I sondaggi sono quello che sono, e ad oggi, metà giugno 2023, sembra fatta: Trump è in testa nella media dei sondaggi curata da Real Clear Politics con il 52,4% dei favori dell’elettorato repubblicano, davanti ad un lontanissimo secondo, il governatore della Florida Ron DeSantis, con il 21,9%.
L’incriminazione di 37 capi d’accusa per i documenti top secret della sua presidenza, da lui conservati a Mar A Lago illecitamente secondo il procuratore speciale, pare abbia cementato il favore dei fans, ma saranno i sondaggi delle prossime settimane a confermare o meno la sua tenuta.
L’impennata nella raccolta di finanziamenti subito dopo il drammatico arresto di martedì, due milioni in due giorni, è certamente una prova di fedeltà della sua base, almeno di quella parte irriducibile.
Il presidente n.45 avrà quindi la sua terza nomination fra un anno? Saranno le primarie che iniziano in Iowa il prossimo gennaio a dirlo, con l’appuntamento finale alla Convention del GOP a Milwaukee, Wisconsin, fissato dal 15 al 18 luglio del 2024. Ma tutto congiura per il sì.
Il consenso dei commentatori vede, infatti, nell’allargarsi giorno per giorno del lotto dei candidati repubblicani che lo sfidano, un jolly non tanto segreto di Trump: più numerosi sono, più si dividono la fetta della metà scarsa dei repubblicani che non lo vogliono. Il risultato è, secondo questa analisi, che in realtà basta a Trump anche meno del 50% per chiudere con una maggioranza relativa di voti, sufficiente per essere “inevitabile”. Tutti ricordiamo come andò nel 2016, quando Ted Cruz, Marco Rubio, Jeb Bush, John Kasic ed altri rimasero in corsa troppo a lungo nella speranza che Trump implodesse. E così non permisero il coagularsi di un blocco attorno ad un solo nome che avrebbe potuto (forse) battere Trump.
Io non sposo questa lettura, per ora. Il 2024 non è il 2016. E Trump non è più la improbabile sorpresa di allora, capace di imporre al GOP una agenda rivoluzionaria: forte attacco alla immigrazione clandestina con il famoso Muro; campagna per un vigoroso taglio delle tasse; abbandono degli accordi economici internazionali in vigore con alleati e avversari - Nafta, Ue, Uk, Giappone, Cina - in nome del “comprare americano”; disprezzo ostentato per l’establishment del partito dei Romney e dei Bush ritenuti arrendevoli verso la sinistra; approccio combattivo verso gli alleati della Nato “obsoleta” che non pagavano la loro quota del 2% per la difesa; spregiudicato difensore delle battaglie pro vita e anti aborto, per conquistare voti cristiani (lui, sposato tre volte); nemico per antonomasia della correttezza politica, che oggi si chiama wokismo.
Va anche aggiunto, per completezza, che nell’ultimo anno del suo mandato, scoppiato il Covid, Trump fu efficace nel far produrre in fretta il vaccino dalle aziende farmaceutiche ma pessimo nel tenersi Fauci e nel seguire l’ossessione di quest’ultimo per i lockdown. Quella politica impazzò ovunque (tranne che in Florida), ma fu specialmente negativa nello Stato di New York del governatore Andrew Cuomo, l’unico in America che decise di trasferire gli infetti nelle case di cura degli anziani. Che morirono a migliaia.
A parte le considerazioni inevitabili sul comportamento folle, illegale e autodistruttivo che Trump ha tenuto nella gestione dei documenti top secret (i dettagli della incriminazione sono stati riportati da tutta la stampa giorni fa), la domanda che si dovrebbe fare ogni repubblicano intenzionato a rivotarlo oggi, ricordando il suo operato da presidente, è la seguente: che cosa rimane del politico di destra capace di fare il conservatore populista ma, anche, di attrarre operai sindacalizzati e filo democratici scontenti per il degrado dell’industria Usa?
Oggi Trump sembra sempre di più il liberal che era prima (in vita sua, del resto, è stato più tempo registrato al partito Democratico che ad altre formazioni). Oscilla a sinistra, fa continui zig zag tra le idee centrali del dibattito politico che dividono conservatori e progressisti.
Esempi? Giorni fa ha detto “non mi piace il termine woke. Woke woke woke è solo un termine che usano, ma metà della gente non sa che cosa sia”. In realtà Trump lo sa benissimo, ma ha voluto attaccare DeSantis, che della guerra al wokismo ha fatto la sua bandiera in Florida. Infatti il governatore ha firmato la legge, approvata dal parlamento locale in mano al GOP, per eliminare nelle scuole l’indottrinamento della Critical Race Theory (Teoria Critica della Razza, ideologia pro comunista mascherata da lotta al razzismo) e vietare che ai minori di 8 anni siano imposte lezioni sul sesso, l’omosessualità e il transessualità. Di fatto, Trump ha condiviso quello che sostengono i Democratici, e lo fa pensando di trarre un vantaggio politico contro DeSantis.
