La tentazione di una terza via contro la sfida Biden-Trump

Glauco Maggi

04/12/2023

Riusciranno Robert F. Kennedy e/o i No Labels a rispondere alle aspirazioni deluse e alle ansie diffuse, offrendo al Paese una soluzione politica anti Biden-Trump?

La tentazione di una terza via contro la sfida Biden-Trump

I due leader Joe Biden e Donald Trump, sondaggi alla mano, hanno dunque in tasca le nomination, e vanno al voto. Ma come finirà la gara? Era dalla sfida ai candidati ufficiali Bill Clinton e George H.W. Bush, promossa nel 1992 dall’indipendente Ross Perot, che non si respirava un clima tanto ricco di tensioni dentro e fuori i due partiti. Allora, il 19% raccolto dal businessman texano aiutò il Democratico a battere il Repubblicano. Stavolta, il quadro è ancora più incerto, perché sulla scheda non ci saranno solo i due soliti noti, ma pure altri 4 o 5 nomi “nuovi”, dal potenziale impatto tutto da definire sul risultato di novembre.

Il terreno di fioritura per idee alternative sono i sondaggi che esprimono, con percentuali imbarazzanti ben oltre il 60%, opposizione e disagio popolare alla prospettiva di una rivincita tra Biden e Trump. Ma al di là della battaglia fisiologica che si svolgerà nelle primarie del GOP nei prossimi due o tre mesi, con i Repubblicani Ron DeSantis e Nikki Haley a inseguire - da lontano - l’ex presidente, la vera novità sono una cinquina di figure politiche singole, ma con aspirazioni di livello nazionale, scese in campo negli ultimi mesi.

Robert F.Kennedy, Cornel West e Jill Stein, indipendenti, si sono già registrati presso la commissione elettorale federale e hanno avviato le loro campagne. Joe Manchin e Larry Hogan, esponenti della organizzazione centrista dal nome esplicitamente bipartisan No Labels (Niente Etichette) hanno annunciato in novembre di essere intenzionati a correre.
Manchin, senatore Democratico moderato della West Virginia, uno stato massicciamente trumpiano, ha detto che non si ricandiderà alla scadenza del suo mandato senatoriale nel novembre 2024, proprio perché sta “assolutamente” valutando di presentarsi per la presidenza con una lista sua. Manchin girerà prossimamente per il Paese e parlerà con la gente, ha detto in una recente intervista, “per capire se c’è interesse nel creare un movimento che sappia mobilitare il centro e rimettere insieme gli americani”. Hogan, ex governatore Repubblicano del Maryland ed oggi co-presidente di No Labels, ha addirittura diffuso uno spot televisivo in cui ha segnalato la disponibilità ad entrare in un ticket “terzista”, affermando che “Biden non è il candidato più forte nei Democratici”.

Manchin e Hogan, se e quando No Labels scioglierà gli indugi, sono i primi candidati per il ticket del gruppo, ma in attesa ci sono anche Joe Liebermann, ex senatore Dem, e John Huntsman, ex governatore Repubblicano del New Mexico. Hogan ha attaccato nelle settimane scorse le politiche estere del GOP e dei Democratici per mostrare la sua autonomia e indipendenza di giudizio.

La partecipazione di No Labels alle elezioni terrorizza i Democratici, convinti che Biden soffrirebbe più di Trump la presenza di una candidatura “moderata”. Probabilissimo che abbiano ragione. La continua corsa a sinistra della dirigenza dei Democratici in Congresso, con Nancy Pelosi la ex speaker della Camera e Charles Schumer il leader della maggioranza DEM al Senato sempre più condizionati dalla fazione socialista di Ocasio Cortez e della islamista filo Hamas Rashida Tlaib, ha tinto di estremismo ideologico il partito di Biden. Di riflesso, si è formato un vuoto di posizioni centriste e un bisogno per tanti Democratici di trovare una “casa” politica abitabile. Manchin e Hogan potrebbero essere la risposta giusta.

“Una coalizione democratica vincente oggi fa necessariamente più affidamento sugli elettori moderati rispetto a una coalizione repubblicana vincente”, dice Kate deGruyter, direttrice senior delle comunicazioni di Third Way, un gruppo di sinistra che si oppone al ticket No Labels. “I democratici devono ottenere una maggioranza assoluta di elettori moderati per vincere le elezioni presidenziali, e dirottare solo una piccola parte della coalizione pro Biden verso un candidato di un terzo partito potrebbe facilmente fare la differenza in una corsa nazionale”. Come Third Way e MoveOn.org (il gruppo finanziato da George Soros), anche l’ex leader democratico della Camera Dick Gephardt ha formato un super PAC pro-Biden, chiamato Citizens to Save Our Republic, sempre per opporsi a No Labels. E ha citato un sondaggio che suggerisce che un ticket No Labels potrebbe inclinare il gruppo verso il candidato repubblicano.

