Per mesi il mercato dell’oro ha dato l’impressione di trovarsi davanti a un bivio. Dopo una corsa straordinaria, culminata all’inizio del 2026 con quotazioni mai viste prima, il metallo prezioso ha attraversato una fase molto più difficile da interpretare. Le correzioni sono diventate più profonde, la volatilità è aumentata e il quadro macroeconomico ha cominciato a inviare segnali spesso contraddittori.
La domanda che accompagna questa fase non riguarda soltanto la capacità dell’oro di recuperare terreno. Il punto è capire se dietro il rimbalzo si stia formando una nuova struttura rialzista oppure se il mercato stia semplicemente riassorbendo una parte delle perdite precedenti. La differenza è importante, soprattutto dopo un periodo in cui molte delle tradizionali relazioni tra oro, tassi di interesse e dollaro hanno funzionato meno bene del previsto.
Proprio questa anomalia rende il 2027 particolarmente interessante. Il prezzo dell’oro non dipenderà soltanto dall’inflazione o dalle decisioni delle banche centrali, ma dall’interazione tra più forze: rendimenti reali, politica monetaria, acquisti delle banche centrali, flussi degli ETF e tenuta della domanda fisica. È da questo equilibrio che potrebbe dipendere la prossima grande direzione del metallo prezioso.
Il recupero dell’oro e il ruolo di dollaro e rendimenti
All’inizio di settembre l’oro spot è tornato nell’area dei 4.440 dollari l’oncia, recuperando una parte rilevante della correzione precedente. Il movimento è stato favorito soprattutto dall’indebolimento del dollaro e dalla discesa dei rendimenti obbligazionari americani.
Si tratta di una dinamica tradizionalmente favorevole al metallo prezioso. L’oro non genera interessi o cedole e, di conseguenza, tende a diventare relativamente più interessante quando diminuisce il rendimento offerto dalle attività prive di rischio. Il ragionamento diventa ancora più importante osservando i tassi reali, cioè i rendimenti obbligazionari corretti per l’inflazione.
Il dato più interessante del 2026 è però proprio questo: l’oro è riuscito a mantenersi su livelli storicamente molto elevati nonostante rendimenti reali americani ancora molto alti.
Il Treasury statunitense decennale indicizzato all’inflazione rendeva circa il 2,45% a inizio settembre, contro livelli inferiori al 2% all’inizio dell’anno. In condizioni normali una simile crescita del rendimento reale dovrebbe rappresentare un ostacolo importante per il prezzo dell’oro.
Il fatto che le quotazioni abbiano resistito indica quindi che altre componenti della domanda hanno acquisito un peso maggiore rispetto al passato.
Non basta guardare l’indice dei prezzi
Uno dei fattori più frequentemente utilizzati per spiegare il ritorno dell’interesse sull’oro è l’inflazione. Negli Stati Uniti l’indice dei prezzi al consumo mostrava a luglio una crescita annua del 3,4%, mentre l’inflazione core, depurata dalle componenti più volatili, si attestava al 2,5%. Particolarmente forte era la componente energetica, cresciuta del 14,7% su base annua.
Anche nell’Eurozona il quadro mostrava nuove pressioni. La stima relativa ad agosto indicava un’inflazione complessiva del 3,3%, rispetto al 2,9% di luglio, con la componente energetica in crescita di oltre il 14%.
Per l’oro, tuttavia, non è sufficiente che l’inflazione aumenti. Il vero elemento da osservare è la risposta delle banche centrali. Se l’inflazione accelera e la Federal Reserve mantiene tassi nominali molto elevati, facendo aumentare anche i rendimenti reali, l’effetto sul metallo prezioso può essere negativo. Se invece l’inflazione resta sopra gli obiettivi mentre i rendimenti reali diminuiscono, la situazione cambia radicalmente.
Per questo il rapporto tra inflazione e tassi reali potrebbe diventare uno dei principali indicatori da seguire nel 2027.
La variabile intelligenza artificiale e la pressione sulla domanda di energia
Nel dibattito sull’inflazione sta emergendo anche un fattore meno tradizionale: l’enorme quantità di investimenti necessaria per sviluppare le infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.
La crescita dei data center sta provocando un forte aumento della domanda elettrica. Le stime internazionali indicano che il consumo mondiale dei data center potrebbe passare da circa 485 terawattora nel 2025 a circa 950 terawattora entro il 2030. La componente direttamente collegata all’intelligenza artificiale potrebbe crescere ancora più rapidamente.
