La verità è che il prezzo dell’oro sta ingannando tutti

Tommaso Scarpellini

13/10/2025

Nel caos dei dazi e delle tensioni globali, l’oro sembra rifugio sicuro. Ma e se il vero rischio non fosse la guerra, bensì l’economia stessa?

La logica è semplice: Trump mette sotto scacco le borse con i dazi, Pechino risponde minacciando le terre rare, e nel mezzo un investitore smarrito, stordito dai multipli P/E dell’AI ai massimi dai tempi della bolla dot-com, pensa: “l’oro mi salverà”. Vende tutto, compra oro. Fine della storia, giusto?

Non esattamente.Siamo così sicuri che esista un rapporto diretto di causa-effetto tra la corsa dell’oro e la tensione geopolitica di queste settimane? A mio parere, no. O meglio: non in modo così lineare come molti pensano. Ma andiamo con ordine.

Il ruolo storico dell’oro come hedge

Per capire il presente, serve tornare alle basi. L’oro è sempre stato percepito come un safe haven asset, un bene rifugio in grado di proteggere portafogli e patrimoni durante le fasi di drawdown di mercato o nei periodi di rischio geopolitico elevato.

Storicamente, l’oro tende a mostrare una correlazione negativa con gli asset rischiosi: quando le borse crollano, il metallo giallo spesso sale. È una relazione di tipo statistico, osservata nei momenti di stress sistemico, pensiamo alla crisi del 2008 o al panico da pandemia nel 2020.

Questo effetto di copertura non si manifesta solo per la paura: anche nella gestione del portafoglio moderno, l’oro contribuisce a ridurre la volatilità complessiva, migliorando il profilo rischio/rendimento. Un classico esempio di come la diversificazione non perfettamente correlata possa generare valore nel lungo termine.

Quando l’oro smette di proteggere

Eppure, ed è qui che molti investitori si ingannano, l’oro non funziona sempre. Nel 2022, ad esempio, durante la peggiore fiammata inflazionistica degli ultimi quarant’anni, ci si sarebbe aspettati un rally deciso. E invece, no: l’oro è rimasto piatto, anzi in alcuni periodi ha persino perso terreno.
Perché?

Perché la correlazione oro-inflazione non è costante. L’oro non è una copertura automatica contro l’aumento dei prezzi, ma piuttosto contro la perdita di fiducia nel sistema monetario. Quando la Federal Reserve alza i tassi e rafforza il dollaro, come nel 2022, il costo opportunità di detenere oro (che non produce interessi) aumenta. Il risultato è una pressione al ribasso sul prezzo del metallo, indipendentemente dal livello dei prezzi al consumo.

Quindi, non solo l’oro non è sempre un buon hedger contro l’inflazione, ma nemmeno lo è in tutti i ribassi di mercato. La sua funzione protettiva emerge in modo chiaro solo in condizioni di stress sistemico o incertezza monetaria, non in semplici fasi di aggiustamento economico.

Geopolitica o macroeconomia?

Arriviamo all’oggi. Molti pensano che la corsa dell’oro di queste settimane sia un riflesso diretto della tensione tra Washington e Pechino, o delle escalation in Medio Oriente. È una narrativa comoda, lineare, e apparentemente logica.
Ma osservando i flussi di capitale e i dati sugli ETF auriferi, qualcosa non torna: gli inflow verso l’oro erano iniziati ben prima degli ultimi eventi geopolitici. Il mercato, come spesso accade, anticipava.

A mio parere, gli investitori istituzionali non stavano coprendosi da un rischio di guerra, bensì da un rischio di stagnazione economica derivante proprio dalle politiche protezionistiche di Trump e dal deterioramento dei rapporti commerciali con la Cina.

In altre parole: sì, il rischio nasce da una controversia geopolitica, ma l’impatto reale è economico.
Una guerra fredda, ma finanziaria. Non esplodono missili: esplodono i prezzi all’import. E se le tariffe doganali aumentano, le catene di approvvigionamento si contraggono e la crescita globale rallenta, allora l’oro non sale per paura della guerra, ma per paura della stagflazione.

Il tempismo è tutto

E qui sta il punto più importante: il mercato anticipa, non reagisce.

Quando un investitore oggi vende azioni e obbligazioni per comprare oro, rischia di farlo fuori tempo massimo. Non perché l’oro non possa salire ancora, ma perché il movimento principale potrebbe essere già stato prezzato dagli operatori più sofisticati, che hanno letto i segnali settimane fa.

Gli stessi flussi sugli ETF auriferi, i dati sui future COMEX e il posizionamento COT (Commitment of Traders) mostrano un incremento delle posizioni speculative già prima del ritorno dei dazi. In altre parole: il mercato aveva già scontato la fine della tregua commerciale.

E questo è un classico errore di comportamento: scambiare la notizia per un segnale d’investimento, quando in realtà il prezzo ha già reagito alle aspettative.

Cosa insegna tutto questo

Il punto non è che l’oro non serva, o che sia una cattiva scelta.

Ma pensare che basti una tensione geopolitica per giustificare un forte incremento della posizione è una semplificazione pericolosa. Il rischio oggi non è la guerra in sé, ma la trasmissione economica di queste tensioni: inflazione, catene globali più fragili, rallentamento della produttività e crescita diseguale tra economie.

Il vero paradosso è che l’oro, proprio nel momento in cui sembra la risposta più intuitiva, potrebbe rappresentare una copertura inefficiente contro la natura ibrida, geopolitica e macro, del rischio attuale.

Quindi?

Questo solo per mostrare come spesso il modo in cui leggiamo i mercati dipende più dal frame con cui interpretiamo gli eventi che dai fatti in sé.

Sì, l’oro resta un ottimo hedger. Ma non ogni volta che il mondo trema. Il suo comportamento è più sottile, più condizionato dalle aspettative che dalle paure.
Magari, a posteriori, chi oggi compra oro avrà ragione. Ma a priori, la scelta appare più emotiva che logica.