Intanto, No Labels sta organizzandosi concretamente per entrare con i suoi rappresentanti nella scheda elettorale per la presidenza. Il gruppo ha annunciato il mese scorso di essersi già assicurato, sul piano burocratico, l’accesso in dodici stati: Alaska, Arizona, Arkansas, Colorado, Florida, Hawaii, Mississippi, Nevada, Carolina del Nord, Oregon, Dakota del Sud e Utah. Manchin e gli altri fanno sul serio, insomma, e la reazione dei Democratici è furiosa e curiosa: il partito si sposta ogni giorno più a sinistra, vedi la crescente opposizione a Israele e la simmetrica simpatia per Hamas, ma vuole comunque che i moderati non traggano alcuna conseguenza.

Anche Cornel West, professore e attore dell’ultrasinistra storica, e Jill Stein, candidata dei verdi, possono nuocere più a Biden che a Trump. Un recente sondaggio di Quinnipiac li ha dati entrambi al 3% sul piano nazionale. Se anche una frazione di queste percentuali negherà, negli Stati in bilico, il voto ai Democratici, che pure sono ideologicamente più vicini alle posizioni di sinistra, sarà il candidato del GOP ad averne un vantaggio. E ciò potrebbe accadere soprattutto tra i votanti giovanissimi, inclini a simpatizzare per i palestinesi e sensibili quindi alle critiche della Stein a Biden, che ha il mese scorso accusato di “favorire i crimini di guerra israeliani a Gaza”.

Su un altro fronte, e con ben altro peso elettorale, Robert F Kennedy, figlio del senatore Robert e nipote del presidente J.F. Kennedy, è ora il personaggio più in vista sulla scena politica. Ha il 14,7% di preferenze nei sondaggi di Real Clear Politics tra i candidati presidenti, ma è soprattutto quello con il maggior tasso di gradimento tra tutti i leader in lizza per la Casa Bianca. Secondo un recentissimo sondaggio di Harvard CAPS-Harris, il 52% degli interpellati ha detto d’avere un’opinione favorevole su di lui, contro il 27% che lo giudica negativamente. Kennedy, con questi numeri, è ora il candidato con il punteggio netto positivo più elevato, 25 punti, la distanza tra chi lo stima (52%) e chi lo boccia (27%). Trump è dietro per un solo punto nel giudizio positivo del pubblico, 51%, ma in termini di favore netto è molto staccato, (7 punti), poiché il 44% degli elettori lo giudica male. Peggio dei primi due fa il presidente in carica Biden, il cui indice netto è addirittura negativo, a -3 %, frutto del 49% che lo valuta negativamente e del 46% che lo stima positivamente.

Mark Penn, condirettore di Harvard CAPS-Harris, ha spiegato la buona performance del politico indipendente con il fatto di aver saputo attrarre membri di entrambi i partiti. Il sondaggista ha però aggiunto di non essere in grado di valutare il peso positivo che viene a Kennedy dal cognome che porta. L’ex candidato Democratico, che da poco ha lasciato il partito di Biden per poter correre da indipendente, aveva raccolto un lusinghiero 20% di favori nei sondaggi dei mesi scorsi tra i candidati DEM. Il bagaglio del suo passato politico è denso e ingombrante. Attivista per la difesa dell’ambiente da tempi non sospetti, ha abbracciato teorie cospirazioniste sui vaccini mettendo nel mirino la Big Pharma, e ha osteggiato la guerra in Iraq di George Bush come pure, ora, l’appoggio di Biden all’Ucraina, in armi e finanziamenti.

Il sito della campagna di Kennedy per il 2024, invitando gli americani “a reclamare la vostra indipendenza”, indica quattro slogan programmatici che sono un riassunto politicamente più digeribile rispetto ai suoi trascorsi “fringe”, marginali, che lo avevano messo fuori dalla politica del mainstream, e anche alienato la sua stessa famiglia. “Porremo fine alle guerre interminabili, ripuliremo il governo, aumenteremo la ricchezza per tutti e diremo la verità agli americani”, sono gli impegni di Kennedy.

Se l’insidia per Biden che viene dai No Labels è insomma interna all’establishment moderato dei DEM e del GOP che cercano un terreno comune, più tradizionale, il pericolo della terza via di Kennedy è di tutt’altro tenore. Il personaggio dal nome eclatante punta a sfondare in un generico elettorato scontento, di destra e di sinistra, sperando di ritagliarsi una credibilità autonoma. A ben vedere, la sua sorprendente discesa in campo nel 2024 ha connotati dirompenti che richiamano quella di Trump nel 2016.
La domanda è: riusciranno Robert F. Kennedy e/o i No Labels a rispondere alle aspirazioni deluse e alle ansie diffuse, offrendo al Paese una soluzione politica anti “Biden-Trump”?