Lo spread sul BTP scende. Ma il 2026 potrebbe essere meno roseo

Tommaso Scarpellini

29/12/2025

Lo spread si contrae mentre le fragilità restano. Tra rendimenti in risalita, debito elevato e squilibri europei, il quadro che emerge è meno lineare di quanto sembri.

Lo spread sul BTP scende. Ma il 2026 potrebbe essere meno roseo

Lo spread scende, i titoli festeggiano, il rischio sembra dissolversi.
Ma siamo sicuri che il messaggio sia davvero quello giusto?

Quando un indicatore diventa improvvisamente rassicurante dopo anni di tensioni, vale sempre la pena chiedersi se stia segnalando una reale trasformazione strutturale o solo una tregua statistica. Il punto non è lo spread in sé, ma ciò che lo muove. Ed è proprio lì che il quadro per il 2026 potrebbe farsi meno lineare di quanto oggi venga raccontato.

Cos’è lo spread BTP-BUND e perché conta davvero

Lo spread BTP-BUND rappresenta la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani a 10 anni e gli equivalenti titoli tedeschi. In termini tecnici, è una misura del premio per il rischio sovrano che il mercato richiede per detenere debito italiano rispetto a quello considerato privo di rischio nell’area euro. Non è un numero politico, né un giudizio morale. È un differenziale di rendimento che incorpora aspettative su inflazione, sostenibilità fiscale, stabilità istituzionale e credibilità macroeconomica.
Quando lo spread scende, il messaggio superficiale è che il rischio Italia diminuisce. In realtà, la lettura corretta richiede sempre di scomporre il movimento nelle sue due componenti fondamentali: il rendimento del BTP e quello del BUND. Senza questa distinzione, si rischia di attribuire al miglioramento italiano ciò che potrebbe invece essere una fragilità tedesca.

Spread ai minimi pluriennali: cosa significa davvero

Negli ultimi mesi lo spread BTP-BUND si è riportato su livelli che non si vedevano da anni. Un dato che, preso isolatamente, appare rassicurante e che ha alimentato una narrativa di normalizzazione del rischio sovrano italiano. Tuttavia, un’analisi più tecnica mostra come questa contrazione non sia stata trainata da un forte calo dei rendimenti italiani, bensì da un aumento più rapido e pronunciato dei rendimenti del BUND.
In altre parole, il differenziale si è ristretto perché la Germania ha perso parte del suo status di ancora assoluta di stabilità, non perché l’Italia abbia completato un processo di convergenza strutturale. Il rendimento reale tedesco è salito in modo significativo, riflettendo una combinazione di stagnazione economica, pressione fiscale futura e revisione delle aspettative sul ruolo della spesa pubblica.

Il ruolo dei rating e i limiti della narrativa positiva

È vero che l’Italia ha beneficiato di un miglioramento del giudizio da parte di alcune agenzie di rating, tra cui Standard & Poor’s e Moody’s. Questi upgrade hanno contribuito a stabilizzare la domanda di BTP, ampliando la platea di investitori istituzionali potenzialmente interessati.
Tuttavia, i rating misurano la solvibilità attesa nel medio periodo, non la sostenibilità di lungo termine del debito. E su questo fronte, il quadro italiano resta strutturalmente fragile. Con un rapporto debito PIL intorno al 135%, l’Italia continua a essere uno dei Paesi più indebitati del mondo sviluppato. Un livello che limita fortemente la capacità di assorbire shock macroeconomici senza tensioni sui rendimenti.

Debito, crescita e l’effetto transitorio del superbonus

Una parte della narrativa positiva sull’Italia è stata sostenuta da una crescita economica superiore alle attese nel post pandemia. Tuttavia, questa crescita è stata in larga misura drogata da misure fiscali straordinarie, in particolare il Superbonus edilizio. Una manovra che ha avuto effetti immediati e concentrati soprattutto sul settore delle costruzioni, ma con un impatto macroeconomico aggregato molto meno strutturale di quanto spesso si racconti.
Il punto critico è che questo tipo di stimolo non riduce il debito, lo redistribuisce nel tempo. Quando l’effetto fiscale svanisce, resta il peso del finanziamento. E se la crescita reale non accelera in modo endogeno, il rapporto debito PIL tende a stabilizzarsi su livelli elevati, rendendo il Paese vulnerabile a qualsiasi inversione delle condizioni finanziarie.

La vera variabile nascosta è la Germania

Gran parte della compressione dello spread è spiegabile osservando ciò che sta accadendo in Germania. L’economia tedesca sta attraversando una fase di difficoltà strutturale, tra crisi industriale, transizione energetica costosa e perdita di competitività esterna. Il BUND, da sempre benchmark di sicurezza, oggi incorpora premi per il rischio più elevati rispetto al passato.
Ma cosa accadrebbe se nel 2026 la Germania iniziasse un percorso di normalizzazione economica? Una ripresa ciclica, accompagnata da una politica fiscale più credibile e da una stabilizzazione industriale, potrebbe riportare domanda sul debito tedesco e comprimere i rendimenti del BUND. In quel caso, a parità di rendimento del BTP, lo spread tornerebbe ad allargarsi.

Le implicazioni per il 2026 e il rischio di offerta

Un aumento dello spread non sarebbe necessariamente il segnale di una crisi imminente, ma rappresenterebbe comunque un elemento di tensione nel breve periodo.
Inoltre, la politica monetaria della Banca Centrale Europea rimane un’incognita. Il supporto indiretto al debito sovrano non è più garantito come negli anni passati, e il mercato è tornato a prezzare il rischio in modo più selettivo tra Paesi core e periferici.

Quindi?

Lo spread basso non è una promessa: è una fotografia temporanea. Ignorarne la composizione significa fraintendere il messaggio che il mercato sta davvero inviando. Il 2026 potrebbe riportare dinamiche meno favorevoli, non per un improvviso deterioramento italiano, ma per un riequilibrio europeo più ampio. Comprendere questi meccanismi non serve a creare allarmismo, ma a leggere il rischio con lucidità, senza farsi sedurre da numeri rassicuranti solo in apparenza.