La mossa sui riservisti di Crosetto e il dilemma sul futuro delle forze armate

Andrea Muratore

31/01/2024

Crosetto propone una riserva che, a rigor di legge, esiste già nei piani delle forze armate. Ma le vere sfide di Esercito, Marina e Aeronautica sono altre...

La mossa sui riservisti di Crosetto e il dilemma sul futuro delle forze armate

Guido Crosetto ha di recente dichiarato di voler pensare a una riserva nazionale per il sistema delle forze armate italiane e per rafforzare le prospettive di difesa del Paese in caso di crisi di grave natura in cui il nostro Stato si potesse trovare coinvolto.

La riserva e il futuro delle forze armate

Il Ministro della Difesa e esponente di Fratelli d’Italia ha dichiarato in una recente intervista al Corriere della Sera che “costruire una Riserva nazionale delle forze armate, come in Svizzera e in Israele, è un mio obiettivo”. Crosetto pensa a un corpo da “attivare, ovviamente, in casi gravissimi. Proporremo una legge su questo nelle prossime settimane - ha aggiunto - è una delle riforme necessarie all’Italia. Il modo sta cambiando, si combattono sia guerre evidenti sia ibride. Solo nel Mar Rosso ci sono più guerre, Cina e Russia stanno già combattendo una loro guerra ibrida”.

Crosetto pone alla pubblica attenzione un tema che in realtà negli apparati della Difesa sta venendo discusso da tempo. Sulla carta la possibile norma esiste già, una proposta di legge del 2021 dell’onorevole Roberto Paolo Ferrari (Lega), a cui si aggiunge quanto scritto dalla Difesa nel Documento Programmatico Pluriennale 2023-2025 ove si legge l’impegno del capo di Stato Maggiore, Ammiraglio
Giuseppe Cavo Dragone, a proporre una “revisione dello strumento della Riserva, integrando la Riserva selezionata con una ulteriore aliquota di completamento, detta Riserva Ausiliaria, la cui consistenza autorizzata è fino a 10mila unità”.

Il nodo della riserva

Crosetto stesso stava parlando del tema di fronte alle Commissioni Difesa del Parlamento nello scorso novembre e viene da pensare che riaprire il fronte della riserva sia un tentativo di promuovere una vittoria facile laddove già esiste consenso. Risulta poco chiaro il capire perché il Ministro e esponente di spicco di Fratelli d’Italia abbia messo in correlazione il tema della riserva, ovvero di un corpo di civili qualificati con esperienza militare gradualmente consolidata da attivare in caso di necessità, con quello delle “guerre ibride” che invece coinvolgono una forza armata nella sua interezza e nella sua quotidianità per le operazioni multidominio.

In Italia si parla molto di riforma delle forze armate, di svolta verso le operazioni multidominio e di interoperabilità dei reparti, ma bisogna anche equilibrare relazioni politiche e gerarchiche di vario livello. Si pensi a un dato di fatto: la riserva di Crosetto impatterebbe, positivamente, soprattutto l’Esercito, che nella rimodulazione dei corpi verso una maggiore capacità di proiezione è sicuramente quello meno favorito rispetto al complesso sistema fondato su Marina Militare, “regina” delle forze armate, e Aeronautica Militare.

Un personale in espansione

Scartata per l’Italia l’ipotesi di tornare alla coscrizione obbligatoria, per la quale mancano le risorse e i fondi e che impatterebbe come inutile corveé per giovani già disorientati nell’accesso al mondo del lavoro, il Paese deve innanzitutto capire che fare delle sue forze armate nel prossimo futuro. E per l’Italia, in un quadro di potenziamento interforze dell’apparato, la riserva è da pensare come sostegno di seconda linea alle priorità operative, che sono le destinazioni dei fondi e delle strutture.

I piani della Difesa prevedono, dal 2022, un aumento di 10mila effettivi delle forze armate fino a 160mila unita, per la precisione distribuiti tra 3.700 uomini in più per l’Esercito, 3.250 per la Marina Militare e 3.050 per l’Aeronautica Militare. A questi dovranno aggiungersi i 10mila uomini della riserva di Crosetto. L’orizzonte temporale di completamento dell’aumento degli organici è fissato molto in là, nel 2034 ed è ragionevole pensare che anche la riserva nasca con questa prospettiva temporale. Decisamente remota per pensare a uno strumento applicabile in tempi stretti.

