Con il freddo invernale in arrivo, tutti guardano al prezzo del gas che sale pericolosamente. Per l’Italia è particolarmente importante in quanto la gran parte delle centrali elettriche lo utilizza come combustibile.
Tutto il meccanismo dei prezzi dell’energia parte da quello del gas, anche perché in Europa abbiamo imitato il sistema che vale da decenni per il petrolio: c’è una quotazione ufficiale, quella del Gas TTF che si fa ad Amsterdam, frutto di variazioni che dipendono dalla offerta e dalla domanda, così come c’è un mercato a termine. Ma, in realtà, su questo “mercato” si contratta una minima parte delle quantità di gas che vengono immesse e consumate quotidianamente, da parte di operatori che hanno contratti a lungo termine.
Eppure, il riferimento al “prezzo ufficiale del gas” è divenuto determinante per la fissazione del “prezzo ufficiale dell’energia elettrica” che serve come riferimento per le forniture al dettaglio che contrattualmente rinviano a quest’ultimo per quantificare quanto si va a pagare in bolletta: c’è stato un periodo, soprattutto durante la crisi sanitaria per l’epidemia di Covid, in cui il rallentamento dell’attività produttiva ha fatto crollare la domanda di gas e di energia elettrica e correlativamente anche il loro “prezzo ufficiale”, a tutto beneficio dei consumatori mentre i loro fornitori si erano approvvigionati di gas con contratti a lungo termine a prezzi superiori.
Poi, dal 2022, per via della guerra in Ucraina e delle sanzioni comminate alla Russia, le forniture di gas in Europa hanno registrato difficoltà crescenti, che si riflettono sui prezzi. Ma già dalla primavera del 2021 c’era stata una fiammata delle quotazioni ufficiali di tutte le materie prime, che ha portato alle stelle le bollette elettriche. Il meccanismo ha così penalizzato i consumatori che non avevano contrattualizzato un prezzo fisso per la fornitura, rinviando al “prezzo ufficiale” di volta in volta determinato.
Ed è stata fuorviante l’idea che la semplice creazione di un mercato borsistico ufficiale sul quale scambiare il gas, fissando quotidianamente un prezzo anche per le diverse date di consegna, potesse in qualche modo stabilizzare i corsi: in realtà, tutto dipende da sistemi di fornitura che si sono sempre dimostrati estremamente aleatori. La crisi della Libia che risale al 2012, l’interruzione già in anni molto lontani delle forniture di gas russo che passava per l’Ucraina che pretendeva aumenti esorbitanti dei suoi prelievi a titolo di diritto di passaggio, così come le variazioni impreviste degli approvvigionamenti dal Kazakhistan, ed ora soprattutto le vicende belliche che hanno portato alla interruzione dei due gasdotti North Stream, hanno di volta in volta influito in modo rilevante sulle forniture e sui prezzi del gas.
L’idea di tornare all’energia nucleare ha implicazioni enormi per via degli interessi su cui va ad incidere: la stessa Francia, che pure ne aveva fatto un motivo di vanto e che pensava di avvantaggiarsene nell’ambito dei nuovi equilibri ambientali delineati dal Trattato di Parigi sul clima, ha sospeso da tempo la realizzazione di nuove centrali limitandosi alla manutenzione straordinaria di quelle in esercizio per allungarne la vita utile a sessant’anni. La Germania ha addirittura dismesso anticipatamente numerose centrali nucleari ancora in esercizio, pagando cospicue penali ai rispettivi proprietari, per passare al gas proveniente dalla Russia.
Ci sono poi i problemi relativi all’approvvigionamento dell’uranio arricchito, altro settore in cui la Russia detiene vantaggi rilevanti dal punto di vista tecnologico che influiscono sul prezzo praticato, talmente favorevole che numerose centrali americane lo utilizzano tuttora.
Dell’Italia, basta ricordare l’accordo fatto nel 2008, ai tempi di Berlusconi Sarkozy, per costruire una serie di centrali nucleari utilizzando la tecnologia francese di Areva, suscitando le ire della statunitense Westinghouse. Non solo i francesi avrebbero anche proceduto alla “messa a norma”, secondo le disposizioni dell’Unione europea, della centrale nucleare russa di Kaliningrad, ma partecipavano con l’Italia alla realizzazione del South Stream, che avrebbe portato il gas dalla Russia all’Italia per poi essere ulteriormente smistato. Naturalmente, non se n’è fatto niente: si pestavano troppi piedi.
Poi, un referendum popolare, indetto dopo il disastro di Fukushima, ha messo nuovamente una pietra tombale sulle nostre ambizioni. Ma anche il Giappone ha fatto marcia indietro, e sta ritornando al nucleare dopo lo shock subito.
La Cina ha in programma la costruzione di numerose centrali nucleari, e la Francia cerca da tempo di essere il partner industriale. Pure l’Egitto ha fatto un accordo con la Russia per un impianto.
In Italia si parla di “mini” centrali, di stazza ridotta, che potrebbero essere realizzate in fabbrica e poi installate sul luogo prescelto per farle funzionare.
In Italia si parla di energia da fusione, visti gli esperimenti in cui si è finalmente risusciti ad avere per qualche istate un bilancio energetico positivo: l’energia prodotta è stata superiore a quella necessaria per confinare il processo. Ma una prospettiva concreta sembra proiettata alla fine di questo decennio.
In Italia si parla.