Donald Trump si è insediamento da una settimana alla Casa Bianca ma i cambiamenti che vuole apportare alla superpotenza americana sono evidenti.
In politica estera, il tycoon, da buon business man, promuove una visione del mondo mercantilistica distante dall’universalismo dei democratici e neocon, fatta di competitor commerciali e rivali strategici (come Russia e Cina) ma non di nemici esistenziali, come ad esempio Joe Biden aveva inquadrato la Federazione russa.
Ciò significa che per Trump un accordo è possibile con tutti, anche con i rivali, abbandonando del tutto la contraddittoria e stucchevole idea di un mondo diviso in maniera manichea tra democrazie e autocrazie. In questo contesto, la vera perdente è l’Europa.
Una nuova Yalta senza l’Europa
In un articolo pubblicato su La Verità, Riccardo Ruggeri immagina una futura «Yalta» senza l’Europa, dove il confronto armato sarà sostituito da logiche economiche e di business. Ruggeri sottolinea come il capitalismo politico-economico diventerà il modello dominante, guidato da autocrazie come Cina e Russia. L’Europa, secondo l’autore, rischia di restare marginalizzata se continuerà a puntare su negoziazioni bilaterali, poiché solo unita potrà competere con le grandi potenze globali.
Ruggeri osserva inoltre che il mondo si sta dirigendo verso un equilibrio globale diverso, in cui il capitalismo sarà il fulcro delle relazioni internazionali, lasciando spazio a una «pace economica» che sostituirà le vecchie dinamiche di conflitto.
Perché l’Europa sarà la prima a essere danneggiata dalla visione di The Donald? Perché gli Stati europei si comportano da vassalli e il presidente Usa li tratterà come tali. Il caso della Danimarca nella diatriba sulla Groenlandia è emblematico. La premier danese Mette Frederiksen ha recentemente sottolineato l’importanza per gli Stati Uniti di riconoscere il ruolo di alleato affidabile che la Danimarca ha sempre svolto, dichiarando: «Penso sia importante che tutti negli Stati Uniti ricordino quanto la Danimarca sia stata un buon alleato, non solo ora, in relazione alla spinta russa in Europa, ma anche storicamente.» Tuttavia, su X, l’analista Trita Parsi ha osservato che insistere sull’essere un “buon stato vassallo” non sarà efficace, poiché è proprio questa percezione da parte di Donald Trump che lo porta a sentirsi a suo agio nel esercitare pressioni sulla Danimarca.
«Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?» diceva Henry Kissinger. Donald Trump la vede allo stesso modo, e reputa l’Ue un’organizzazione inefficace e inefficiente. Preferirà dunque il rapporto one-to-one, le relazioni bilaterali con i singoli Paesi.
Basta guerre infinite
Il cuore dell’agenda di sicurezza nazionale di Donald Trump è il rifiuto delle «ridicole guerre infinite», che rappresenta una rottura netta con l’approccio tradizionale della politica estera repubblicana. Durante il suo primo mandato, molti consiglieri per la sicurezza nazionale consideravano la sua visione pericolosa e spesso ostacolavano la sua agenda.
Ora, tuttavia, il partito è tutto dalla sua parte. Per quanto riguarda il principale rivale degli Usa, la Cina, Trump è noto per la sua retorica dura e le azioni contro Pechino sul fronte commerciale ed economico. Durante il suo primo mandato, ha avviato una rumorosa guerra commerciale contro Pechino e ha minacciato di imporre tariffe del 60% sulle importazioni cinesi in un eventuale secondo mandato. La sua posizione si basa sulla convinzione che la Cina abbia danneggiato economicamente gli Stati Uniti attraverso il furto di proprietà intellettuale, pratiche commerciali sleali, la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero e attività di spionaggio.
Tuttavia, come nota The National Interest, Trump non cerca uno scontro generale con la Cina. È riluttante a intensificare inutilmente le tensioni di sicurezza o a provocare conflitti armati. Pur mantenendo una politica di deterrenza verso l’aggressività cinese, non ha interesse a iniziare una guerra con Pechino, rimanendo coerente con il suo rifiuto delle «guerre infinite» a livello globale.