Movimento 5 stelle, no al doppio mandato: ecco chi dice addio al Parlamento

Chiara Esposito

23 Luglio 2022 - 19:18

condividi

I destini dei parlamentari pentastellati si scontrano con la volontà di Grillo. Nell’ultimo video sul suo blog il leader se la prende anche con Di Maio.

Movimento 5 stelle, no al doppio mandato: ecco chi dice addio al Parlamento

Ritorno sulla scena politica per Beppe Grillo. Il fondatore del M5S rispolvera le vecchie abitudini e pubblica un video di 5 minuti sul suo blog dal titolo «Un cuore da ragioniere».

Con questa mossa, oltre a imporsi nuovamente alla guida del partito, l’ex comico ribadisce un punto cardine della sua ideologia, la legge dei due mandati. Nel filmato infatti parla con estrema convinzione la necessità di rendere questa strategia partitica una vera e propria legge di Stato così come, a suo giudizio, dovrebbe accadere anche per i cambi di casacca. Con questa mossa però molti dei suoi parlamentari saranno mandati a casa e si inizia già a delineare la lista degli esclusi.

Fisiologicamente si registrano perciò alcuni malcelati dissapori interni anche se i commenti più taglienti e negativi sono quelli di Grillo stesso rivolti però a Luigi Di Maio dopo la sua «diserzione». Con l’appellativo «cartelletta», l’attacco morale va a segno con notevole clamore.

No al doppio mandato: Grillo vorrebbe una legge

Dire no al doppio mandato è una rivendicazione ideologica che il fondatore del Movimento sa di poter portare avanti avendo il coltello dalla parte del manico; essendo il detentore del simbolo del partito, che va presentato entro il 21 agosto per correre alle elezioni, non c’è fisiologicamente tempo e spazio di manovra per aspiranti «golpisti».

Restando fedele a questi principi ed ergendoli a capisaldi della propria linea, Grillo quindi parla chiaro e sgancia la bomba sul futuro del movimento: non intende ricandidare ben 49 dei suoi parlamentari. Oltre alle fisiologiche necessità numeriche imposte dal taglio dei seggi c’è di certo la percezione della discesa a picco del gradimento degli elettori verso il Movimento. La scelta più saggia per non perdere totalmente la faccia dopo la disfatta quindi è ripartire dalla base, puntare sui valori storici e provare a immettersi nella campagna elettorale anche se la strada è più che altro una ripidissima salita.

Riconoscendo peraltro le pochissime chance dei pentastellati, Grillo stesso dice «possiamo essere morti tra 15 giorni, non lo so», è cruciale puntare sulla coerenza e per veicolare con vigore questo fattore ideologico è necessario sventolarlo come bandiera d’appartenenza. Il fondatore lo fa quindi con queste parole:

«So che questi nostri due mandati sono la luce nella tenebra, sono l’interpretazione della politica in un nuovo modo, come un servizio civile. Sia io che Casaleggio quando abbiamo fatto queste regole non l’abbiamo fatto per ’l’esperienza’, per andare avanti, ma perché ci vuole una interpretazione della politica in un nuovo modo».

Grillo contro Di Maio: offese e attacchi morali

Questa visione di cui parla il leader però da qualche settimana non appartiene più a Luigi Di Maio, una figura che ha catalizzato la rabbia di Grillo anche in questa comunicazione video.

Con il furore di un sonoro quanto classico Vaffa, il fondatore spiega come l’allontanamento del ministro degli Esteri e le tante altre defezione in realtà siano proprio dovute a questa legge sui due mandati. Nel disprezzo generale arriva poi a ribattezzarlo «Gigino ’a cartelletta» precisando l’origine di questo curioso appellativo:

«C’è gente che fa questo lavoro, entra in politica per diventare poi una «cartelletta». Gigino «a cartelletta» ora è là che aspetta il momento di archiviarsi in qualche ministero della Nato. Ed ha chiamato con sé decine e decine di cartellette che aspettano come lui di essere archiviate a loro volta in qualche ministero».

I destini dei volti noti

In questo quadro di astio e conflitto possiamo anche delineare nel dettaglio i nomi dei pentastellati tagliati fuori delle aule di palazzo Madama e di Montecitorio. A nulla sono serviti gli appelli alle deroghe o alle «mini deroghe» di Giuseppe Conte e dei suoi. Lo stesso Conte in questo panorama, è evidente, ha un ruolo pressoché irrilevante tant’è che da giorni ripete:

«Beppe su questa regola non cede».

Prendendo insomma forma questo approccio integralista si vedono rispediti al mittente Alfonso Bonafede, ben conscio del finale di carriera e pronto quindi a tornare in tribunale e al suo studio legale Bonafede & Partners, così come Paola Taverna e Vito Crimi che però da settimane si fanno vedere quasi tutti i giorni nella sede del partito per cercare di convincere il leader a cambiare idea.

Tra gli esclusi insoddisfatti si conta anche il nome Roberto Fico, terza carica dello Stato da presidente della Camera, mentre tra chi saluta il seggio senza astio ci sono invece Giulia Grillo e Danilo Toninelli. Da grillini doc i due hanno affermato che non avrebbero voluto la deroga nemmeno per loro.

Restano in sella invece Virginia Raggi, che dovrebbe ottenere un collegio a Ostia visti i buoni posizionamenti ottenuti nella zona a ottobre 2021, e Chiara Appendino che dovrebbe ricevere la candidatura nella città di Torino.

Cattive notizie infine per chi continua a pensare al nome di Alessandro Di Battista visto che i pronostici non lo danno in lista. L’aggiornamento più probabile per Conte invece è quello che lo vede a Roma candidato al Senato (collegio plurinominale).

Iscriviti a Money.it