La vera guerra tra UE e Stati Uniti sarà quella fiscale. Ecco perché

Redazione Money Premium

20/02/2025

Per rispondere alle digital taxes europee, Trump ha rispolverato una disposizione mai utilizzata del codice tributario statunitense.

La vera guerra tra UE e Stati Uniti sarà quella fiscale. Ecco perché

La fiscalità internazionale raramente cattura l’attenzione del grande pubblico, ma nel 2025 il dibattito sulle tasse digitali potrebbe trasformarsi in un conflitto di vasta portata tra Stati Uniti ed Europa.

Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, sembra deciso a usare il sistema fiscale americano come arma di pressione contro paesi come Francia e Regno Unito, colpevoli di applicare imposte speciali ai colossi tecnologici americani.

Nel suo primo mese di mandato, Trump ha chiarito la sua opposizione all’accordo fiscale globale del 2021, promosso dall’OCSE e dal suo predecessore Joe Biden. Definendolo una «resa fiscale globale», il presidente ha incaricato il nuovo Segretario del Tesoro, Scott Bessent, di esaminare eventuali tasse discriminatorie imposte da altri governi contro le imprese statunitensi. L’obiettivo è evidente: proteggere le aziende americane da misure che potrebbero ridurre il loro vantaggio competitivo.

Uno dei principali motivi di attrito riguarda le tasse digitali introdotte da diversi paesi europei, tra cui Francia, Italia, Spagna e Regno Unito. Questi prelievi, generalmente compresi tra il 2% e il 3% del fatturato locale delle Big Tech come Amazon, Apple e Meta, avrebbero dovuto essere misure temporanee. Tuttavia, per molti governi sono diventati un’importante fonte di entrate fiscali. Ad esempio, il Regno Unito prevede di incassare circa 1 miliardo di dollari dal Digital Services Tax nell’anno fiscale in corso, mentre la Francia stima entrate per 800 milioni di dollari nel 2025.

Il secondo fronte di scontro riguarda la global corporate minimum tax del 15% prevista dall’accordo OCSE. Sebbene la corporate tax statunitense sia al 21%, esistono timori che alcune aziende americane, grazie a crediti per la ricerca e altre agevolazioni, possano pagare meno del 15%, aprendo così la strada a tasse compensative imposte da governi esteri. Questo scenario è visto a Washington come un prelievo inaccettabile sulle imprese nazionali.

Per rispondere alle digital taxes europee, Trump ha rispolverato una disposizione mai utilizzata del codice fiscale statunitense: la sezione 891. Questa norma consente al presidente di raddoppiare le imposte applicate alle aziende e ai cittadini dei paesi ritenuti discriminatori nei confronti degli Stati Uniti. In altre parole, aziende francesi come LVMH o cittadini britannici che lavorano negli USA potrebbero vedersi imporre aliquote fiscali maggiorate.

Un’altra proposta avanzata dai Repubblicani della Camera, il «Defending American Jobs and Investment Act», prevede aumenti annuali delle tasse fino a un massimo di quattro anni per le aziende e i cittadini dei paesi che impongono tasse discriminatorie contro le imprese americane.

La domanda chiave ora è se i governi europei cederanno o se Trump porterà avanti la sua strategia di pressione fiscale. Le tensioni recenti con Messico e Canada, dove Trump ha minacciato dazi salvo poi fare marcia indietro, suggeriscono che potrebbe essere disposto a trattare. Tuttavia, le digital taxes rappresentano una sfida particolare: per molti governi europei, tassare i giganti digitali è una questione di equità fiscale, considerando che questi generano profitti senza avere una presenza fisica rilevante nei paesi dove operano.

Se Trump decidesse di attivare le ritorsioni fiscali, gli investitori e le multinazionali presenti negli Stati Uniti potrebbero trovarsi coinvolti in una guerra fiscale su larga scala. Inoltre, un’escalation delle tensioni potrebbe portare a nuove dispute commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, minando le già fragili relazioni economiche globali. La posta in gioco è alta, e il 2025 potrebbe rivelarsi un anno cruciale per la politica fiscale internazionale.