La Cina potrebbe far collassare il mercato fotovoltaico. Ecco come e perché

Walter Ferri

20/02/2023

La Cina guarda alla sua tecnologia fotovoltaica e valuta di impedirne la vendita a quei Paesi terzi che sono ansiosi di lasciarsi alle spalle gas e petrolio.

La Cina potrebbe far collassare il mercato fotovoltaico. Ecco come e perché

Che vi siano attriti politici tra Stati Uniti e Cina non è certamente cosa nascosta, tuttavia non tutti stanno seguendo con l’adeguata dovizia come i dissapori stiano velocemente montando fino a intaccare la filiera globale delle nuove tecnologie. A essere ben conscia della situazione è però Beijing, la quale ha recentemente ventilato l’idea di bloccare l’esportazione dei materiali alla base della costruzione dei pannelli solari, una mossa che potrebbe vanificare, o perlomeno intaccare, gli sforzi di tutte quelle nazioni che vogliono puntare sulle energie rinnovabili.

All’inizio fu tutta una questione di chip

Complice una netta convenienza produttiva, negli anni la Cina è divenuta punto di riferimento per tutte le fonderie che si sono specializzate nella produzione di semiconduttori. Giganti come Apple hanno fatto lungamente riferimento a fornitori asiatici per dar vita ai propri ambiti apparecchi, con il risultato che negli anni si sono sviluppate in loco impiantistiche e know-how che rasentano i toni del monopolio, un primato che ha manifestato tutto il suo destabilizzante peso in occasione dei drammatici anni della pandemia.

Con le industrie completamente bloccate dalle quarantene e fiaccare da un’imprevista siccità, i poli di produzione cinesi hanno iniziato a immettere in commercio forniture sempre più contenute di chip, i quali sono finiti con l’essere velocemente contesi tra la produzione di computer, apparecchiature d’intrattenimento digitale, schede video utili a sostenere le dinamiche blockchain e, soprattutto, ciò che orbita nella lucrativa sfera dell’automotive. La crisi che si è venuta a creare ha rappresentato una doccia fredda per tutto l’Occidente, con Europa e Stati Uniti che hanno preso atto che sia la loro economia che le loro prospettive tecnologiche future fossero radicalmente dipendenti da un Paese che si staglia ormai come fatale competitor.

Washington ha iniziato a compensare le sue mancanze lanciando il 9 agosto 2022 il CHIPS and Science Act, un piano d’azione da circa 280 miliardi di dollari con cui stimolare la ricerca e la manifattura dei tanto ambiti microchip. La ricerca dell’autosufficienza è dunque passata attraverso il trasferimento di mezzi e competenze da Taiwan, ma anche da una forma di protezionismo motivato ufficialmente dal desiderio di limitare le potenzialità belliche della Cina. Non solo, avanzando vere e proprie strategie di lobbying, gli USA stanno perpetrando la loro causa alle porte di tutti gli alleati NATO, con il risultato che recentemente Giappone e Paesi Bassihanno deciso a loro volta di non vendere le proprie risorse d’avanguardia al Partito Comunista.

L’incognita dei pannelli solari

In maniera scollegata, ma con tempistiche particolarmente sospette, i Ministri del Commercio e della Tecnologia cinesi hanno iniziato a cercare un commento pubblico che stabilisca se imporre o meno delle restrizioni con cui assicurarsi di trattenere entro i confini nazionali una lista di strumenti e materiali essenziali al settore digitale. Tra gli elementi protetti dall’eventuale divieto compaiono appunto anche le superfici siliconiche ultrasottili che, una volta assemblate, formano le basi dei pannelli fotovoltaici.

In un’ottica virtuosa e formale, un simile draconiano intervento si dimostra utile a rallentare la ricerca nel settore da parte dei Paesi terzi – Stati Uniti e India in cima a tutti – e ad assicurarsi che Beijing possa preservare il più a lungo possibile la dominanza nel campo della produzione dei pannelli solari, contesto in cui vanta ora come ora una fetta del 97% della fabbricazione globale. L’opinione di molteplici tecnici è che Beijing non desideri cedere i suoi prodotti più avanzati per timore che gli accademici delle nazioni di destinazione possano praticare sforzi di ingegneria inversa al fine di saltare considerevolmente le tappe naturali del tradizionale processo di ricerca. Allo stesso tempo, volendo fornire una lettura più maliziosa del fatto, è difficile non notare come una simile indagine prenda forma in un periodo in cui l’energia solare si propone come alternativa agli idrocarburi, i quali, tra guerra e inquinamento, non risultano più una risorsa troppo appetibile.

A prescindere da quale sia il motivo trainante che ha spinto i ministeri cinesi a lanciare un’idea simile, resta il fatto che un’eventuale divieto andrebbe a complicare non poco l’urgenza del futuro fotovoltaico, un rischio che volente o nolente si presta agilmente a diventare un’arma di ricatto con cui portare avanti strategie di geopolitica che siano in grado di rispondere a equilibri strategici apertamente in bilico.

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