Netflix, Disney+ e il modello della TV di una volta. Lo streaming si sta auto-sabotando?

Pasquale Conte

20 Giugno 2026 - 16:17

Tra pubblicità invasiva, cataloghi sempre più spezzettati e tanti abbonamenti, il mondo dello streaming è sempre più affine a quello della TV via cavo.

Netflix, Disney+ e il modello della TV di una volta. Lo streaming si sta auto-sabotando?

Era il 22 ottobre 2015 quando Netflix faceva il suo esordio in Italia e sembrava potesse rappresentare una nuova era per il mondo dell’intrattenimento. Una piattaforma di streaming unica, con un singolo abbonamento e un catalogo ricchissimo di film, serie TV e documentari. Poi sono arrivate Prime Video, Disney+, Infinity+, HBO Max e via discorrendo.

La concorrenza è aumentata, i diritti hanno segmentato i vari cataloghi, i costi degli abbonamenti sono andati crescendo ed è stata inserita la pubblicità. Un modus operandi che ricorda molto quello del tanto attaccato sistema della TV via cavo.

Oggi per seguire film, serie TV, documentari e i propri sport preferiti, si arrivano a pagare cifre esorbitanti ogni mese. I cataloghi sono incompleti e i contenuti spariscono o migrano da un servizio a un altro regolarmente. Con il 2026 ormai giunto alla sua metà, sembra che le piattaforme di streaming si stiano auto-sabotando.

Il ruolo della pubblicità invasiva

Partiamo da un elemento abbastanza eloquente e che mi ha fatto pensare al fatto che ormai non ci siano troppe differenze tra piattaforme di streaming e TV via cavo. Ossia il ritorno della pubblicità. Nel 2023 Netflix ha introdotto il suo primo piano con inserzioni, che sembrava essere un compromesso ragionevole. Paghi di meno, in cambio di qualche spot qua e là.

Oggi è tutto cambiato. Il piano con pubblicità conta oltre 250 milioni di spettatori attivi e rappresenta la strategia principale di Netflix per aumentare i ricavi. Secondo quanto raccolto da WARC, i guadagni da spot nei soli Stati Uniti della piattaforma sono cresciuti del 13% nell’ultimo trimestre del 2025 e le previsioni parlano di un fatturato che supererà i 3 miliardi di dollari nel 2026.

Questo cosa vuol dire? Che Netflix sta guadagnando più dalla pubblicità che dalla qualità del suo catalogo. La questione più grave non è tanto la qualità dello spot secondo me, quanto il modello che viene replicato. Ormai tutte le principali piattaforme hanno introdotto pubblicità nei loro abbonamenti, con prezzi tra i 5,99 e i 6,99 euro al mese.

E se vuoi mantenere la visione senza pubblicità, devi pagare cifre che partono da 13 euro mensili. È un po’ come il modello della televisione tradizionale, il livello base pieno di pubblicità e quello a pagamento per avere la TV via cavo.

I cataloghi che si restringono

Un altro fenomeno abbastanza recente è quello che ha portato alla riduzione dei cataloghi disponibili. Questa è una strategia di mercato precisa, che vede le piattaforme messe nella posizione di dover scegliere se rinnovare o meno una licenza quando scade.

Ormai ogni giorno migliaia di film e serie TV scompaiono per spostarsi altrove. Magari ti sei abbonato per vedere un film a maggio e già a giugno non lo trovi più. Un aspetto frustrante per molti, me compreso, e che ti porta a doverti abbonare a un altro servizio.

Questo ha anche un impatto psicologico importante. Alla fine non paghi più per un servizio definito, ma per accedere a un insieme di contenuti che cambia quotidianamente.

L’inganno dei bundle

Visto il problema della frammentazione, sempre più piattaforme stanno introducendo i cosiddetti bundle, ossia pacchetti che raggruppano più servizi in uno solo. A primo impatto può sembrare una scelta intelligente, ma in realtà è un intervento che peggiora il problema.

In Francia c’è Canal+ che aggrega Netflix, Apple TV+, Paramount+, HBO Max, BeIN Sports, OCS e Disney+ con un solo canone mensile, a seconda del pacchetto scelto. Stessa cosa in Italia con TIMVISION, che propone pacchetti con Disney+, Netflix, DAZN e la sua piattaforma proprietaria.

Cosa c’è di negativo? In primis, spesso questi bundle richiedono contratti lunghi di almeno 12 mesi, senza la possibilità di disdire quando si vuole. E poi tutti i pacchetti inseriti nel bundle quasi sempre sono abbonamenti standard, senza la qualità Premium di visione. Quindi stai pagando di più per accedere a versioni lite dei servizi.

