MES, il sangue con cui «firma» la premier è lo stesso usato nei film dell’orrore. Finto

Mauro Bottarelli

24 Dicembre 2022 - 13:00

La possibilità di aderire al fondo sanitario scade il 31 dicembre. Meloni ha quindi solo certificato un pericoloso dato di fatto. In compenso, aprendo alla ratifica dopo quella data, non nega il TPI

MES, il sangue con cui «firma» la premier è lo stesso usato nei film dell’orrore. Finto

La Manovra è passata all’esame della Camera dopo la solita, coreografica maratona notturna pre-natalizia. Ora, qualche giorno in famiglia e il 27 toccherà al Senato assolvere al suo compitino. Medesima modalità, medesime polemiche. L’esercizio provvisorio appare scongiurato. E questa, di per sé, potrebbe apparire una buona notizia. Ma lo è, in realtà?

Stante la messe di emendamenti infilati nella Manovra con modalità a dir poco da sotterfugio e con il favore delle tenebre, forse l’impossibilità di spesa che vada oltre quella corrente sarebbe stata in realtà una salutare dieta ferrea per i nostri conti. Certo, il Paese avrebbe patito. La recessione si sarebbe rivelata più dura, stante l’impossibilità formale di garantire sostegni per mezzo di scostamenti e ricorso al deficit e offrire garanzie statali a pioggia. I servizi offerti ai cittadini, poi, avrebbero subito un colpo mortale. Tagli lineari nel pieno dell’emergenza.

E qui, apparentemente, casca l’asino. Perché al netto di una certa mitomania presenzialista, se Carlo Calenda è arrivato ad affermare pubblicamente quanto segue,

forse un fondamento di realtà esiste davvero. Altrimenti, Palazzo Chigi avrebbe smentito alla velocità della luce. Perché quel firmo con il sangue proferito dalla presidente del Consiglio nel salotto televisivo di Bruno Vespa rispetto al non accesso dell’Italia al Mes ancora risuonava nell’aria. Insomma, stando al leader del Terzo polo (e corteggiatore del governo), la premier è assolutamente conscia dello stato pre-comatoso della sanità italiana ma, nonostante tutto, pare pronta ad affrontarne le conseguenze, pur di non darla vinta all’Europa e non ritrovarsi con lo stigma politico del cappio di Bruxelles prima delle regionali di febbraio.

Parliamoci chiaro: siamo nella medesima modalità del dibattito alla Camera sulla Manovra. Una pantomima. E lo dimostra questa immagine:

Strappo tratto dal regolamento attuativo del MES originario Strappo tratto dal regolamento attuativo del MES originario Fonte: ESM/UE

il MES sanitario e la relativa domanda di accesso scadono il 31 dicembre prossimo. Fra una settimana. Quindi, appare chiaro come il wishful thinking in tal senso di Carlo Calenda fosse ormai lettera morta da tempo, un mero esercizio di stile. A meno di un incredibile cambio di passo e l’inizio di una trattativa fra Roma e Bruxelles per variarne i termini. Questa sì, impossibile. Persa questa opportunità, stante le condizionalità già presenti oggi nei confronti dell’Europa e ben palesatesi in sede di dettatura propria della Manovra in discussione, ecco che Giorgia Meloni ha buon gioco a dire che l’Italia non accederà al MES.

Semplicemente perché il MES in quanto tale e nella forma attuale non esisterà più. Si tramuterà infatti in una sigla-ombrello, esattamente come l’APP rispetto ai programmi di Qe, la quale garantisce modalità e fondi al nuovo veicolo di emergenza. Ovvero, il TPI, il cosiddetto scudo anti-spread. Quello che prevede acquisti mirati di debito del Paese che ne faccia richiesta in cambio di condizionalità. Queste sì, davvero stringenti. Senza la ratifica del MES, la quale necessita dell’unanimità fra i Parlamenti dei Paesi membri, il TPI non può nascere, essendone creatura di diretta emanazione.

