Ci troviamo di fronte ad una finanziarizzazione completa del sistema delle reti di telecomunicazioni italiane, che verrebbero gestite solo da Fondi di investimento, come KKR e Macquarie, e dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Non solo manca un partner industriale, ma si profila una ulteriore dinamica di debiti, solo in parte ereditati di TIM, che nessuno sembra avere né la forza, né tanto meno la voglia di fermare.
Chi ha idee diverse, al momento è stato marginalizzato.
La recente, debolissima performance del titolo di TIM in Borsa, che di recente è passato da una media di 0,28 euro a 0,22 euro, ha disvelato la disaffezione del mercato che non sembra credere molto nel piano “Free to Run”.
Anche il progetto di scorporo della Rete di TIM, che verrebbe ceduta al fondo KKR che si accollerebbe una buona quota di debiti, non sembra affatto risolutivo. Anzi, l’operazione genererebbe per TIM un incremento ulteriore del debito complessivo.
L’11 marzo scorso, la stessa TIM ha infatti comunicato che:
“Il debito netto pro-forma al netto del deleverage stimato per l’operazione Netco, pari a circa 6,1 miliardi di euro al 31 dicembre 2023, è atteso alla fine del 2024 pari a circa 7,5 miliardi di euro. Tale variazione è principalmente riconducibile sia all’andamento della Gestione ordinaria (EBITDA al netto degli investimenti, gli oneri finanziari, l’andamento del Net Working Capital (NWC), le minorities di TIM Brasil e la componente tasse e altri oneri), sia all’andamento della Gestione straordinaria (impatti connessi all’operazione Netco quali i costi da separazione, gli eventuali impatti da price adjustment e ulteriori partite relative al Net working Capital)”.
C’è un altro aspetto preoccupante da considerare, quello della redditività dopo lo scorporo: sempre TIM ha precisato che: “Nel 2025 il Net cash flow è atteso intorno allo zero e nel 2026 intorno a 0,5 miliardi di euro”.
La quota di debito di TIM che viene accollata al Fondo KKR in cambio della Rete, non sparisce affatto: non cambia solo il nome del debitore, ma nel complesso aumenterebbe. Risulta infatti che il fondo KKR abbia fatto presentare da parte di Net.Com, questo è il nome provvisorio della società che gestirà la rete di TIM, una richiesta di finanziamenti ad una serie di banche italiane e straniere per circa 11 miliardi di euro in cinque anni. Mentre la grande parte di questo nuovo debito, tra gli 8 ed i 10 miliardi, servirà a finanziare l’acquisizione della rete di TIM, che li incassa in contropartita per estinguere una consistente quota di debiti, le ulteriori risorse sono preordinate allo sviluppo della rete.
Il risultato della operazione di scorporo sarebbe dunque paradossale: per un verso, infatti, il debito di TIM comunque aumenterebbe per ragioni interne, ordinarie e straordinarie; per l’altro, anche la Net.Com dovrebbe indebitarsi ulteriormente per finanziare lo sviluppo della rete acquisita.
Sullo sfondo, rimangono irrisolti due altri problemi: il futuro di Open Fiber, società partecipata da CdP e Macquire, che realizza per conto dello Stato, attraverso Infratel, le reti in fibra ottica nelle “aree bianche”, a fallimento di mercato ed il futuro delle altre reti che si erano consorziate con quella di TIM, ad esempio quella di Fastweb, dando vita a FiberCop. Spetterà a KKR, se lo vorrà, procedere alla integrazione solo funzionale oppure anche societaria di Open Fiber e delle altre reti che hanno dato vita a FiberCop.
Dovrà inoltre essere rivisto il piano di sviluppo di Openfiber nelle “aree grigie e nere”, quelle in cui c’è spazio per un solo operatore di rete o piena competizione: si tratta delle ipotesi sviluppate quando Enel era azionista al 50%, insieme alla Cdp.
Emerge la mancanza di un partner industriale nella gestione delle reti di telecomunicazioni: la rete di TIM verrebbe ceduta al fondo KKR, così come le quote di Enel in Open Fiber sono state acquisite da Cdp e dal Fondo Macquire.
C’è un piano completamente opposto, che va sotto il nome di “TIM Value”, che è stato inviato a TIM lo scorso 27 ottobre e che mira a trasformare TIM in un operatore esclusivo di rete, che potrebbe operare nei rapporti B2B senza gli attuali vincoli regolatori pesantemente costrittivi, rinunciando completamente ad operare nel mercato consumer.
TIM tornerebbe ad essere il leader italiano nei processi di trasformazione in corso nel settore delle telecomunicazioni e dell’informatica: si trasformerebbe in una Tech.Co, mettendo a sistema tutto il patrimonio di società che operano già oggi in capo a TIM, da Olivetti a Telsy, ed integrando tante nuove realtà che si stanno sviluppando.
Considerando da una parte l’integrazione delle reti di Open Fiber e dei partner in Fibercop e dall’altra la partecipazione azionaria di CdP che è già presente sia in TIM col 15% che in Open Fiber col 60%, si tornerebbe ad avere una presenza pubblica decisiva nello sviluppo delle reti di TLC e di tutto il settore connesso, importantissimi per il mondo delle imprese.
TIM guiderebbe così la Transizione 4.0.: non solo tornerebbe ad essere un forte gruppo industriale, ma con questa operazione il debito complessivo del sistema diminuirebbe, per via della cessione di TIM Brasile e delle attività di TIM attualmente rivolte al mercato consumer.
Ma la proposta non sembra essere gradita: il mercato vive di debiti, la Grande Giostra che fa girare il mondo.
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