OpenAI, la corsa al trilione di dollari tra ambizioni e incognite

Andrea Muratore

06/11/2025

Sam Altman punta all’Ipo nel 2026 e a una capitalizzazione record da 1.000 miliardi, ma gli investimenti colossali e la “bolla IA” sollevano dubbi sul futuro del colosso di ChatGPT.

OpenAI, la corsa al trilione di dollari tra ambizioni e incognite

OpenAI sta correndo veloce e amplificando i suoi affari per accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa e blindare partnership di sistema con il gotha dell’industria tecnologica statunitense. Il laboratorio-azienda di Sam Altman, già in via di transizione dallo status di non-profit a compagnia con profitti calmierati (capped) per gli azionisti, sogna ora il grande salto nel 2026: avviare il percorso verso l’Ipo borsistica e puntare a sbarcare a Wall Street con una capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari.

Una capitalizzazione che la posizionerebbe nei primi dieci posti delle aziende più quotate e mirerebbe a attrarre con lo sbarco in borsa risorse tali da oscurare altre Ipo di successo come quelle di Alibaba (2014) e Saudi Aramco (2019).

Tra il dire e il fare c’è però di mezzo un vasto mare di incertezze, che hanno a che vedere soprattutto con la struttura del business della compagnia “madre” di ChatGpt e con quella del mercato dell’intelligenza artificiale in America.

Sul primo versante, OpenAI deve ancora arrivare a livelli di fatturato e flussi di cassa tali da sostenere le promesse fatte per l’espansione della capacità di calcolo in progetti come Stargate. Il gruppo, ha scritto il Wall Street Journal, «non ha ancora generato profitti. Il suo fatturato annuo è pari al 2% delle vendite di Amazon.com, 13 miliardi di dollari. Il suo futuro è incerto, a parte la speranza di inaugurare un’intelligenza artificiale divina che potrebbe aiutare a curare il cancro e trasformare il lavoro e la vita come li conosciamo. Eppure, è pieno di speranza ed entusiasmo». OpenAI ha preso impegni di spesa per almeno 1.000 miliardi di dollari per potenziare la sua infrastruttura di calcolo e le sue capacità di allenamento degli algoritmi. Alcuni affari mettono in campo cifre inimmaginabili per molti normali accordi business-to-business.

Con Oracle, OpenAI ha concluso una partnership da 300 miliardi di dollari, espandibile a 500 in quattro anni; con Microsoft ha chiuso un affare da 250 miliardi per l’uso della piattaforma Azure del suo maggiore azionista; inoltre, OpenAI si è impegnata a comprare chip e GPU Nvidia per 350 miliardi di dollari e chip personalizzati di Broadcom per 10 miliardi, oltre a servizi cloud Amazon per 38 miliardi. Forbes ha stimato in 1.400 miliardi di dollari gli impegni di spesa di Altman. Quasi centodieci volte il fatturato del gruppo! Si capisce che il trend rischia di non esser sostenibile se l’IA non esploderà a stretto giro nelle sue applicazioni.

Scavando in profondità, non possiamo non segnalare quanto scrive Ed Zitron nella sua newsletter Where’s your Ed At, in cui l’autore critico della presunta “bolla IA” mette in fila ulteriori promesse che rischiano di essere disattese. Per Zitron solo i tre data center programmati da OpenAI con AMD, Broadcom e Nvidia costeranno 100 miliardi di dollari nella seconda metà del 2026 e, inoltre, “OpenAI afferma di voler costruire 250 gigawatt di capacità entro il 2033, il che le costerà 10 trilioni di dollari, ovvero un terzo dell’intera economia statunitense dell’anno scorso”, in un contesto in cui “a febbraio, Goldman Sachs ha stimato che la capacità globale dei data center fosse di circa 55 GW. In sostanza, OpenAI afferma di voler aumentare di cinque volte tale capacità – una crescita organica negli ultimi trent’anni circa – da sola, e in otto anni”.

OpenAI potrebbe soffrire di gigantismo o di eccessiva ambizione, tanto da trasformare in un *flatus vocis* queste promesse di accordi? Plausibile, anche se il grande dettaglio è che su questa aspettativa legata all’IA l’intera architettura finanziaria USA sta cavalcando l’euforia e l’entusiasmo, spingendo gli indici ai massimi storici. E qui veniamo al secondo fronte, la reazione del mercato tecnologico all’evoluzione del gruppo di San Francisco.

Il New York Times ha ricostruito come spesso molti gruppi abbiano un giro d’affari circolare con la compagnia di Altman, in una partita di giro che vede gli investimenti di oggi pensati a garanzia del business di domani. Ad esempio, Nvidia finanzierà OpenAI con 100 miliardi di dollari in attesa che arrivino i maxi ordini di chip, Oracle costruirà data center per un valore paragonabile ai servizi che OpenAI le ha acquistato sul fronte del computing, AMD potrebbe entrare al 10% del capitale di OpenAI. Pochi stanno facendo commesse unilaterali su OpenAI. Tra questi, SoftBank, il fondo di Masayoshi Son che è stato con Altman e Larry Ellison di Oracle co-protagonista del varo di Stargate alla Casa Bianca alla presenza di Donald Trump a gennaio. Il fondo guidato dal magnate nipponico ha investito 40 miliardi di dollari in OpenAI e finanzierà data center per 100 miliardi.

Per ora, dunque, c’è una scommessa del sistema tecnologico-finanziario su una OpenAI diventata “too big to fail” e che sogna il boom borsistico dovendo ancora dimostrare però qualsiasi risultato realistico nel piano dell’economia concreta. Del resto, lo ha detto lo stesso Altman ad agosto: l’IA “potrebbe essere una bolla”. Un riferimento personale? Il giovane innovatore non ha specificato. Ma è difficile pensare ad altri indiziati, dati alla mano.