E la premier è stata estremamente chiara, pur nel suo essere paradossalmente e volutamente fumosa: l’Italia non esclude quella ratifica, esclude l’accesso. Dichiarazione che ha senso solo verso il MES sanitario, quello a scadenza a fine anno. Ma totalmente priva di significato operativo nel momento in cui si ragiona a partire dal 1 gennaio 2023. Quel giorno, muore il capitolo pandemico del Meccanismo di stabilità e si attende la ratifica italiana del MES riformato per salutare appunto la nascita ufficiale del TPI. A cui nessuno ha detto no a prescindere.

Anche perché con circa 500 miliardi di debito da rifinanziare nel 2023, nessuno può dire cosa accadrà. Perché tutto sta nelle mani della Bce. E della strategia che sarà necessario assumere nel contrasto all’inflazione. La quale, ad esempio, sta riservando delle sorprese. Non tanto nei dati ufficiali, quanto a livello di prezzature di mercato. Quelle che in realtà contano. Il BTP Italia emesso per la clientela retail a novembre, quello che dovrebbe schermare proprio dal rischio di un trend dei prezzi in overshooting su lungo termine, già oggi a livello di prezzo risulta decisamente meno conveniente per chi lo detiene rispetto al pari durata a cedola fissa. Un guaio.

Tradotto, il mercato sconta un’inflazione in netto calo e in tempi molto più brevi di quanto quell’emissione indicizzata incorporasse. Cosa significa questo per la politica monetaria della Bce? Stop anticipato? O policy error calcolato, quasi a voler stimolare una recessione come unico strumento davvero efficace e rapido di fronte a prezzi gonfiati soprattutto dal comparto energetico? Perché, però, stante l’accordo sul price cap e il conseguente crollo delle valutazioni del gas ad Amsterdam?

Lo mostrano queste immagini:

Controvalori e andamento delle esportazioni di gas LNG statunitense Controvalori e andamento delle esportazioni di gas LNG statunitense Fonte: Bloomberg
Comunicato con cui la Freeport annuncia un ulteriore rinvio nell'export di LNG Comunicato con cui la Freeport annuncia un ulteriore rinvio nell’export di LNG Fonte: Freeport

se infatti a operare una pressione ribassista sulle valutazioni ci aveva pensato il rinnovato slancio delle esportazioni Usa di gas liquefatto, tornato ai livello pre-incidente alla Freeport dello scorso giugno, ecco che proprio ieri la medesima leader del settore prendeva carta e penna e ritardava per l’ennesima volta il ritorno alla normale operatività dell’hub texano per le esportazioni. Da metà dicembre alla seconda metà del gennaio 2023. Qualcuno sta preparandosi - saggiamente - a uno scherzetto speculativo di fine inverno?

Insomma, Giorgia Meloni ha promesso il nulla. Sapendo che questo è ciò che ha in dote. Rischio minimo, massima resa a livello comunicativo ed elettorale nel breve termine. Perché l’orizzonte temporale di quella dichiarazione è chiaramente rappresentato solo dalle regionali di metà febbraio. Certamente non la legislatura. Paradossalmente, le parole della presidente del Consiglio ci dicono che Roma sa di aver quasi esaurito il tempo per la ricreazione a sua disposizione. Ora occorre mettersi a lavorare. Seguendo regole e onorando promesse. Quelle firmate da Mario Draghi.

Altrimenti, al netto di quello stock monstre di debito da rifinanziare nel 2023, il no al MES bagnato dal sangue simbolico del governo svelerà il suo inganno implicito: si passerà infatti direttamente dalla ratifica del nuovo Fondo alla richiesta di attivazione del TPI. Paradossalmente, magari proprio a causa dell’esplosione del sistema sanitario denunciata da Carlo Calenda. E che sarebbe stata evitabile attivando il MES sanitario. A quel punto, sarà nuovamente 2011. Esattamente ciò che Giorgia Meloni non vuole. Ma che qualcuno, forse, le ha volutamente lasciato in dote.