L’Europa contro Meta: l’economia della sorveglianza verso il declino?

Walter Ferri

08/01/2023

Meta è stata multata per la sua gestione di Facebook e Instagram, tuttavia questa sanzione potrebbe sviluppare in UE importanti conseguenze amministrative.

L’Europa contro Meta: l’economia della sorveglianza verso il declino?

Nel 2018, il debutto del regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) in Unione Europea prometteva di creare uno shock sistemico che avrebbe dovuto stravolgere il mondo del digitale fino alle sue fondamenta. Nell’arco di cinque anni qualcosa è effettivamente cambiato, ciononostante molte delle imposizioni legate al codice UE vengono regolarmente disattese, soprattutto da quelle aziende che si dimostrano più influenti e che possono quindi permettersi di sopportare anni di processi e di indagini. Mercoledì 4 gennaio qualcosa sembra però essere cambiato: le autorità europee hanno bersagliato Meta con provvedimenti severi, imponendo all’impresa tech di mettere a norma le sue modalità di raccolta dei dati nel giro di tre mesi.

Il grande scoglio dell’Irlanda

Per comprendere quanto questa rivoluzione rappresenti una svolta storica, bisogna prendere atto del vitale ruolo che l’Irlanda si è volente o nolente accattivata all’interno del ramo giuridico che veglia sull’industria tecnologica. Secondo il GDPR, la vigilanza sulle eventuali violazioni perpetrate dalle aziende digitali cade infatti in seno a quelle nazioni che ne ospitano le sedi amministrative. Complice un panorama esattoriale particolarmente favorevole alle imprese, l’Irlanda ha finito negli anni con l’ospitare una fetta sostanziale delle Big Tech presenti sul suolo Europeo, con il risultato che la Data Protection Commission (DPC) di Dublino si è fatta carico di un lavoro dalle proporzioni importanti, arenandosi.

L’Irish Council for Civil Liberties (ICCL) ha stimato che dal 2018 al 2021 il DPC abbia risposto solamente al 2% dei casi importanti a lei sottoposti, una statistica contestata dai burocrati irlandesi, i quali hanno dichiarato che nell’arco di tempo preso in analisi siano state risolte il 65% delle denunce. L’86% di queste sotto forma di “risoluzioni amichevoli”, ovvero si sono chiuse per concessione delle aziende stesse. Ufficialmente, l’inefficienza del Data Protection Commission è causata da una carenza di organico sistemica e che non è mai stata sanata, tuttavia sussistono elementi che portano a pensare la nazione si sia trovata in una posizione di conflitto di interessi , legando indissolubilmente la propria condizione economica al favore e alla soddisfazione delle Big Tech. Un indizio di tale lettura lo si può riscontrare quando, nel 2016, la Commissione UE aveva condannato Apple a restituire all’Irlanda 13 miliardi di euro di imposte non versate: all’epoca era stata la stessa Dublino a fare ricorso contro l’Unione pur di favorire l’importante azienda tecnologica.

Compresa la situazione, i vari Paesi Membri aggirano l’ignavia irlandese facendo leva come possono sulla più obsoleta ePrivacy Directive, tuttavia questo codice non è in grado di sostituirsi integralmente al GDPR, quindi certi elementi sostanziali sono comunque rimasti a lungo impantanati in un limbo irlandese dalle scarse prospettive. Uno degli argomenti che si è irrimediabilmente incastrato nella macchina burocratica è quello della raccolta e della gestione dei dati da parte di Meta, azienda che tra Facebook, Instagram e Whatsapp vanta un tesoretto di utenti da cui carpire una quantità virtualmente infinita di informazioni.

Da Max Schrems in poi

Nel 2018, appena entrato in vigore il GDPR, l’avvocato austriaco Max Schrems ha prontamente imbracciato le armi messegli a disposizione dalla legge per chiedere che l’impresa fondata e guidata da Mark Zuckerberg si attenesse ai binari legali che determinano quali siano le regole attraverso cui somministrare al pubblico europeo le pubblicità mirate. Meta ha cercato lungamente di dimostrare che i codici in questione si potessero prestare a un’interpretazione elastica, che gli utenti non dovessero essere sottoposti a una scelta consapevole, ma che bastasse il loro consenso informato a carpire le informazioni tutelate dall’UE. Nel frattempo documenti interni intercettati nell’aprile del 2022 da VICE hanno dipinto un’immagine scomoda per l’azienda, rivelando come la Big Tech avesse ben poco interesse ad adeguarsi alla legge, poiché il rinunciare alla profilazione dei suoi utenti finirebbe necessariamente a minare il ritorno economico garantitole dall’attività inserzionistica.

In relazione alla questione specifica, il DPC aveva deciso di multare Meta per una cifra a cavallo tra i 28 e i 36 milioni di euro, ma Bruxelles non era d’accordo ed è intervenuta per chiedere una punizione maggiormente severa, con il risultato che la sanzione è lievitata a un totale di 390 milioni di euro , 210 per Facebook e 180 per Instagram. L’impatto dell’UE si estende però ben oltre al lato puramente finanziario. La European Data Protection Board (EDPB), l’agenzia europea che si occupa della tutela dei dati da parte delle aziende, è entrata in aperto contrasto con la Data Protection Commission, sostenendo che il quadro contrattuale del consenso informato non potesse essere considerato valido e che l’azienda debba dunque sistemare le sue “operazioni di trattamento” nell’arco di tre mesi. O perlomeno congegnare qualche nuova scappatoia che le garantisca di preservare adamantinamente lo status quo intavolato nei suoi anni di attività.

“Siamo fortemente in disaccordo con la decisione finale del DPC, vista la natura dei nostri servizi siamo convinti di rispettare pienamente il GDPR nel basarci sulla necessità contrattuale per gestire gli annunci pubblicitari mirati«ha annunciato un portavoce di Meta.»Di conseguenza, faremo appello ai contenuti della decisione”. Ad avere il dente avvelenato è però anche la Data Protection Commission, la quale, vistasi forzare la mano, sostiene ora di voler trascinare l’EDPB davanti alla Corte di Giustizia UE lamentando che l’Unione Europea abbia di fatto oltrepassato i limiti della propria autorità. Parallelamente a Facebook e Instagram, la vigilanza europea dovrà prossimamente emettere una decisione anche per quanto concerne l’app di messaggistica Whatsapp, tuttavia l’impostazione che si sta venendo a delineare potrebbe tranquillamente influenzare anche ogni entità concorrente a quelle appartenenti all’ombrello di Meta. Le pubblicità mirate sono d’altronde il sostentamento principale di tutte le realtà aziendali di matrice social, da TikTok a Google, quindi il destino di questa specifica battaglia non potrà che influenzare anche tutte le decisioni legislative che saranno prese in futuro dalle istituzioni europee, delineando una prospettiva che potrebbe vedere il tramonto dell’economia della sorveglianza.