C’è stata una rivoluzione politica, in Francia, silenziosa ma non per questo meno violenta di quella che l’Italia ha attraversato a partire dai primi anni Novanta, con una intera classe politica fatta fuori per via giudiziaria a causa degli scandali di Tangentopoli.
Non è colpa di un destino cinico e baro, se c’è instabilità politica ed il debito è fuori controllo: la cosiddetta “italianizzazione” della situazione francese è stata determinata da riforme volute per smantellare l’assetto di potere basato su una classe politica estremamente potente e consolidata nel tempo, dotata di un fortissimo consenso popolare da una parte ed in grado di gestire consistenti risorse finanziarie dall’altra.
Usando un linguaggio colorito: i politici francesi, in prevalenza i Gaullisti e Socialisti che erano allo stesso tempo deputati all’Assemblea nazionale e Sindaci delle Grandi Città, erano stati considerati come i Boiardi delle Partecipazioni statali italiane. Andavano dunque estromessi dalla vita politica e soprattutto andava abbattuto il loro sistema di potere basato sul maneggio di grandi risorse economiche, che garantiva il consenso delle clientele.
Il Macronismo, l’assetto politico che punta sul centrismo e che caratterizza la Francia dal 2017 dopo che Emmanuel Macron si era presentato all’improvviso come un candidato “né di destra, né di sinistra”, con un partito nuovo di zecca denominato En Marche: esattamente come fece nel 1994 Silvio Berlusconi con Forza Italia, una creatura politica fondata in pochi mesi, forte di un sostegno mediatico inusitato, che era riuscita ad assorbire il consenso centrista dopo il collasso dei partiti travolti dagli scandali di Tangentopoli.
Allo stesso modo, Macron è riuscito a sconvolgere il precedente assetto di potere basato sull’alternanza tra i due partiti, Socialisti ed Gaullisti, che riuscivano ad ottenere la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale per merito di un sistema elettorale basato su collegi uninominali, doppio turno di votazione e ballottaggio, che premiava i candidati che avevano raccolto il maggior numero di consensi escludendo in questo modo dalla competizione le formazioni minori e soprattutto le ali estreme dello schieramento.
È riuscito in questo intento, Macron, in quanto gli era stato possibile incidere sul sistema di potere che si era consolidato in precedenza, e dunque sulla formazione delle liste elettorali del 2017, escludendo i candidati tradizionalmente più forti, quelli che avevano un rapporto consolidato con i cittadini: i sindaci socialisti e gaullisti delle grandi città della Francia, quelli che garantivano una vera “rappresentanza della periferia” a Parigi, bilanciando un sistema altamente gerarchizzato e centralizzato basato sulla burocrazia ministeriale.
Si è ripetuto lo smantellamento del sistema di rappresentanza politica che era stato ottenuto in Italia con l’approvazione del referendum abrogativo del sistema delle preferenze multiple: l’obiettivo di Mario Segni, il leader democristiano che guidò la campagna a favore di questa svolta che incideva profondamente sulle relazioni tra elettori e sistema politico, era di smantellare il “sistema delle clientele”, l’assetto su cui si era basato il sistema di potere e di alleanze politiche che aveva al centro la DC.
Fatta eccezione per il PCI, dove vigeva una disciplina ferrea, negli altri partiti i vari candidati messi in lista si coalizzavano tra di loro per ottenere congiuntamente la preferenza nelle schede elettorali, sulla base di aggregazioni di elettori che venivano fidelizzati con ogni genere di promessa sulla base di accordi raggiunti a livello locale: erano delle vere e proprie cordate che costituivano le correnti politiche e garantivano il consenso espresso col voto.
Con l’eliminazione del sistema delle preferenze multiple nei collegi plurinominali per la elezione dei deputati, in Italia venne meno il legame strettissimo, fiduciario, tra elettori ed eletti.
