resta.
La Polonia chiude le porte ai lavoratori stranieri
Le nuove politiche migratorie della Polonia le costeranno 2,1 milioni di occupati in meno entro il 2035 secondo le stime del Polish economic institute, corrispondenti al 12,6% dell’attuale forza lavoro. Il calo colpirà prima e più duramente i settori dove c’è già un’età media avanzata e in cui la sostituzione del personale non può avvenire senza un’adeguata lunga formazione. Si tratta nello specifico della sanità, che rischia di arrivare a una perdita del 23%, e dell’istruzione, dove si può arrivare addirittura al 29%.
Non che il governo Tusk abbia volontariamente avviato una riforma suicida, visto che i sistematici abusi nel sistema di concessione dei visti creano un problema di sicurezza non trascurabile per il Paese. Non solo, i permessi lavorativi restano per lo più confinati a una dimensione professionale e temporanea, che non apre le porte a ricongiungimenti familiari e a un’effettiva occasione di crescita e sviluppo per il Paese, anche a causa delle lacune legislative. Ciò detto, non è comunque trascurabile la componente di stranieri nel sistema previdenziale (più di 1,3 milioni), residenti in pianta stabile. Di fatto, l’immigrazione in Polonia non ha inficiato né la crescita dei salari né l’occupazione e la professionalizzazione dei cittadini polacchi, quindi era naturale che la restrizione avrebbe causato delle lacune difficili da colmare. A guidare la “Strategia migratoria 2025-2030” di Varsavia ci sono piuttosto:
- le minacce della guerra ibrida, che richiedono maggiori attenzioni sugli ingressi, soprattutto dalla Bielorussia;
- i visti fittizi e gli abusi, a causa dello scandalo delle concessioni incontrollate e previo pagamento di permessi lavorativi e studenteschi;
- la pressione sul mercato immobiliare e i servizi pubblici, che hanno in poco tempo dovuto far fronte a milioni di persone in più (per quanto in gran parte compensati proprio dagli immigrati).
Il paradosso della carenza di manodopera
L’idea di controllare i nuovi ingressi non era quindi priva della sua logica, ma necessiterebbe di alcuni correttivi. La macchina burocratica non è abbastanza veloce da permettere gli ingressi necessari con i nuovi controlli introdotti, mentre a livello nazionale servirebbero degli strumenti ad hoc per reperire la manodopera, dai servizi per l’infanzia ai sistemi di formazione professionale, passando per l’efficientamento del trasporto pubblico. Ecco perché non serve aumentare gli stipendi, ma si può solo pensare di introdurre miglioramenti che richiedono tempo e risorse, senza soluzioni immediate reperibili nel breve periodo.
Le aziende polacche si trovano così in crescente difficoltà, non trovano manodopera sufficiente e per rivolgersi all’estero devono sopportare attese estenuanti, mettendo in conto pure la limitata durata dei visti e il graduale allontanamento dei lavoratori stessi. Da meta preferenziale la Polonia rischia così di passare in secondo piano nelle destinazioni di chi emigra regolarmente per lavoro, in favore di Stati con sistemi più funzionali e stabili. In questo modo ne patisce anche l’economia nazionale, che dopo tutto lo sforzo pubblico rischia di venire penalizzata non per la mancanza di lavoro o clienti ma di personale.