La stretta di mano delle banche: un gesto che non vale nulla

Vincenzo Imperatore

27 Novembre 2024 - 07:10

La stretta di mano: un gesto antico di fiducia e onore, oggi svuotato di valore nel mondo bancario, dove cinismo e contratti scritti prevalgono su accordi e promesse tradite.

La stretta di mano delle banche: un gesto che non vale nulla

Una breve e introduttiva lezione di semiotica sulla stretta di mano.

Sì, perché ancora oggi, dopo dieci anni di libri, denunce, casi di correntisti traditi e condanne, mi capita spesso di incontrare imprenditori increduli. Entrano nel mio studio di consulenza stupiti, sorpresi dall’inaspettato comportamento della banca e dei suoi rappresentanti. Anche io, a dire il vero, rimango meravigliato. A meno di non aver vissuto su Marte negli ultimi quindici anni, la quantità di informazioni, scandali e fallimenti bancari avrebbe dovuto sensibilizzare i cittadini, dando loro almeno un minimo di consapevolezza finanziaria.

Studiare un gesto come la stretta di mano è fondamentale per interpretarne il significato. Tradizionalmente, rappresenta un accordo tra gentiluomini. Non a caso, si sente spesso dire che «in passato bastava una stretta di mano». Purtroppo, per molti cittadini – e, per la mia esperienza, soprattutto per i piccoli imprenditori – questo gesto, che dovrebbe sostituire documenti e contratti, rimane ancora oggi terribilmente rilevante. Le origini della stretta di mano sono antichissime: pare fosse nata come modo per dimostrare di non portare armi, un gesto di pace nobile. Col tempo, è diventata un saluto comune, ma ha mantenuto quel sapore di lealtà e di accordo onorevole, al punto da ispirare il proverbio: «Basta una stretta di mano».

Ma allora, perché questa premessa? Nel mondo della finanza – come descritto nel mio libroIo so e ho le prove – 10 anni dopo (Chiarelettere) – dove girano milioni di euro spesso sporchi, e dove gli interessi e il profitto “non etico” sono la norma, la stretta di mano (e, per estensione, la parola data) non hanno alcun valore. Stringere la mano dovrebbe essere il primo passo per conoscere chi si ha di fronte. Eppure, in banca, questo gesto viene regolarmente smentito da dirigenti, quadri e impiegati, che in nome di un improvviso «ordine dall’alto» rinnegano accordi e promesse. La parola data, ridotta a «pura formalità», si dissolve di fronte a contratti scritti (ricordate sempre: verba volant, scripta manent). La stretta di mano è un atto formale e sostanziale, una prima presentazione che afferma l’identità. Chi tradisce un patto del genere – senza neanche il pretesto di circostanze eccezionali – disonora il gesto stesso. E, come in passato, viene giudicato per ciò che è, rischiando di rimanere “con un pugno di mosche in mano”.

Il bancario, purtroppo, viene educato a considerare il cliente in modo cinico. Una frase che sentii pronunciare da un dirigente nei miei primi anni in banca sintetizza questa mentalità: «I clienti si dividono in due categorie: quelli che te lo hanno già fatto (immaginate cosa) e quelli che stanno per farlo». Questo approccio elimina ogni stima di base per il cliente, riducendolo a una mera risorsa da “spremere”. Questo atteggiamento si intensifica quando i rapporti con gli imprenditori affidati iniziano a deteriorarsi. In quei momenti, è fondamentale prestare attenzione: la banca, con comportamenti subdoli e scorretti, cerca di sistemare alcune irregolarità – spesso ignote al cliente – prima di comunicare ufficialmente la volontà di disimpegnarsi.

Le banche si affidano esclusivamente a carte, contratti e firme, ignorando completamente il valore della stretta di mano. Io lo dico da tempo: non ho nulla da nascondere e non voglio, né tra i miei clienti né tra i miei lettori, persone che sottovalutano il disvalore di una stretta di mano tradita.
Ma io di loro non mi fido. Sono fatto così: sono una persona all’antica.
Siete stati avvisati: chi si fida ciecamente della stretta di mano di un bancario, rischia di stringere solo il vento.

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