La prospettiva di un secondo mandato presidenziale di Donald Trump ha riacceso le tensioni sui mercati finanziari globali, ma questa volta la Cina sembra orientata a evitare manovre drastiche sul tasso di cambio del yuan.
Durante il primo mandato di Trump, il yuan aveva subito una svalutazione superiore al 12% tra il 2018 e il 2020, in risposta ai dazi americani. Ora, gli esperti prevedono una strategia più prudente per limitare i danni a un’economia già fragile.
Le previsioni di mercato indicano una svalutazione moderata, compresa tra il 5% e il 6% entro la fine dell’anno. Questa lenta discesa è alimentata principalmente dalla differenza nei tassi di interesse tra Stati Uniti e Cina, un divario di circa 300 punti base che spinge il dollaro verso livelli storicamente elevati. Il cambio attuale di 7,3 yuan per dollaro rappresenta già un valore vicino ai massimi. Per contestualizzare, il yuan era vicino a 6,3 per dollaro nel 2018, riflettendo un livello di forza ora lontano.
Rispetto al ciclo precedente, il contesto economico cinese è più delicato. La debolezza economica interna, con una crescita del PIL rallentata al 4,8% nel 2024 rispetto a una media del 6% del decennio precedente, unita a un calo degli investimenti stranieri e a un’erosione del peso delle esportazioni verso gli Stati Uniti (ora rappresentanti meno del 15% delle esportazioni totali cinesi), rende meno vantaggiosa una svalutazione aggressiva. Secondo BNP Paribas, il yuan difficilmente supererà il livello di 7,7 per dollaro, con il rischio di destabilizzare ulteriormente i flussi di capitale. Nel solo 2024, si stima che oltre 50 miliardi di dollari siano usciti dai mercati cinesi, riflettendo una crescente preferenza per investimenti esteri.
In passato, i periodi di forte deprezzamento del yuan hanno richiesto interventi difensivi per evitare accuse di manipolazione valutaria. La svalutazione competitiva, sebbene utile per gli esportatori, comprometterebbe la stabilità commerciale globale e minerebbe la reputazione internazionale della Cina. Durante i periodi di caduta del yuan nel 2015 e nel 2019, la Banca Popolare di Cina dovette intervenire pesantemente per sostenere la valuta, bruciando riserve valutarie per oltre 500 miliardi di dollari.
Pechino continua a sottolineare l’importanza di una gestione prudente del cambio. Il People’s Bank of China (PBOC) ha ribadito di disporre di riserve valutarie sufficienti, attualmente pari a circa 3.200 miliardi di dollari, per rispondere agli shock esterni. La priorità è evitare fughe di capitali, già accelerate da mercati obbligazionari e azionari in difficoltà. Un yuan troppo instabile potrebbe spingere aziende e cittadini a rifugiarsi nel dollaro o in beni rifugio come l’oro. Nel 2023, il mercato immobiliare ha mostrato segnali di debolezza, aggravando la propensione alla fuga di capitali.
La Cina ha già messo un freno ai rendimenti obbligazionari in calo, sospendendo programmi di acquisto di bond e incentivando le aziende a ottenere finanziamenti in valuta estera per riportare dollari nel paese. Inoltre, il tasso di cambio del yuan continua a essere più forte rispetto alle attese di mercato, mostrando un certo grado di contenimento della svalutazione. L’indice ponderato del commercio CFETS, che misura il valore del yuan rispetto a un paniere di valute globali, è vicino ai massimi di due anni, indicando che il yuan non è significativamente sottovalutato rispetto ai suoi partner commerciali.
La politica monetaria futura appare improntata alla cautela. Sebbene le autorità cinesi abbiano promesso un allentamento monetario per il 2025, i contratti di interest rate swap suggeriscono che i mercati non si aspettano significative riduzioni dei tassi, in quanto la stabilità del yuan rimane una priorità. L’uso di strumenti come le riserve obbligatorie per le banche potrebbe essere preferito rispetto a tagli diretti dei tassi.
La gestione del cambio si inserisce in una strategia complessa che tiene conto dell’equilibrio globale e della necessità di mantenere una posizione di forza commerciale. Il limite superiore del cambio a 7,7 yuan per dollaro potrebbe rappresentare un tetto insormontabile nel breve termine, anche se non è esclusa una temporanea violazione di tale soglia in caso di improvvisi shock esterni.