Allo stesso modo, in Francia a partire dal 2017, un intero ceto politico è stato allontanato dal potere. Non bastava solo escludere i sindaci delle grandi città francesi dal potere: bisognava anche ridurre drasticamente i mezzi finanziari di cui disponevano, un vero e proprio fiume di risorse che garantiva il consenso elettorale.
Ed ecco che, sotto la Presidenza di Macron, a partire dal 2020 si è proceduto gradualmente alla eliminazione della Tax d’Habitation sulla residenza principale, esattamente come si fece in Italia dopo la decisione del governo Monti di applicarla su tutte le abitazioni.
In pratica, si è ridotta la pressione fiscale derivante dal venir meno di questo prelievo generalizzato sulle residenze di abitazione principale, facendo venir meno di circa 20 miliardi di euro annui di entrate che venivano girate ai Comuni ed alle altre collettività locali.
Secondo i dati dell’INSEE, queste entrate dei soli Comuni sono crollate dai 14,1 miliardi del 2019 ai 3,5 miliardi del 2024: un gettito compensato da altre erogazioni da parte del governo, ma sulla base di criteri molto eterogenei e “contrattati”.
Non è un caso che i Sindaci siano stati sempre molto contrari a questa riforma, e che per ben due anni di fila abbiano addirittura disertato l’aula in cui si teneva la riunione annuale della loro Associazione per non assistere agli interventi del Presidente della Repubblica.
A partire dalle elezioni politiche del 2022, la componente centrista non più ottenuto la maggioranza assoluta che aveva spuntato nel 2017: se i due partiti tradizionali, Socialisti e Gaullisti erano stati quasi completamente disintegrati, impedendo ai loro Sindaci di essere rieletti, la componente centrista non era riuscita a ripetere il successo della precedente tornata elettorale, avendo l’onere di governare ma non la maggioranza assoluta necessaria per varare i provvedimenti necessari per controllare il deficit.
Le conseguenze sul disavanzo dell’Amministrazione statale sono state immediate: mentre si era ridotto dai 79,6 miliardi del 2015 ai 67,8 miliardi del 2019, alla vigilia della epidemia di COVID, era poi schizzato a 154,9 miliardi nel 2020 per ritornare a 133,2 miliardi del 2022.
È da allora che i governi macronisti non sono più riusciti a controllare l’andamento del deficit, cresciuto a 153,7 miliardi nel 2023 e poi ancora a 154,1 miliardi nel 2024, anno in cui la componente centrista ha subito una forte sconfitta alle elezioni europee e non è riuscita ad ottenere la maggioranza assoluta neppure alle elezioni politiche anticipate che sono state indette subito dopo.
Il Governo di Gabriel Attal non aveva controllato la dinamica del bilancio del 2024, ed il governo di Michel Barnier si è arreso dopo pochi mesi, facendo approvare per il 2025 un bilancio di mera continuità con quello dell’anno precedente.
Il governo di Francois Bayrou, che aveva predisposto una manovra correttiva di 38 miliardi per il 2026 al solo fine di stabilizzare al 117% il rapporto debito/pil rispetto all’andamento di quest’anno, non ha ottenuto dall’Assemblea Nazionale la fiducia che aveva richiesto in proposito.
Si è dovuto necessariamente dimettere, ed ora è stato nominato come Primo Ministro Sebastién Lecornu, che in precedenza aveva ricoperto l’Incarico di Ministro delle Forze Armate.
La Francia è in mezzo al guado: un sistema di potere consolidato e fortemente radicato sul territorio, quello di Socialisti e Gaullisti, è stato abbattuto. Ma quello nuovo, centrista, non ha il potere di imporre la propria politica: le componenti politiche estreme, a sinistra con La France Insoumise ed a destra il Rassemblement National sono più forti che mai, come orsi usciti dal letargo.
La Francia sta imparando la lezione dell’Italia: scassare un assetto politico consolidato è molto più semplice che costruirne uno nuovo altrettanto stabile.