Negli Stati Uniti i data center potrebbero rappresentare circa metà dell’incremento della domanda di elettricità previsto fino alla fine del decennio. A livello mondiale, la domanda elettrica complessiva dovrebbe aumentare del 3,6% nel 2026 e del 3,8% nel 2027.
Le implicazioni economiche sono significative. Costruire l’infrastruttura necessaria all’intelligenza artificiale significa aumentare gli investimenti in reti elettriche, capacità di generazione, gas naturale, rame, trasformatori, sistemi di raffreddamento e numerosi altri componenti industriali.
Nel lungo periodo l’intelligenza artificiale potrebbe aumentare la produttività e generare effetti disinflazionistici. Nel breve periodo, però, la fase di costruzione delle infrastrutture può creare pressioni sui costi.
Non significa che l’AI produrrà automaticamente un’inflazione persistente. Significa però che potrebbe rendere più difficile un ritorno rapido e lineare dell’inflazione verso gli obiettivi delle principali banche centrali.
Banche centrali, il sostegno strutturale al mercato dell’oro
Se esiste un fattore che distingue l’attuale ciclo dell’oro da molti dei precedenti, è probabilmente il comportamento delle banche centrali. Nel secondo trimestre del 2026 gli acquisti complessivi sono stati stimati intorno alle 289 tonnellate. Si tratta di un valore molto elevato e del massimo mai registrato in un secondo trimestre.
Considerando l’intero primo semestre, gli acquisti sono stati però di circa 345 tonnellate, inferiori ai livelli registrati negli ultimi anni. Questo particolare è importante perché impedisce di descrivere il fenomeno come una crescita continua e senza interruzioni.
La tendenza di fondo resta comunque evidente. A luglio le banche centrali hanno continuato ad aumentare le proprie riserve auree. La Cina ha proseguito un ciclo di acquisti che si estende ormai per oltre venti mesi consecutivi, mentre anche altri Paesi hanno continuato ad accumulare metallo prezioso.
Ancora più significativo è il comportamento atteso. In una recente rilevazione internazionale, l’89% dei responsabili delle riserve delle banche centrali ha dichiarato di aspettarsi un aumento delle riserve auree mondiali nel corso dei dodici mesi successivi. Il 45% ha inoltre indicato l’intenzione di aumentare direttamente le proprie disponibilità di oro.
È un cambiamento strutturale. Per molti anni il mercato dell’oro è stato dominato prevalentemente dagli investitori privati e dalla domanda di gioielleria. Oggi le banche centrali rappresentano invece una componente molto più importante della domanda.
Il fenomeno non deve però essere confuso con una semplice fuga dal dollaro. Una parte dell’aumento del peso dell’oro nei bilanci delle banche centrali deriva infatti dall’apprezzamento del metallo già detenuto. Tra il 2018 e il 2025 il valore delle riserve auree mondiali delle banche centrali è cresciuto enormemente, mentre la quantità fisica detenuta è aumentata in misura molto più contenuta.
Gli acquisti sono quindi importanti, ma la rivalutazione del prezzo ha contribuito in modo sostanziale all’aumento del peso dell’oro nelle riserve internazionali.
Gli ETF tornano a comprare dopo una fase di deflussi
Un secondo elemento favorevole è arrivato dal mercato finanziario. Nel secondo trimestre del 2026 gli ETF garantiti fisicamente da oro avevano registrato deflussi pari a circa 45 tonnellate. Una dinamica che aveva contribuito a indebolire il prezzo.
A luglio la tendenza è però cambiata. Gli ETF globali sull’oro hanno registrato nuovi afflussi per circa 3 miliardi di dollari e le disponibilità complessive sono aumentate di circa 23 tonnellate, raggiungendo 4.068 tonnellate.
L’Europa ha rappresentato uno dei principali motori di questa ripresa. Se questa inversione dovesse continuare nei prossimi mesi, potrebbe rappresentare un ulteriore supporto alle quotazioni. Gli ETF hanno infatti la capacità di spostare rapidamente grandi quantità di capitale verso il mercato dell’oro e possono amplificare sia le fasi rialziste sia quelle ribassiste.
La domanda fisica manda invece un segnale differente.Non tutte le componenti del mercato indicano però forza. Nel secondo trimestre la domanda mondiale di gioielleria è scesa a circa 278 tonnellate, con una contrazione del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
La causa principale è evidente: prezzi molto elevati rendono più difficile l’acquisto di oro fisico, soprattutto nei grandi mercati asiatici.
