Capitali, fondi statali, investimenti miliardari. La Cina corre a fari spenti, anzi accelera, nello sviluppo di nuovi chip e semiconduttori. Chiaro l’obiettivo di Pechino: produrre i beni strategici in casa per smarcarsi gradualmente da qualsiasi dipendenza estera, potenziale tallone d’Achille nel caso in cui dovesse esplodere un conflitto internazionale.
Per riuscirci, il gigante asiatico ha lanciato un fondo d’investimento sostenuto dallo Stato. Il China Integrated Circuit Industry Investment Fund, detto anche Big Fund, mira a raccogliere circa miliardi e miliardi di dollari per potenziare il settore dei semiconduttori.
Il presidente cinese Xi Jinping sottolinea da tempo la necessità per il Paese di raggiungere l’autosufficienza negli ambiti strategici. Una necessità, questa, diventata ancora più urgente nell’ultimo biennio dopo che Washington ha imposto una serie di misure di controllo delle sue esportazioni per il timore che Pechino potesse utilizzare chip avanzati per potenziare le proprie capacità militari.
E così, se a ottobre gli Stati Uniti hanno tagliato l’accesso della Cina ad attrezzature avanzate in materia di chip – convincendo peraltro alleati del calibro di Giappone e Paesi Bassi – il Dragone ha risposto potenziando il fondo approvato dalle autorità nazionali.
Il maxi fondo cinese
Istituito nel 2014, il Big Fund ha una complessa rete di interessi. Tra gli azionisti figurano il ministero delle Finanze, l’istituto di credito statale China Development Bank, il potente monopolio China Tobacco e il colosso delle telecomunicazioni China Mobile.
Il primo passo non è tardato ad arrivare. A ottobre, secondo quanto riportato da Reuters, il fondo ha investito 1,99 miliardi di dollari in una società di chip di memoria chiamata Changxin Xinqiao. A quanto pare, l’azienda in questione ha fatto domanda per costruire una base produttiva di wafer di memoria da 12 pollici, per quello che dovrebbe diventare il primo progetto in Cina ad entrare nella produzione di massa per la realizzazione e produzione di memorie DRAM (Dynamic Random Access Memory).
In precedenza, Big Fund aveva investito quasi 2 miliardi di dollari in Yangtze Memory Technologies (YMTC), l’unico attore cinese nel mercato globale delle memorie NAND, che ha così ampliato in modo aggressivo la capacità produttiva e la ricerca con l’aiuto di sussidi statali. Ricordiamo che YMTC era stato inserito nella black list dagli Stati Uniti nel 2022 per paura che potesse dirottare la tecnologia statunitense verso Huawei Technologies.
I chip della Cina
Nel frattempo, il più grande produttore di chip della Cina, Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC), sta aumentando la spesa per impianti e attrezzature. Il gruppo ha infatti aumentato il budget per le spese in conto capitale per il 2023 del 18%, arrivando a toccare quota 7,5 miliardi di dollari, citando la necessità di espansione della produzione e di nuovi impianti. La mossa di SMIC è alquanto rilevante, visto che il soggetto in questione svolge un ruolo significativo negli sforzi cinesi volti a costruire una catena di fornitura di chip autosufficiente, con l’immancabile sostegno statale.
Da segnalare, inoltre, un altro aspetto curioso: le aziende cinesi stanno acquistando attrezzature statunitensi per la produzione di chip per realizzare semiconduttori avanzati, nonostante i citati limiti alle esportazioni inaspriti dall’amministrazione Biden.
Tali misure dovrebbero teoricamente impedire ai produttori di chip cinesi di ottenere strumenti di produzione Usa nel caso in cui questi ultimi dovessero essere utilizzati per produrre chip avanzati di 14 nanometri o meno. “Gli importatori sono spesso in grado di acquistare l’attrezzatura affermando che viene utilizzata su una linea di produzione più vecchia. Con una capacità limitata per le ispezioni sull’uso finale, è difficile verificare l’attrezzatura non viene utilizzata per produrre chip più avanzati”, si legge tuttavia in un report pubblicato dalla Commissione di revisione economica e di sicurezza Usa-Cina.
Ecco come ha fatto probabilmente la Cina a produrre un chip avanzato da 7 nanometri per alimentare il suo smartphone Mate 60 Pro di Huawei sfruttando SMIC. Il tutto, è bene ribadirlo, nonostante i limiti alle esportazioni annunciati lo scorso anno. Il Dragone, intanto, continua ad accelerare.