Le 5 azioni più vendute del FTSE MIB. Ma una sola è davvero da comprare

Gerardo Marciano

22 Maggio 2026 - 06:53

Cinque big italiani in caduta libera, una sola vera occasione nascosta. Quale dei flop del FTSE MIB merita davvero un posto in portafoglio nel medio e lungo periodo?

Le 5 azioni più vendute del FTSE MIB. Ma una sola è davvero da comprare

Una semestrale di Borsa è raramente solo una somma di numeri. È più spesso una mappa delle paure del momento, di chi è caduto in disgrazia, di chi è uscito di moda e di chi, magari, è stato venduto un po’ troppo in fretta. Sul FTSE MIB 40, gli ultimi sei mesi hanno disegnato proprio una mappa di questo tipo: cinque titoli pesanti che hanno scollinato in negativo mentre il resto del listino festeggiava banche, energia e difesa.

I nomi sono di quelli che non passano inosservati: Stellantis, Amplifon, Fincantieri, Iveco e Ferrari. Cinque storie completamente diverse, ognuna con una sua trama. C’è chi ha fatto i conti con una crisi industriale profonda, chi è precipitato dopo anni di crescita lineare, chi sta vivendo una trasformazione strutturale, chi è dentro un’operazione di mercato di portata storica e chi, semplicemente, ha pagato il dazio di valutazioni troppo generose.

Il punto interessante, però, non è raccontare il passato. È chiedersi se in questa lista di “sconfitti” ci sia qualcosa che il mercato ha venduto un po’ troppo in fretta. Perché le occasioni vere, in Borsa, raramente arrivano dai titoli che tutti adorano. Più spesso si nascondono fra quelli che, per qualche motivo, sono stati messi nell’angolo.

Stellantis: una crisi industriale tradotta in numeri

La storia di Stellantis è la più drammatica del gruppo. Il titolo viaggia intorno ai 6,74 euro a metà maggio 2026, dopo aver perso una quota molto significativa di valore in pochi trimestri. Dietro il crollo c’è una crisi industriale vera: la seconda metà del 2025 si è chiusa con 22,2 miliardi di euro di oneri di riassetto e una perdita netta tra 19 e 21 miliardi, conseguenza diretta della revisione dei piani prodotto, del rallentamento dell’elettrico e di un riposizionamento industriale particolarmente costoso.
Il dividendo 2026 è stato sospeso, e il gruppo ha annunciato l’emissione di obbligazioni ibride fino a 5 miliardi per sostenere la liquidità. I bilanci recenti sono quelli di un’azienda che sta letteralmente riscrivendo se stessa: gli utili per azione degli ultimi dodici mesi sono negativi, il P/E non è calcolabile e l’EPS TTM si attesta a -7,48 dollari. Non sono i numeri di una società in salute.

Il punto, però, è che il mercato non sta più valutando Stellantis come un produttore automobilistico globale. La sta valutando come una scommessa di rilancio. Il nuovo CEO Antonio Filosa ha indicato il 2026 come anno di svolta per il mercato statunitense, dove brand come Jeep, Ram e Dodge dovranno tornare a fare quote perse da tempo. Il consensus degli analisti di Wall Street colloca il target medio a dodici mesi intorno agli 11 dollari per azione, con un giudizio prevalente di “Moderate Buy” e una valutazione complessivamente etichettata come undervalued. La forbice resta larghissima, da meno di 6 a 15 dollari, segno che non c’è ancora un’idea univoca su come finirà.

Amplifon: dal mito della crescita all’ombra del downgrade

Amplifon è probabilmente la sorpresa più dolorosa del listino italiano. Il titolo che per anni è stato considerato un compounder difensivo, una storia di crescita lineare e prevedibile legata a un megatrend ineluttabile (l’invecchiamento della popolazione), si è ritrovato a perdere oltre il 45% da inizio 2026. Per anni gli investitori avevano accettato di pagare multipli da growth pur di stare dentro la storia degli apparecchi acustici. Adesso quel premio si sta sgonfiando.

Il paradosso è che i fondamentali, sotto la superficie, non sono affatto compromessi. Il primo trimestre 2026 ha mostrato ricavi a 579,8 milioni di euro, in crescita dello 0,8% a cambi costanti, con una crescita organica del 2,2% trainata in particolare dal mercato statunitense (+3%). L’utile netto adjusted è salito a 44,4 milioni, in aumento del 6,7%, mentre l’Ebitda adjusted ha toccato 141,8 milioni. La guidance per fine anno parla di una crescita organica oltre il 3%, in accelerazione rispetto al trend recente.

