La campagna elettorale piena di sogni di Javier Milei è giunta al compimento con la vittoria al ballottaggio del candidato del partito anarco-capitalista La Libertad Avanza contro il peronista Sergio Massa con oltre il 55% dei voti. Dal 10 dicembre l’ex manager della consulenza, tribuno televisivo, economista con incarichi accademici minori e, dal 2021, deputato della destra ultra-libertaria in economia e conservatrice sul fronte sociale si insedierà alla Casa Rosada.
Sogni e cospirazioni: l’agenda Milei
Cosa potrà cambiare, per il Paese-chiave del Cono Sud, da qui al prossimo quadriennio? Milei propone essenzialmente quattro svolte politiche, due interne e due esterne. Sul piano interno: abbattere tutti i vincoli del sistema statale nazionale e dollarizzare l’economia. Sul fronte internazionale: mettere in campo una diplomazia occidentalista volta a favorire l’ascesa di forze affini con l’esempio di una percepita “rivoluzione” e spingere contro l’ascesa della Sinsitra in America Latina
Secondo i politologi argentini Bernabé Malacalza e Juan Gabriel Tokatlian la visione politica di Milei è radicata nel cospirazionismo come modo di vivere la politica, essendo ogni dichiarazione sostenuta dall’idea di una battaglia dialettica in un mondo in cui si ritiene “esistano forze del male che cospirano su scala globale – e regionale – contro le idee supremi del bene, che solo il leader illuminato conosce e difende”.
Milei e la prova del governo
L’internazionale che si ritiene cospirante contro le forze vive dell’Argentina è intesa includere una congrega complessa di forze ascritte al campo “socialista”. Entro cui Milei ha fatto rientrare Papa Francesco, l’amministrazione Usa di Joe Biden e ovviamente il Partito Giustizialista e l’ex presidente Alberto Fernandez. Oltre ovviamente ai leader sudamericani, da Lula a Gustavo Petro. I quali hanno reagito diversamente ai fatti argentini: il capo di Stato del Brasile ha reagito con un gelido comunicato di accettazione dell’esito dell’elezione, non scegliendo però di disconoscere Milei come ha fatto Petro, all’attacco dell’estrema destra.
Lula, il grande pragmatico, il socialista che in Brasile non ha paura a governare con i referenti politici di Opus Dei e agro-business, forse conosce meglio di chiunque altro i trend politici dell’Argentina, Paese in cui è nato il realismo magico di Borges e Bioy Casares e in cui, dunque, anche la politica vive tra sogno e realtà. Tra promesse palingenetiche e realtà concrete che parlano di uno Stato a inizio Novecento incluso tra le prime dieci economie della Terra proprio per la sua proiezione economica nei settori agrario e alimentare e, sostanzialmente, in declino dall’epoca della Grande Guerra, che chiuse la sua personalissima Belle Epoque, a oggi. Juan Domingo Peron aveva capito il declinismo insito nella società argentina, provando a rispondere, da destra, con lo slogan “dove c’è un bisogno, c’è un diritto” alla crescente domanda di sicurezza della società. I suoi successori hanno provato o a rafforzare welfare e Stato sociale sfruttando le leve dell’estrattivismo di materie prime, come hanno fatto i governi peronisti del Partito Giustizialista, o a sdoganare riforme neoliberiste presentandole come palingenetiche.
L’eredità del passato
Milei si inserisce in questo filone. Alberto Fernandez aveva preso il potere sulla scia del fallimento del governo di destra di Mauricio Macri. Roberto Lampa, docente di economia all’Università di San Martin di Buenos Aires, ha definito su Jacobin come decisiva per il tracollo di Macri lo sdoganamento della sanatoria per il rientro dei capitali “più grande della storia del capitalismo (110 miliardi di dollari)” tra il 2018 e il 2019. Le Grand Continent, invece, ricorda che oggi i peronisti perdono perché “la pandemia ha peggiorato la crisi economica e ha portato a una situazione in cui 6 bambini su 10 vivono al di sotto della soglia di povertà. È diventato molto difficile convivere quotidianamente con l’inflazione: quest’anno è pari o superiore al 110%. Le richieste del Fondo Monetario Internazionale di attuare politiche economiche ortodosse e il debito ereditato dal governo di centrodestra di Mauricio Macri sono alla radice della difficile situazione dell’Argentina”, a cui Fernandez non ha posto freno.
Per questa ragione il mondo si è finora mostrato decisamente tiepido e attendista sul successo di Milei. Innanzitutto, perché lo attende alla prova dei fatti. Ad esempio, Macri propone una politica estera ostile all’ingresso dell’Argentina nei Brics decretata da Fernandez e a favore della dollarizzazione dell’economia al posto del peso. Ma nell’ultimo anno le riserve di dollari sono crollate, nel Paese, di un quarto: da oltre 44 a 33 miliardi.. Tutto questo mentre l’economia è in crisi e a luglio l’Argentina ha dovuto spendere 7,5 miliardi di dollari per non dare default nel maxi-programma da 57 miliardi, il più grande della storia, decretato dal Fmi per sostenere Buenos Aires nel 2018.
La prova della realtà
Milei dovrà come prima cosa fare i conti con questo dato di fatto concreto. Un leader occidentalista non può fare a meno, in quest’ottica, degli Usa che ritiene governati da una congrega socialista nemica della sua ideologia, ispirata dalle idee di filosofi come Ayn Rand. Dovrà fare i conti con i governi europei, di destra come di sinistra. E più del suo “sovranismo liberista” forse potranno tornare utili i suoi contatti al World Economic Forum, regista di quella “agenda di Davos” da lui avversata a parole perché iper-progressista e a suo avviso incentrata sull’annullamento dell’individuo, ma ai cui lavori ha più volte partecipato come capo economista di Corporacion America. Dovrà mantenere i contatti con partner commerciali e creditori, dalla Cina all’Italia, con la quale la comunanza ideologica con Giorgia Meloni, perlomeno sull’identità conservatrice, poco conterà alla prova delle vere sfide: gli sblocchi dei pagamenti per le importazioni argentine dall’Italia sospesi per la crisi economica.
Gli spazi maggiori di manovra saranno sulle questioni bandiera: il sostegno sperticato a Israele, la volontà di spostare l’ambasciata argentina a Gerusalemme, l’idea di riempire l’Argentina di armi da fuoco sulla scia della destra americana e del Brasile bolsonarista. Battaglie identitarie ma di piccolo cabotaggio. In un Paese dove, fino a prova contraria, chi governa davvero sono l’Fmi e la sua agenda. Eccezion fatta per partiti di opposizione e dalle scarse connotazioni democratiche come lo spagnolo Vox, ad esempio, in Europa, ove maggiori sono spesso le ricadute e le dialettiche dei voti latinoamericani, nessuno ha ancora speso una parola di esaltazione per il nuovo corso dell’Argentina. Legato a un ciclo di sogni che si alternano tra ascese improvvise e impatti brutali con la realtà in un sistema politico tra i più schizofrenici, ma al contempo prevedibili, del pianeta.