Klaus Davi racconta come la ’ndrangheta abbia radicato il proprio potere in Italia, trasformando Milano nella capitale dell’omertà mafiosa.
Scrittore, imprenditore e giornalista d’inchiesta, Klaus Davi ha costruito negli anni un rapporto diretto, spesso scomodo, con i territori e i protagonisti della criminalità organizzata. Un metodo fondato sul racconto sul campo, andando a bussare alle porte dei boss e provando a rompere quel muro di silenzio che rappresenta uno degli strumenti più efficaci del potere mafioso.
Tra le sue iniziative più discusse c’è quella promossa nel 2017, quando ideò una mappa delle “stazioni della ’ndrangheta” da affiggere nella metropolitana di Roma, indicando i nomi dei principali esponenti dei clan presenti nella Capitale, compresi Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro, considerati al vertice della cosiddetta diarchia criminale romana. Un’operazione comunicativa che, secondo quanto emerso successivamente dalle indagini, aveva provocato forte preoccupazione all’interno delle cosche.
Davi è stato ospite della nuova puntata di Money Talks, dedicata alla presenza della ’ndrangheta, ai suoi affari e alla capacità di infiltrarsi nell’economia e nella società italiana. Un’intervista senza filtri, nella quale si parla di droga, riciclaggio, calcio, colletti bianchi, rapporti con le fonti e limiti del sistema antimafia.
Il passaggio più rilevante riguarda Milano. Secondo Davi, infatti, mentre l’attenzione pubblica continua a concentrarsi soprattutto su territori come Rosarno e San Luca, è nel capoluogo lombardo che bisogna cercare una delle manifestazioni più profonde e meno raccontate del potere mafioso. “Milano è la vera capitale dell’omertà mafiosa”, afferma, denunciando quello che definisce “l’abbraccio della classe dirigente milanese con le cosche di ’ndrangheta”, alimentato dalla cocaina e dal reinvestimento dei capitali illeciti.
Ma ridurre tutto al denaro sarebbe un errore, in quanto la ’ndrangheta è molto di più: è un linguaggio, un sistema di relazioni, come pure una forma di potere capace di produrre consenso, offrire protezione, risolvere problemi e imporsi come punto di riferimento nei territori.
“Non è solo una questione di soldi”, sottolinea. Per comprenderla davvero, quindi, serve osservare il modo in cui comunica e costruisce reputazione, riuscendo così a diventare parte della società che dovrebbe combatterla.
La ’ndrangheta è un linguaggio
Per Klaus Davi, la ’ndrangheta esercita il proprio potere anche attraverso la comunicazione. “L’omicidio è un linguaggio, la minaccia è un linguaggio, l’intimidazione è un messaggio”, spiega durante l’intervista rilasciata a Money.it.
In questo sistema rientra anche l’omertà, che consente alle cosche di stabilire ciò che può essere raccontato e ciò che deve restare nascosto. È per rompere questa regola che Davi ha scelto di andare direttamente nei territori, incontrando i protagonisti presentandosi davanti alle abitazioni dei boss con una telecamera.
“Bussare alla porta vuol dire rompere con l’omertà”, afferma, attraverso un metodo che punta a sottrarre alla criminalità il controllo del racconto pubblico, mostrando persone e vicende che il territorio è abituato a non nominare.
Milano, nuova capitale dell’omertà mafiosa
Secondo Klaus Davi, il racconto della ’ndrangheta continua a guardare troppo spesso verso Rosarno e San Luca, mentre una parte decisiva del suo potere si è ormai radicata nel Nord. Il punto più delicato riguarda Milano, che come anticipato è stata definita “la vera capitale dell’omertà mafiosa”.
Nel capoluogo lombardo le cosche trovano un mercato rilevante per la cocaina e possono contare su relazioni che favoriscono il reinvestimento dei capitali illeciti. Davi richiama soprattutto il ruolo dei colletti bianchi e denuncia “l’abbraccio della classe dirigente milanese con le cosche di ’ndrangheta”, che passa attraverso servizi finanziari e disponibilità di denaro.
Un esempio arriva dalle inchieste sulle curve di Inter e Milan. È proprio intorno al tifo organizzato, infatti, che ruotano introiti legati ai biglietti, al merchandising e alla droga, ma per Davi la posta in gioco riguarda soprattutto il consenso. Entrare nelle curve consente ai clan di ottenere prestigio, oltre che influenza su migliaia di persone.
È qui che emerge il paradosso indicato dal giornalista: nella città della moda, della finanza e dei grandi marchi, alcune frange del tifo avrebbero cercato proprio il “brand mafioso”. Un segnale di quanto la presenza delle cosche abbia ormai superato il confine degli affari criminali, entrando nell’immaginario e nelle relazioni sociali della città.
Gli affari della ’ndrangheta in Italia
Ampliando i confini a tutta Italia, quali sono gli affari della ’ndrangheta? La cocaina resta una delle principali fonti di guadagno, anche se negli ultimi anni le cosche calabresi devono confrontarsi con organizzazioni albanesi sempre più forti nel narcotraffico.
Secondo Klaus Davi, la ’ndrangheta ha progressivamente assunto un ruolo di coordinamento e intermediazione, gestendo i rapporti con i fornitori sudamericani e lasciando ad altri gruppi una parte delle attività operative.
I capitali accumulati attraverso la droga vengono poi trasferiti nell’economia legale, con il denaro che passa attraverso società, attività commerciali, servizi finanziari e investimenti realizzati anche fuori dall’Italia, dove le indagini incontrano maggiori ostacoli. Davi richiama in particolare le difficoltà che i magistrati italiani devono affrontare quando i flussi raggiungono Paesi come la Svizzera e la Germania, nei quali gli strumenti di contrasto risultano meno incisivi.
Una parte di queste ricchezze ha origini lontane: diversi patrimoni riconducibili alle cosche risalgono agli anni precedenti alle guerre di ’ndrangheta e non sono mai stati ricostruiti completamente. Si tratta di disponibilità economiche accumulate per decenni, successivamente reinvestite e trasferite attraverso operazioni difficili da individuare.
Per Davi, gli affari della ’ndrangheta prosperano poi nel punto d’incontro tra economia criminale e società legale visto che il denaro “sporco” ha bisogno di intermediari e imprese disposte a favorirne la circolazione. È in questo passaggio che la presenza mafiosa smette di apparire come un corpo estraneo e riesce a confondersi con il funzionamento ordinario dell’economia.