Sul fronte degli analisti il quadro è frammentato, ma in larga parte costruttivo. I target price oscillano tra i 14 e i 34 euro a seconda dei modelli di valutazione, con un consensus che indica potenziali rialzi superiori al 20% rispetto ai livelli correnti. Il mercato sta scontando, in altre parole, sia il deleveraging post acquisizione GN Hearing sia il dubbio che la crescita strutturale non sia più veloce come prima. Se la storia industriale tiene, il prezzo attuale sembra incorporare uno scenario molto severo.

Fincantieri: caduta del titolo, ascesa del business

Fincantieri è il caso più contraddittorio dei cinque. Il titolo è entrato nella lista dei peggiori del semestre, eppure i fondamentali raccontano un’azienda in piena fase espansiva. Il backlog ha toccato un livello record di 74,2 miliardi di euro nel primo trimestre 2026, con una visibilità sulle consegne che si estende fino al 2039. La società ha alzato la guidance per l’anno in corso, indicando ricavi tra 9,3 e 9,4 miliardi e un Ebitda tra 700 e 710 milioni.

Sul fronte difesa, il gruppo ha incassato il primo contratto della US Navy nell’ambito del programma Medium Landing Ship (LSM), con un’assegnazione iniziale da 30 milioni di dollari per ingegneria e procurement delle prime quattro unità. La costruzione dovrebbe partire entro fine 2026. Nei prossimi mesi sono attesi ulteriori 5 miliardi di euro di contratti in ambito difesa, tra cui cacciatorpediniere per la Marina Militare italiana, le unità LSM americane e programmi di esportazione navale verso Medio Oriente e altre aree.

Anche il consenso del mercato riflette questo quadro con prudenza ma in direzione costruttiva. Il target medio raccolto dalle principali case di analisi si colloca tra i 15 e i 18 euro, contro un prezzo di mercato intorno ai 13,7 euro. Il giudizio prevalente è “Outperform” e incorpora le aspettative legate all’attività cantieristica, all’esposizione difesa e al nuovo piano industriale. Il messaggio implicito è chiaro: la lettura prevalente è che il calo recente non sia coerente con la traiettoria operativa del gruppo.

Iveco: una caduta che è in realtà un saluto

Il caso Iveco merita una lettura completamente diversa dagli altri. Il titolo non è “sceso” nel senso classico del termine: si trova dentro un’operazione di mercato di portata storica. Tata Motors ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto sul gruppo a 14,10 euro per azione, per un valore complessivo intorno ai 3,8 miliardi di euro, escludendo il ramo difesa. La chiusura dell’operazione è attesa entro il terzo trimestre del 2026.

In parallelo, Leonardo ha chiuso il 17 marzo 2026 l’acquisizione delle attività di difesa terrestre di Iveco per 1,6 miliardi di euro in contanti. Nel perimetro trasferito al gruppo italiano sono entrati gli stabilimenti di Bolzano, Piacenza e Vittorio Veneto, oltre al portafoglio di programmi nazionali e internazionali sui veicoli tattici, logistici e blindati. Per chi guarda al titolo Iveco oggi, quindi, il quadro non è quello classico di “occasione di acquisto”, ma di special situation con un prezzo praticamente già fissato.
I principali target degli analisti riflettono questa realtà. La media si colloca intorno ai 19,90 euro, con range piuttosto compressi rispetto al prezzo dell’offerta. La logica di investimento qui non è di valore fondamentale di lungo periodo, ma di gestione del rischio di chiusura dell’operazione. Per un investitore retail, il margine di rendimento residuo è limitato e dipende interamente dalla regolarità del closing.

