La procedura di infrazione per deficit eccessivo ha un solo nome: Superbonus

Guido Salerno Aletta

20/06/2024

Istat ed Eurostat hanno più volte esaminato e riesaminato la questione dei “crediti di imposta trasferibili”, optando alla fine per una duplice metodologia di contabilizzazione.

La procedura di infrazione per deficit eccessivo ha un solo nome: Superbonus

Non c’è dubbio alcuno: anche dopo la fine della epidemia di COVID dilagata nel biennio 2020-2021, in Italia il deficit pubblico è rimasto fuori controllo.
Nudi e crudi, questi sono i dati del deficit riportati da Eurostat: in rapporto al pil, è schizzato dall’1,9% del 2019 al 9,4% del 2020 ed ancora all’8,7% del 2021. Finita l’emergenza, è rimasto molto alto, troppo: all’8,6% nel 2022 ed al 7,4% del 2023.

Una vera e propria follia rispetto al tetto del 3% stabilito in ambito europeo. Tenuto conto che fino al 2022 questo vincolo era stato sospeso in via generale per tener conto di una congiuntura macroeconomica avversa, il dato del 2023 non poteva che destare viva preoccupazione: uno sforamento pari a più del doppio del parametro di riferimento non poteva non giustificare l’apertura della procedura di infrazione per deficit eccessivo da parte della Commissione europea che ha deciso il 18 giugno in tal senso nei confronti dell’Italia e di altri sei Paesi: Francia, Belgio, Ungheria, Malta, Polonia, Slovacchia.
In prospettiva, l’aggiustamento previsto è troppo graduale: nel DEF 2024, che è stato presentato dal governo lo scorso aprile, si prevede che, a legislazione vigente, il deficit sia ancora del 4,3% nel 2024, poi scenda al 3,7% nel 2025, e che solo nel 2026 si attesti finalmente al 3%.

C’è stata una spesa eccezionale che ha fatto lievitare il deficit, soprattutto per il criterio con cui è stata contabilizzata: è quella del famoso “Superbonus” per le ristrutturazioni edilizie che comporta un credito di imposta pari al 110% della spesa sostenuta, insieme a quella del “Bonus facciate” ormai scaduto che aveva consentito di detrarre il 70%.
Chi ha cercato di scantonare, sperando di scaricare sui governi precedenti la responsabilità del “botto”, invece ha finito per bruciarsi le dita perché è corso ai ripari quando era già troppo tardi.

Istat ed Eurostat hanno più volte esaminato e riesaminato la questione dei “crediti di imposta trasferibili”, optando alla fine per una duplice metodologia di contabilizzazione a seconda che si stimi che siano “pagabili” oppure “non pagabili” in relazione all’esito della loro cessione a terzi: nel primo caso, la spesa annualmente sostenuta da chi ha effettuato i lavori edilizi viene riportata integralmente nel bilancio pubblico dello stesso anno, come se fosse stata una vera e propria spesa pubblica, comportando un corrispondente aumento del deficit; nel secondo caso, invece, la spesa viene considerata come una minore entrata e viene conseguentemente spalmata nel quinquennio (ora il successivo decennio) in cui si ha diritto di effettuare la compensazione utilizzando il credito di imposta.
La prima metodologia di imputazione contabile ha avuto un enorme impatto sui conti pubblici, tenuto conto che il Superbonus ha determinato crediti di imposta per 165 miliardi di euro, di cui 153 miliardi nel quadriennio 2020-2023, mentre il Bonus facciate ne ha determinati per 23 miliardi di euro fino alla conclusione della agevolazione nel 2022.

Fino al 2023, le spese effettuate annualmente per ottenere le due tipologie di agevolazione fiscale, pari nel complesso a 153 miliardi di euro per il Superbonus nel quadriennio 2020-2023 ed a 23 miliardi per il Bonus facciate fino al 2022, sono state considerate come originanti “crediti di imposta pagabili”, e pertanto hanno dato luogo per l’intero importo ad un corrispondente maggior deficit di bilancio.
In dettaglio, per tener conto del solo Superbonus e dunque non considerando il Bonus facciate, il deficit pubblico è stato conseguentemente incrementato di 498 milioni di euro (pari allo 0,03% del pil) nel 2020; di 16,4 miliardi (pari allo 0,9% del pil) nel 2021; di 55 miliardi (pari al 2,8% del pil) nel 2022; e della sbalorditiva somma di 81,3 miliardi (pari al 3,9% del pil) nel 2023, pervenendo così al citato totale di 153 miliardi di euro.
Il deficit pubblico dei diversi anni è aumentato per l’intero importo della spesa effettuata in ciascun anno: in rapporto al pil, è passata dal 7,8% all’8,7% nel 2021; dal 5,8% all’8,6% nel 2022; dal 3,3% al 7,2% nel 2023.
Questo criterio di imputazione in bilancio era chiaramente insostenibile.

In ordine al Superbonus, ora si prevede che nel corso del 2024 verranno effettuate ulteriori spese per 12 miliardi di euro: ma, sulla base delle restrizioni introdotte, i relativi crediti di imposta dovranno essere spalmati su dieci anni con rate di pari importo. Inoltre, considerandoli come “crediti di imposta non pagabili”, verranno imputati in bilancio come minori entrare dell’anno, e dunque il maggior deficit sarà di 1,2 miliardi in ciascun anno. Mantenendo il precedente sistema, il deficit del 2024 avrebbe dovuto essere gravato di altri 12 miliardi, aumentando di un altro 0,6%, ed arrivando così al 4,9%!

La progressione con cui cresceva la spesa per gli interventi edilizi, i corrispondenti crediti di imposta ed il deficit di bilancio era diventata esponenziale, anno dopo anno, passando dallo 0,003% del pil allo 0,9%, poi al 2,8% ed ancora al 3,9%.
Tutti spingevano, forsennatamente: e, come al solito, la porta della stalla è stata chiusa troppo tardi.