Lo conferma l’OCSE. L’immigrazione ha contribuito in modo significativo alla crescita economica dei Paesi più ricchi

Alessandro Nuzzo

25 Giugno 2026 - 21:20

Uno studio OCSE che sarà presentato la prossima settimana ha pochi dubbi: i paesi ricchi che hanno accolto più immigrati negli ultimi 35 anni hanno avuto più benefici economici.

Lo conferma l’OCSE. L’immigrazione ha contribuito in modo significativo alla crescita economica dei Paesi più ricchi

Uno studio dell’OCSE, che sarà presentato la prossima settimana al forum della Banca centrale europea a Sintra, in Portogallo, è destinato a far discutere. La ricerca, condotta su decine di Paesi sviluppati, arriva a una conclusione netta: le economie più ricche che negli ultimi 35 anni hanno accolto più immigrati hanno ottenuto benefici economici significativi e, in molti casi, dispongono ancora di margini per assorbire lavoratori stranieri.

I dati sono molto precisi: un aumento degli immigrati pari all’1% della popolazione di un Paese è associato a una crescita del Pil dell’1,2% per dipendente nell’arco di cinque anni e dell’1,9% in dieci anni. Una parte rilevante di questo effetto passa attraverso l’aumento degli investimenti, che l’arrivo di forza lavoro aggiuntiva tende a stimolare.

Il numero di immigrati arrivati nei Paesi OCSE dall’esterno della comunità è passato da circa 25 milioni nel 1990 a 100 milioni nel 2024. Nello stesso periodo, la crescita naturale della popolazione in molti Paesi sviluppati è diventata negativa. Secondo lo studio, fino a un terzo della crescita della produttività in Paesi come Spagna, Italia e Regno Unito negli ultimi 25 anni può essere ricondotto all’immigrazione.

In Spagna, dove la quota di immigrati nella popolazione è aumentata di 15 punti percentuali, il contributo stimato è di 28 punti percentuali su una crescita complessiva del Pil pro capite del 75%. Nel Regno Unito, con un aumento della quota di immigrati di 10 punti percentuali, l’immigrazione avrebbe contribuito per circa 19 punti percentuali su una crescita totale del 60%.

La situazione in Italia

Per l’Italia, le conclusioni dello studio si intrecciano con un quadro demografico tra i più critici d’Europa. Tra il 2023 e il 2060, la popolazione italiana in età lavorativa diminuirà del 34% e, con l’attuale ritmo di crescita della produttività, il Pil pro capite potrebbe calare dello 0,67% all’anno. Un risultato che, cumulato su più decenni, equivarrebbe a una perdita di circa 20 punti percentuali rispetto ai livelli attuali.

Eppure l’Italia resta uno dei Paesi OCSE con il tasso di migrazione netto più basso: 0,11, contro una media OCSE di 0,46, lo 0,82 della Spagna e l’1,5 dell’Austria. Non si tratta, dunque, di un’invasione, ma di un flusso limitato. Portarlo allo 0,61%, cioè alla media del quarto superiore dei Paesi OCSE, potrebbe valere 0,17 punti percentuali di Pil pro capite in più ogni anno.

I lavoratori stranieri già presenti contribuiscono in misura tutt’altro che marginale: nel 2024 hanno generato circa il 9% del Pil italiano e hanno sostenuto il sistema previdenziale attraverso contributi fiscali regolari. La crescita dell’occupazione straniera nello stesso anno è stata del 7,8%, nettamente superiore a quella della componente italiana. I residenti nati all’estero sono passati da 1,3 milioni nel 2001 a 5,3 milioni nel 2024.

Il problema dell’Italia, quindi, non è soltanto il numero di immigrati, ma soprattutto la qualità della loro integrazione nel mercato del lavoro. I migranti restano in larga parte concentrati in mansioni a bassa qualificazione, agricoltura, edilizia, logistica, cura alla persona, con scarsa mobilità verso occupazioni più qualificate. Anche quando possiedono titoli di studio elevati, il sistema italiano fatica a valorizzarne competenze e professionalità.

Secondo uno studio basato su un modello strutturale calibrato su tre economie europee, riforme mirate all’integrazione produttiva dei lavoratori stranieri potrebbero generare per l’Italia tra 5 e 12 miliardi di euro di gettito fiscale aggiuntivo ogni anno.