Ferrari: il prezzo dell’eccellenza

Ferrari è il caso più filosoficamente interessante. Non è caduta perché qualcosa è andato storto, ma perché tutto andava troppo bene. Il titolo aveva costruito multipli da brand di lusso assoluto, e la minima esitazione sui piani EV ha innescato una correzione che ha portato Wall Street e analisti europei a ricalibrare le aspettative. Eppure i numeri del primo trimestre 2026, comunicati il 5 maggio, restano sorprendenti.
L’Ebitda è arrivato a 722 milioni di euro con un margine del 39,1%, in crescita del 4% anno su anno reported e del 9% a cambi costanti. I ricavi hanno toccato 1,85 miliardi, sopra le attese di consenso a 1,81 miliardi. La guidance per il 2026 è stata confermata su tutti i parametri: ricavi a circa 7,5 miliardi, Ebitda adjusted di almeno 2,93 miliardi, EPS adjusted di almeno 9,45 euro. Il 25 maggio 2026 è previsto il debutto della Ferrari Luce, prima vettura completamente elettrica del Cavallino, attesa per circa il 5% delle vendite dell’anno.
Sul fronte EV, la società ha tagliato l’obiettivo 2030 dal 40 al 20% del mix di vendite, una decisione che il mercato ha letto sia come prudenza sia come ammissione di un problema di domanda nel segmento elettrico premium. Gli analisti restano comunque costruttivi: il consensus prevalente di Wall Street è “Strong Buy”, con un target mediano vicino ai 475 dollari e una forbice tra 406 e 572. Morgan Stanley, dal canto suo, ha tagliato il target europeo a 330 euro da 357, mantenendo un giudizio Equal Weight. La discussione sul titolo, ormai, ruota meno attorno alla qualità del business e più al multiplo giusto per pagarla.

La classifica: dal più sottovalutato al meno

Mettere in fila questi cinque titoli in ottica medio/lungo periodo non significa scegliere il “più sceso”, ma capire dove il prezzo attuale offre il miglior rapporto tra valore fondamentale, visibilità futura e margine di sicurezza. Ecco una possibile lettura, dal più interessante al meno.

1. Fincantieri. È il caso più paradossale. Backlog record, guidance rialzata, contratti difesa in arrivo, target degli analisti che indicano potenziali rialzi tra il 10 e il 30%. Il titolo è caduto in un momento in cui il business stava migliorando. Se la trasformazione industriale si conferma e i contratti difesa vengono finalizzati, il valore intrinseco dovrebbe riemergere con tempi relativamente prevedibili.

2. Amplifon. Il caso più “rotto” sul fronte sentiment, ma probabilmente il meno rotto sul fronte industriale. Crescita organica positiva, marginalità tenuta, megatrend demografico intatto. Il rischio di esecuzione legato all’integrazione GN Hearing è reale, ma a questi prezzi il mercato sta scontando uno scenario molto severo. Per un orizzonte di medio/lungo periodo, il margine di sicurezza è cresciuto sensibilmente.

3. Ferrari. Qualità impeccabile, ma valutazione ancora generosa. Il taglio dei target EV ha aperto una discussione sul giusto multiplo per un brand che continua a generare margini Ebitda vicini al 40%. Per chi crede nella tenuta della scarsità e del pricing power, l’attuale debolezza è un’opportunità più tattica che strutturale.

4. Stellantis. Il caso più speculativo. Sui prezzi attuali può funzionare come scommessa di rilancio, ma la visibilità è bassa, il dividendo è sospeso e la ricostruzione operativa non sarà breve. Adatto a chi cerca un’esposizione “deep value” con piena consapevolezza del rischio binario.

5. Iveco. Quinto posto non per i fondamentali, ma per la natura dell’investimento. Il prezzo è di fatto ancorato all’offerta Tata, e il margine residuo dipende dalla regolarità del closing e dal trattamento del ramo difesa già ceduto a Leonardo. È un titolo da gestire, non da costruirci una tesi di medio/lungo periodo.

Una nota finale, senza scorciatoie

Una classifica come questa non sostituisce un’analisi personale né una valutazione del proprio profilo di rischio. Vale la pena ricordare che i target price degli analisti sono indicazioni a 12 mesi, non profezie, e che le società in difficoltà industriale possono restare a sconto a lungo prima di esprimere il loro valore. Allo stesso tempo, i titoli più amati possono continuare a non offrire margine di sicurezza, anche quando la qualità del business è fuori discussione.

La parte più utile di questo esercizio non è scegliere il vincitore, ma capire perché ognuno di questi cinque nomi è arrivato a essere considerato un “perdente”. Spesso, dietro lo stesso segno meno, ci sono storie molto diverse. E proprio in quella differenza si nasconde la possibilità di distinguere un’occasione da una trappola.