Nexi, la fine del governo Conte ha accelerato il suo declino. Ecco perché

Andrea Muratore

06/11/2023

Dopo la fine dell’era Conte, Nexi ha perso i due terzi del valore di mercato. Quale futuro per il gruppo nato come colosso italiano del paytech?

Nexi, la fine del governo Conte ha accelerato il suo declino. Ecco perché

Nexi è in crisi e i dubbi sul futuro del settore italiano ed europeo dei pagamenti digitali non aiuta a far chiarezza. Dopo che nel settembre 2020 il governo Conte II ha spinto per il completamento della fusione del player milanese dei pagamenti digitali con Sia per favorire la nascita di un attore comunitario leader nel settore sulla scia dell’asse tra Cassa Depositi e Prestiti e Intesa San Paolo poi replicato al fianco di Euronext nella cordata per Borsa Italiana, per Nexi sono iniziati i problemi. E ora l’organizzazione naviga nell’incertezza.

Nexi vittima della crisi del fintech

La crisi di Nexi, innanzitutto, si inserisce nel quadro generale della flessione delle società del fintech che erogano sistemi di pagamento digitali e disintermediati.

L’era Covid aveva segnato il decollo nella capitalizzazione di attori come Nexi, la francese Worldline e l’olandese Adyen. Queste aziende hanno beneficiato di uno dei pochi spillover europei del decollo borsistico dei campioni tecnologici della Silicon Valley Usa, attraendo investitori sempre più dinamici e strutturati.

Inizialmente si pensava che l’onda lunga dello shopping online diffuso durante la pandemia e dell’accelerata digitalizzazione dei pagamenti europei potesse trasformarsi in dinamica strutturale. Ne è emerso in realtà un sistema in cui la capitalizzazione era eccessivamente gonfiata ha portato in campo una corsa dei finanziatori a caricare le quote dei titoli di società come Nexi con investimenti sempre più strutturati e le aziende a emettere, al contempo, bond pregiati. Le aspettative di ricavi e utili ridotte nettamente rispetto al recente passato hanno nel 2023 creato uno shock. E dopo il tonfo di fine estate di Worldline, che in borsa ha bruciato il 60% per le aspettative di ricavi non sostenute e il conseguente sell-off, anche Nexi ha accelerato una crisi che, invero, covava da tempo.

La crisi di Nexi nel dopo-Conte

Ai tempi del suo governo, infatti, Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri avevano avuto un’attenzione particolare per il gruppo guidato da Paolo Bertoluzzo, favorendo con l’ingresso di Cdp (13,56%) e Poste Italiane (3,54%) nel capitale dell’azienda che andava verso la fusione con Sia la svolta sistemica verso l’aggregazione per un “colosso” europeo.

L’appoggio di Intesa San Paolo, in quest’ottica, era stato anche chiamato dall’esistenza di una serie di manovre governative volte a spianare la strada a una maggiore diffusione dei pagamenti digitali in Italia, con incentivi a esercenti e consumatori, che avrebbero di fatto favorito la spallata governativa per il business di Nexi-Sia.

L’acquisto di Sia e la parallela operazione Nets hanno poi dato al gruppo un onere debitorio superiore ai 5 miliardi di euro, il 56% in più rispetto al fatturato registrato nel 2022 dall’intero gruppo. Un fardello acuito un anno fa dall’uscita di Intesa, che col 5% del capitale garantiva stabilità puntellando con un nome di peso il capitale. L’asse costituito da Conte, Gualtieri e dall’ex ad di Cdp scelto da “Giuseppi”, Fabrizio Palermo, coordinato dall’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro è l’artefice di questa manovra che però è rimasta di fatto monca. E l’onere debitorio oggi preoccupa i fondi esteri che puntellano il capitale dopo l’uscita di Intesa: Hellman & Friedman, maggior investitore in termini relativi con il 19,9% (Usa); Mercury 9,4% (Uk); Eagle 6% (Usa); Ab Europa 4% (Lussemburgo); Gic Capital 2,1% (Singapore). Tutti questi attori sono stati attratti dal decollo di Nexi, che a inizio 2021 capitalizzava circa 20 miliardi di euro e vedeva il titolo viaggiare a poco meno di 20 euro ad azione.

Dal giugno 2021, poco dopo l’avvicendamento di Palermo con Dario Scannapieco voluto da Mario Draghi che ha chiuso l’era Conte in Cdp è iniziato un calo accelerato poi dai problemi operativi: Nexi ha comunicato ricavi al +8% nella semestrale diffusa a agosto che però hanno poco soddisfatto chi si aspettava un balzo a doppia cifra; inoltre, la crisi di Worldline ha diffuso un clima orientato al sell-off su tutto il settore. La fine del riferimento politico chiave a Palazzo Chigi e un orientamento negativo del mercato hanno spinto il titolo a prezzarsi a circa 6 euro ad azione con una perdita dei due terzi del valore azionario negli ultimi due anni. Ora si parla di possibile cessione del gruppo. La presenza del capitale internazionale apre a un attore che sembrerebbe interessato: l’immancabile, silenzioso gigante Usa Kkr, già attivo su Tim e desideroso di fare shopping nel mondo tecnologico italiano. E se così fosse Nexi potrebbe essere scalata a un prezzo ben più accessibile di quanto sarebbe stato due anni fa. Prima della fine del sogno di gigantismo del colosso italiano dei pagamenti.