La Cina sta aumentando i controlli sulle esportazioni di indio, un metallo poco celebrato nelle cronache ma sempre più importante per la filiera dei data center di nuova generazione.
Secondo Reuters, Pechino non ha ancora inserito l’indio metallico in una lista formale di prodotti soggetti a controllo, né risultano spedizioni bloccate. Tuttavia, alcuni acquirenti europei e nordamericani hanno segnalato un irrigidimento delle verifiche doganali, con richieste di informazioni sugli utilizzatori finali e tempi più lunghi per l’approvazione delle pratiche.
A cosa serve l’indio?
L’indio è un sottoprodotto della raffinazione dello zinco. È usato soprattutto nei display, nelle saldature e in alcuni componenti elettronici, ma il suo ruolo strategico deriva dal fosfuro di indio, materiale impiegato nella produzione di chip ottici ad alta velocità. Questi dispositivi servono per le interconnessioni ottiche nei data center destinati all’intelligenza artificiale, dove grandi quantità di dati devono viaggiare rapidamente tra processori, server e sistemi di memoria.
La Cina produce quasi il 70 per cento dell’indio mondiale e dunque questa concentrazione rende la filiera vulnerabile, soprattutto perché il mercato è piccolo e non facilmente sostituibile. L’indio non si estrae normalmente come prodotto principale, ma viene recuperato come sottoprodotto dello zinco. Aumentarne la disponibilità richiede quindi capacità di raffinazione, investimenti industriali e tempi tecnici non brevi.
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I precedenti ban
Il precedente più importante riguarda il fosfuro di indio. Nel febbraio 2025 Pechino lo ha già incluso fra i materiali sottoposti a controlli all’esportazione, ma ora gli operatori temono che lo stesso approccio possa essere esteso anche all’indio metallico, cioè alla materia prima a monte. Per il momento si parla di verifiche rafforzate, non di un embargo. In una filiera ad alta specializzazione, però, anche un aumento dei tempi, della documentazione richiesta o dell’incertezza può creare problemi di approvvigionamento.
Reuters cita il caso di un acquirente europeo al quale, per la prima volta quest’anno, le dogane cinesi hanno chiesto informazioni sugli utenti finali, compresa la loro localizzazione. Un grande acquirente nordamericano ha invece segnalato che le approvazioni, prima ottenute anche nello stesso giorno, ora richiedono diversi giorni. Altri operatori hanno dichiarato di aver sentito parlare di controlli più severi, pur non avendoli subiti direttamente. Insomma, per ora siamo ai «si dice». Tuttavia i precedenti non sono rassicuranti. Il caso dell’indio si inserisce infatti in una strategia già vista con gallio, germanio, grafite, antimonio e terre rare, in cui la Cina usa la propria posizione dominante nei materiali critici come strumento di controllo industriale e geopolitico. Le misure sono presentate come strumenti di sicurezza nazionale, ma per le imprese occidentali, ovviamente, significano maggiore incertezza, costi più alti e necessità di ridisegnare le catene di fornitura.
La reazione USA
Gli Stati Uniti stanno già reagendo. La Defense Logistics Agency ha avviato una procedura per acquistare fino a 403 tonnellate di indio nei prossimi tre anni, con l’obiettivo di rafforzare le scorte strategiche federali. Anche Corea del Sud, Giappone, Canada, Perù e Bolivia possono avere un ruolo nella diversificazione. Korea Zinc dispone di capacità di recupero dell’indio dai sottoprodotti dello zinco, mentre il Giappone ha sviluppato tecnologie di riciclo dai display dismessi. La diversificazione, però, non sarà immediata. Servono impianti, contratti, capacità di raffinazione e materiali qualificati per l’uso elettronico. Per i produttori di componenti ottici e per i grandi operatori dei data center, il rischio è che un materiale di nicchia diventi un collo di bottiglia in una fase di forte crescita della domanda legata all’intelligenza artificiale.
Non siamo ancora davanti a un blocco, ma a un segnale di pressione sulla filiera. Pechino non ha bisogno di fermare formalmente le esportazioni per aumentare il rischio percepito. Basta rendere più incerti tempi, controlli e autorizzazioni. Per l’industria tecnologica occidentale, l’indio diventa così un nuovo indicatore della dipendenza da Pechino nei materiali critici.