Contemporaneamente l’offerta mineraria continua ad aumentare. Nel secondo trimestre la produzione mondiale ha raggiunto circa 966 tonnellate, nuovo record per il periodo, mentre nel primo semestre la produzione complessiva è salita a circa 1.867 tonnellate.
Questo significa che l’attuale forza dell’oro non deriva da una carenza di metallo disponibile. Il prezzo è sostenuto soprattutto da fattori finanziari e macroeconomici: banche centrali, investitori istituzionali, aspettative sui tassi, dollaro e rischi geopolitici.
Cosa si aspettano gli analisti per il 2027
Le previsioni disponibili mostrano un elemento forse sorprendente: dopo il forte recupero del prezzo, il potenziale indicato da molte stime è diventato relativamente contenuto.
Con l’oro nell’area dei 4.440 dollari l’oncia all’inizio di settembre, WisdomTree indica uno scenario centrale di circa 4.563 dollari entro il secondo trimestre del 2027. Rispetto ai livelli attuali significherebbe un incremento di appena il 2,8%.
Il modello considera variabili come inflazione, rendimento del Treasury decennale, andamento del dollaro e posizionamento degli investitori. In uno scenario meno favorevole, caratterizzato da rendimenti americani più elevati e da un dollaro più forte, il prezzo teorico potrebbe scendere verso 4.209 dollari, circa il 5% sotto le quotazioni di inizio settembre.
Anche il consenso raccolto tra analisti e operatori professionali appare relativamente prudente. La previsione media per il 2027 si colloca intorno a 4.610 dollari l’oncia, corrispondente a un potenziale di circa il 4% rispetto ai prezzi attuali. Si tratta inoltre di una stima inferiore rispetto a quella formulata alcuni mesi prima, quando le attese superavano i 5.000 dollari.
HSBC mantiene invece una posizione più positiva e indica un prezzo medio per il 2027 di circa 4.925 dollari, con una possibile quotazione a fine anno nell’area dei 5.025 dollari. In quest’ultimo caso il potenziale rispetto ai livelli attuali sarebbe nell’ordine del 13%.
Goldman Sachs ha indicato per la fine del 2026 un obiettivo intorno ai 4.900 dollari, sostenuto soprattutto dalla prosecuzione degli acquisti delle banche centrali. Il quadro complessivo è quindi favorevole, ma lontano dall’unanimità.
Il 2027 potrebbe essere l’anno dei tassi reali
Dopo la straordinaria rivalutazione registrata negli ultimi anni, una parte delle aspettative positive sembra già incorporata nel prezzo dell’oro.
Gli acquisti delle banche centrali rappresentano un elemento strutturale di sostegno. Il ritorno dei flussi verso gli ETF costituisce un ulteriore fattore positivo. Le pressioni inflazionistiche non sono completamente scomparse e gli enormi investimenti necessari per energia, reti e infrastrutture digitali potrebbero rendere più complesso il percorso di normalizzazione dei prezzi.
Allo stesso tempo, però, i rendimenti reali americani restano elevati, la domanda di gioielleria si sta indebolendo e la produzione mineraria continua a crescere. Per questo il punto decisivo del 2027 potrebbe non essere semplicemente l’inflazione. La variabile da seguire sarà probabilmente la traiettoria dei tassi reali statunitensi.
Una loro discesa significativa, accompagnata da un dollaro più debole e dalla prosecuzione degli acquisti delle banche centrali, creerebbe condizioni più favorevoli per il metallo prezioso. Al contrario, rendimenti reali persistentemente elevati e un nuovo rafforzamento del dollaro potrebbero limitare il potenziale delle quotazioni.
Dopo la corsa degli ultimi anni, quindi, il mercato dell’oro entra nel 2027 con fondamentali ancora robusti ma anche con valutazioni molto più impegnative. Per chi osserva il settore, l’indicazione più utile non è inseguire singoli target di prezzo, ma monitorare soprattutto tassi reali, dollaro, flussi degli ETF e acquisti delle banche centrali. Saranno probabilmente questi indicatori, più delle oscillazioni di breve periodo, a chiarire se il recupero attuale rappresenta l’inizio di una nuova fase rialzista oppure una fase di consolidamento dopo un ciclo eccezionale.