E così pure sul tema del Covid: Trump è arrivato a dire che Cuomo a New York ha risposto meglio della Florida, pur di tentare di cancellare quanto di buono, e documentato, ha fatto invece DeSantis nel proprio Stato togliendo blackout, maschere e divieti prima di tutti. Allora i media di sinistra definirono DeSantis “angelo della morte” perché aveva aperto le scuole e i posti di lavoro a tempo record: i fatti gli hanno dato ragione e, non per caso, ha vinto nel novembre scorso il secondo mandato da governatore con 20 punti di distacco sull’avversario democratico. Ed è quel successo e quella capacità di vincere che Trump vorrebbe far sparire.
Altro attacco di Trump a DeSantis, con virata a sinistra, è sull’aborto: siccome il parlamento della Florida ha approvato una legge che permette l’aborto solo entro la sesta settimana, Trump ha fatto sapere di essere contrario. Cioè di essere diventato meno abortista di quando era stato il primo presidente a partecipare alla marcia pro vita organizzata ogni anno a Washington dai gruppi religiosi più radicali, quelli che sono contrari all’aborto sempre e comunque.
Sempre per fare un dispetto a DeSantis, che aveva ingaggiato un corpo a corpo legale contro la Disney perché i vertici dell’azienda si erano mobilitati contro la legge anti woke passata dal Parlamento della Florida a protezione dei diritti dei minori in tema di educazione sessuale, Trump si è schierato al fianco della corporation, e contro le famiglie.
Sull’Ucraina invasa da Putin, infine, Trump ha toccato il massimo punto di rottura in politica estera con l’attuale establishment del GOP che è saldo nel condannare la Russia per l’aggressione e nel dare le armi a Zelensky, che difende il suo popolo e la sua nazione. Nell’intervista data alla Cnn (a proposito, strizzare l’occhiolino al network di sinistra dopo le epiche battaglie sulle fake news è un altro notevole segnale di cambiamento) Trump ha risposto così alla domanda su chi dovrebbe prevalere nel conflitto: “Io voglio che tutti smettano di morire. Stanno tutti morendo. Russi e ucraini. Io non penso in termini di vincere o perdere, io penso in termini di avere la questione sistemata così smettiamo di uccidere tutta quella gente E io otterrò questo risultato in 24 ore”. E a un’altra domanda sull’invio di armi a Kiev, ha risposto che non si impegnava a farlo, se sarà presidente. Posizione filo Putin che il GOP non può concepire. DeSantis, che era scivolato a sua volta sul tema con l’infelice definizione della aggressione russa a Kiev come di una “disputa territoriale”, ha poi fatto prontamente ammenda.
Infine, Trump ha tessuto le lodi di un Democratico, il figlio di Robert Kennedy, che ha avviato il processo burocratico della candidatura per sfidare Biden alle primarie.
In sostanza, mentre il Trump del 2016 era l’ultraconservatore, l’uomo del Muro, la scorrettezza politica incarnata, l’ultra pro-vita, l’America First che sbeffeggiava i suoi concorrenti nel GOP perché erano RINO (Republican In Name Only, repubblicani solo di nome), il Trump versione 2024 è irriconoscibile.
È un politico che capisce di non poter più fare il conservatore, essendoci conservatori veri con principi saldi (da Pence, a Scott, a Nikki Haley, oltre a DeSantis) e sbanda a sinistra. Uno che da New York si è trasferito a Mar A Lago in Florida (nel 2019, quando era presidente) e che ora sputa sullo Stato - diventato rosso repubblicano grazie a Ron DeSantis - che lo ospita.
Bisognerà vedere quanti, del 52,4% che lo stanno sostenendo nei sondaggi, si sono accorti della mutazione politica in corso del loro leader e avranno un ripensamento.
Trump disse il 24 gennaio del 2016, durante la sua prima campagna elettorale, “potrei sparare a qualcuno sulla Quinta Strada e non perderei un voto”. Forse è ancora convinto di avere quella forza bruta… Però allora era un nessuno che diceva cose di destra, da solo, e vinse con la “maggioranza silenziosa”. Stavolta manda messaggi ambigui politicamente, e tutti hanno imparato a conoscere i suoi enormi difetti personali e di carattere, a partire dalla debacle del 6 gennaio 2021. E, per uno che si vantava di vincere sempre, lui ha perso nel 2020 direttamente e, prima e dopo il 2020, in tutte le altre elezioni, alla Camera e al Senato, quando ha spinto i suoi candidati, che sono stati battuti anche in collegi alla portata del GOP.