In un mondo sempre più frammentato da tensioni geopolitiche, ridefinizioni delle alleanze economiche e crescente sfiducia nelle valute di riserva tradizionali, le banche centrali stanno silenziosamente ma con determinazione rafforzando le proprie riserve di oro.
Questo movimento strutturale, in corso da diversi anni e accelerato nel 2025-2026, sta ridisegnando le dinamiche del mercato del metallo giallo, creando un pavimento di domanda molto più solido di quanto molti investitori retail abbiano percepito finora.
Mentre i mercati finanziari continuano a navigare tra inflazione persistente, rischi di recessione e instabilità nello Stretto di Hormuz, gli istituti centrali – in particolare quelli dei paesi emergenti – stanno accumulando oro a ritmi sostenuti. Non si tratta di operazioni speculative legate al prezzo di breve termine, ma di una strategia di lungo periodo volta a diversificare le riserve, ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense e proteggere i bilanci nazionali da shock geopolitici e valutari.
Perché la Cina continua a comprare oro?
Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le proprie stime sugli acquisti di oro da parte delle banche centrali, fornendo un quadro che merita un’analisi approfondita per investitori e risparmiatori attenti alla preservazione del capitale. La revisione del modello di Goldman Sachs, emersa in una nota del 18 maggio 2026 firmata dagli analisti Lina Thomas e Daan Struyven, non rappresenta un semplice aggiustamento statistico, ma rivela una dinamica sotterranea più robusta di quanto il mercato avesse percepito negli ultimi otto mesi.
Da agosto 2025, i dati sul commercio britannico utilizzati dal modello della banca d’affari sottostimavano sistematicamente i flussi di oro in uscita dai caveau di Londra. La conseguenza è stata una correzione significativa: la stima mensile per marzo 2026 è passata da circa 29 tonnellate a 50 tonnellate, un aumento superiore al 70%. Proiettando questo trend, Goldman Sachs prevede una media di 60 tonnellate al mese per l’intero 2026, pari a circa 720 tonnellate annue. Questo dato si allinea con le rilevazioni indipendenti del World Gold Council, che ha registrato 244 tonnellate già solo nel primo trimestre dell’anno.
La People’s Bank of China continua a essere protagonista di questo movimento, con un acquisto di 8 tonnellate ad aprile – il più alto da dicembre 2024 – portando a 18 mesi consecutivi di accumulo. Ma non si tratta solo della Cina. Il fenomeno coinvolge un ampio fronte di banche centrali dei mercati emergenti, spinte da una logica strategica profonda: ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense e proteggere le riserve da rischi geopolitici che si sono acuiti negli ultimi anni.
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Perché questa domanda strutturale cambia il quadro per l’oro
La vera rilevanza della revisione di Goldman Sachs risiede nella natura diversa degli acquirenti sovrani rispetto agli investitori privati. Mentre i fondi, gli ETF e i risparmiatori retail reagiscono a variazioni di prezzo, inflazione attesa e condizioni di liquidità nel breve termine, le banche centrali operano su orizzonti pluriennali. Non devono rispondere a performance trimestrali né a margin call. Il loro acquisto è una forma di assicurazione strategica contro la frammentazione del sistema monetario internazionale. In questo senso, l’oro non è più soltanto un bene rifugio ciclico, ma sta assumendo un ruolo di asset di riserva alternativo in un mondo multipolare.
La persistenza di tensioni come quelle nello Stretto di Hormuz, le dinamiche tra Stati Uniti, Iran e Cina, e le preoccupazioni sulla sostenibilità fiscale occidentale rafforzano questa tendenza. Goldman Sachs sottolinea che gli sviluppi geopolitici recenti “probabilmente rafforzeranno la diversificazione”, confermando un interesse di fondo solido emerso anche da un loro sondaggio interno. Attualmente l’oro spot si attesta sopra i 4.545 dollari l’oncia, ben lontano dal massimo di quasi 5.600 dollari toccato a fine gennaio 2026.
Il calo recente è stato alimentato da costi energetici più elevati, che mantengono le pressioni inflazionistiche e riducono le aspettative di tagli aggressivi dei tassi da parte delle banche centrali. In questo ambiente, l’oro – che non produce rendimento – ha sofferto la concorrenza dei titoli di Stato e di un dollaro ancora relativamente forte.
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I rischi nel breve termine e le opportunità nel medio
Goldman Sachs mantiene il target di 5.400 dollari per fine 2026, un livello ambizioso ma coerente con le proiezioni di altre grandi istituzioni come UBS e ANZ. Tuttavia, gli analisti sono cauti sul breve periodo. L’oro può diventare “una fonte naturale di liquidità” per gli investitori privati in caso di stress sui mercati azionari o obbligazionari, ad esempio se le aspettative di crescita si indebolissero ulteriormente o se i tassi rimanessero elevati. Un sell-off degli investitori retail o istituzionali privati potrebbe quindi creare pressione ribassista temporanea, anche mentre le banche centrali continuano ad accumulare. Questo dualismo è cruciale per chi investe.
Da un lato, la domanda sovrana crea un pavimento strutturale più alto di quanto il mercato avesse prezzato. Dall’altro, la sensibilità degli investitori privati ai flussi di liquidità introduce volatilità. Gli inflow negli ETF gold nelle settimane recenti dimostrano che l’interesse non è scomparso, ma potrebbe invertirsi rapidamente in uno scenario di risk-off più marcato. Nel medio termine, invece, lo scenario è più costruttivo.
Goldman Sachs stima che 50 punti base di tagli della Federal Reserve nel 2026 potrebbero generare circa 120 dollari di supporto aggiuntivo per oncia solo attraverso gli ETF. Se le tensioni geopolitiche dovessero intensificarsi – dal Medio Oriente al Mar Cinese Meridionale – l’asimmetria di upside diventerebbe ancora più pronunciata. I paesi del Golfo, ad esempio, secondo la banca preferirebbero probabilmente liquidare Treasuries piuttosto che oro per difendere le proprie valute, un segnale ulteriormente positivo per lo status dell’oro come riserva.