Il Lussemburgo sta iniziando a dare fastidio ai suoi vicini europei

Alessandro Nuzzo

17 Marzo 2026 - 19:43

Il Gran Ducato si sta opponendo alla creazione di un’autorità di vigilanza comune sui mercati azionari e diversi leader europei minacciano di proseguire lo stesso.

Il Lussemburgo sta iniziando a dare fastidio ai suoi vicini europei

Il Lussemburgo dice no alla proposta dell’Unione Europea di creare un’autorità di vigilanza comune sui mercati azionari, mentre gli Stati membri favorevoli minacciano di proseguire comunque con il progetto, anche senza l’approvazione dei Paesi dissidenti.

Il piano comunitario è chiaro: rafforzare l’integrazione delle economie europee attraverso il mercato unico e il progetto dell’«Unione del risparmio e degli investimenti». L’obiettivo è favorire una migliore circolazione del denaro dei risparmiatori, così da sostenere la crescita delle imprese europee ed evitare che i capitali restino fermi sui conti correnti.

I principali promotori dell’iniziativa sono Francia e Germania, che hanno esortato i 27 Stati membri a raggiungere un accordo entro il prossimo giugno. Secondo questi Paesi, convogliare i risparmi e gli investimenti dei cittadini europei, spesso inutilizzati e immobilizzati nei conti bancari, potrebbe generare benefici significativi per lo sviluppo economico. Tuttavia, il piano incontra una forte resistenza, in particolare da parte di Lussemburgo e Irlanda, che dal punto di vista fiscale e finanziario rappresentano importanti hub europei e gestiscono ingenti masse di capitale.

La questione più delicata riguarda l’istituzione di un’autorità di vigilanza sui mercati finanziari a livello europeo. Attualmente, infatti, ogni Stato dispone di una propria autorità nazionale che supervisiona la Borsa e i mercati. L’obiettivo della Commissione europea è quello di ampliare i poteri dell’ESMA (Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati), con sede a Parigi, che oggi svolge prevalentemente un ruolo di coordinamento tra le autorità nazionali. In futuro, questa potrebbe essere trasformata in un vero e proprio organismo centrale di vigilanza.

Il progetto ha ricevuto il sostegno anche dell’Italia

Il progetto ha ricevuto il sostegno non solo di Francia e Germania, ma anche di altre grandi economie europee come Spagna, Polonia, Paesi Bassi e Italia. Per Bruxelles, dotarsi di un’unica autorità di vigilanza rappresenta un passaggio fondamentale per rafforzare il finanziamento delle imprese europee, che soffrono una carenza di capitali rispetto ai concorrenti statunitensi e asiatici.

Tuttavia, per essere approvata, la riforma richiede l’accordo degli Stati membri, che al momento non c’è. Paesi come Irlanda e Lussemburgo temono di essere penalizzati e si mostrano poco inclini ad accettare il progetto. Il ministro delle Finanze lussemburghese, Gilles Roth, ha dichiarato che trasformare l’ESMA in un organismo centralizzato non contribuirebbe a rafforzare il mercato unico. Secondo Roth, sarebbe preferibile migliorare la vigilanza a livello nazionale, piuttosto che creare una nuova struttura che rischierebbe di aumentare burocrazia e costi. Una posizione condivisa anche dal suo omologo irlandese, Simon Harris, che ha definito non necessario un nuovo organo di controllo centrale.

Perché Il Lussemburgo non è favorevole

Nelle ultime settimane, però, diversi leader europei hanno assunto una posizione più decisa, arrivando a minacciare che, se le resistenze dovessero persistere, si procederà comunque con la riforma anche senza il consenso unanime. In questo caso, si ricorrerebbe alla cosiddetta «cooperazione rafforzata», un meccanismo previsto dai trattati europei e utilizzato raramente, che consente ad almeno nove Paesi di avanzare insieme in determinati ambiti, anche senza l’adesione di tutti gli Stati membri.

Paesi come il Lussemburgo restano contrari a questa riforma anche perché il settore finanziario rappresenta una componente centrale della loro economia. In particolare, il Granducato gestisce enormi masse di fondi e trae vantaggio dal proprio ruolo di hub finanziario europeo.

Questi Stati temono che, con un maggiore controllo a livello europeo perderebbero peso decisionale, vedrebbero ridursi la propria autonomia, il loro settore finanziario potrebbe essere penalizzato e aumenterebbero burocrazia e costi.

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