E poi anche dal punto commerciale, i bundle non sono altro che il modo perfetto per fare ancora più soldi. Alla fine stai isolando in un ecosistema tutti i tuoi servizi, con meno possibilità di uscirne. Un po’ come faceva Sky in Italia con i pacchetti obbligati di canali.

La frammentazione economica

L’aspetto più critico in assoluto di tutto questo fenomeno è forse la frammentazione economica. Quanti abbonamenti servono davvero? Prendiamo per esempio Netflix, che propone tre abbonamenti: Standard con pubblicità, Standard senza pubblicità e Premium. Se a questo aggiungiamo Disney+ con i suoi tre abbonamenti, Prime Video e magari un servizio specializzato come HBO Max, arriviamo facilmente a 40-50 euro di spese al mese.

Cosa ti ricorda questa cifra? Esattamente quello che spendevi per un abbonamento Sky completo fino a 15-20 anni fa. Ma forse adesso è anche peggio, perché prima almeno avevi tutto in una piattaforma.

Ora invece vuoi guardare una serie TV e devi andare su un servizio, poi hai voglia di un film e devi cambiare, poi ti dimentichi dove si trovava quel documentario che ti eri segnato e via dicendo.

Questo è il classico caso di frammentazione economica che replica il modello della Pay TV tradizionale. Con l’unica differenza che devi gestire password, abbonamenti, cataloghi diversi e rinnovi automatici che magari ti dimentichi anche.

La risalita della pirateria

In un contesto dove gli utenti sono stanchi di spendere cifre esorbitanti per 3-4 piattaforme diverse, c’è un fenomeno che sembrava in crisi e ora sta tornando di prepotenza: la pirateria.

Nel giro di pochi anni, lo scenario dello streaming si è trasformato radicalmente. Ora tra IPTV, siti illegali e download non consentiti, il numero di utenti che usufruisce di contenuti senza pagare è cresciuto esponenzialmente. Cosa che non succedeva, anche per mancanza di strumenti pratici, con la TV via cavo.

Ovviamente non ti sto inducendo a passare alla pirateria, anzi devi evitarla in ogni modo. Rischi infatti pesanti sanzioni di tipo civile o addirittura penale, per risparmiare poche decine di euro.

Sto più che altro cercando di ragionare per capire come mai la pirateria è cresciuta così tanto. Forse anche per colpa del mondo dello streaming? Probabilmente sarebbe più utile intervenire per regolamentare le piattaforme in abbonamento, cercando di imporre limiti agli aumenti dei canoni e provando ad apporre normative per la condivisione dei diritti, così da avere cataloghi meno dispersivi con prezzi più chiari.

Invece per ora la strada sembra rimanere quella del “terrorismo psicologico”, con spot e campagne ad hoc che avvertono gli utenti a non affidarsi mai alla pirateria. Sta davvero funzionando?

Il prezzo psicologico della scelta

Mettendo un attimo da parte l’aspetto puramente economico di questa tendenza, affrontiamo un altro tema di cui forse ancora non si parla abbastanza. Ossia il prezzo psicologico di dover scegliere.

Con la TV, tutto era più semplice. C’erano dei canali fissi, una programmazione chiara, pacchetti che sceglievi in base alle tue preferenze e le tue serie TV sempre disponibili. Oggi può sembrare più noioso, ma sicuramente aiutava.

Pensa a quanto potere ti ha dato lo streaming e cerca di capire se è veramente un vantaggio. Devi fare delle scelte costanti, dalla piattaforma a cui abbonarti a quella da rinnovare, passando per le disdette, l’eventuale upgrade per il 4K e via dicendo.

È una posizione che può risultare estenuante, soprattutto quando entra in gioco la FOMO (Fear of Missing Out). C’è una serie TV di cui stanno parlando tutti su Netflix? Devo abbonarmi. La mia squadra preferita ricomincia a giocare in Serie A? Paghiamo DAZN. Il mio amico mi ha consigliato un film su HBO Max? Sottoscriviamo un altro contratto.

Quando ai tempi bastava dire: “C’è la partita? Metto su questo canale. Domani inizia il mio show preferito? Imposto un promemoria dal telecomando”. Tutto più comodo, senza segreti o prezzi che variano, non dovendosi ricordare di più contratti attivi e con un’offerta unica uguale per tutti.

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