Le necessità delle forze armate

Commentando il più recente Dpp della Difesa l’analista Giovanni Martinelli su Analisi Difesa ha sottolineato che lo strumento militare, oltre che rafforzato negli effettivi, “dovrà essere integrato e multidominio, capace cioè di generare effetti su tutti i domini e su tutte le dimensioni, comprese quelle emergenti. Da qui la massima attenzione verso l’integrazione Interforze e verso tutti gli sviluppi tecnologici e operativi”, che rappresenta il vero punto di caduta del futuro delle forze armate.

Ma in quest’ottica, nota Martinelli, “a questa spinta dedicata all’Investimento sotto forma di ammodernamento/ rinnovamento/ adeguamento tecnologico, se ne dovrà affiancare un’altra legata alla prontezza operativa dello Strumento stesso, con le recenti lezioni arrivate dal conflitto in Ucraina che dimostrano la grande importanza delle disponibilità di scorte adeguate”. La coperta è decisamente corta per le varie necessità. E analizzando gli spaccati della spesa si capisce perché.

Il nodo dei costi

Un aspetto cruciale da considerare è il fatto che l’Italia deve integrare questi sviluppi all’interno di un trend di crescita della spesa militare verso il 2% del Pil, come stabilito dalla NATO nel 2014, obiettivo dal quale Roma è ancora lontana. L’obiettivo è quello di spendere di più e meglio: Crosetto, in linea con il predecessore Lorenzo Guerini, si trova ad affrontare questa necessità di combinare tali esigenze.

Nel 2014, l’Italia destinava all’area della Difesa l’1,14% del Pil. Nel 2022, questa cifra è salita all’1,51%, leggermente al di sotto dell’1,57% toccato durante il periodo di choc produttivo della pandemia del 2020-2021, ma in un trend di aumento sostanziale. Il bilancio della Difesa supera i 28,8 miliardi di euro, sebbene circa 7 miliardi di euro siano destinati all’Arma dei Carabinieri, custodi di competenze tecniche come i GIS o diversi reparti dell’intelligence, ma non assimilabili alle tre armi di Esercito, Marina e Aviazione su cui dovrebbe basarsi il calcolo e che, da alcuni anni, hanno nel loro bilancio anche i reparti della Guardia Forestale.

Inoltre, l’Osservatorio Mil3x sottolinea che la spesa effettiva della Difesa dovrebbe includere anche la quota destinata alle missioni dell’Arma dei Carabinieri (543 milioni di euro come previsione di spesa nel 2023, pari al 7,67% del budget), il fondo del Ministero dello Sviluppo Economico per i nuovi armamenti (2,1 miliardi di euro) e il fondo del Ministero dell’Economia e delle Finanze per le missioni.

Il vero budget della Difesa

Le spese operative dirette e indirette consentono un calcolo differente, come evidenzia l’Osservatorio: “Tenendo conto anche della spesa pensionistica militare netta a carico dell’INPS, in aggiunta alle dotazioni di fondi dei Ministeri secondo la metodologia adottata da Mil€x, si passa infatti dai 25,7 miliardi previsionali del 2022 ai 26,5 miliardi stimati per il 2023” per spese di carattere strategico, corrispondenti all’1,39% del PIL.

Questo tasso di crescita effettiva di 800 milioni di euro all’anno, supponendo una crescita media del PIL dell’1% nel prossimo periodo, porterebbe l’Italia a raggiungere il target in oltre un decennio, vent’anni dopo rispetto all’obiettivo iniziale. Attorno al 2033-2034, dunque: l’anno in cui dovrà andare a regime il modello a 160mila effettivi e la riserva di Crosetto.

Non sarà facile forzare i tempi, poiché il principale vincolo per Roma è rappresentato dalle spese per il personale. Nel 2014, i costi del personale rappresentavano il 76,41% del totale di 20,8 miliardi di euro, mentre nel 2023 ammontano al 60% su una spesa militare totale di 28,8 miliardi. Ciò significa un aumento del costo del personale che assorbe il 16% della nuova spesa militare. Nonostante questo rappresenti una minore percentuale rispetto al passato, pesa maggiormente sul bilancio dello Stato in termini assoluti.

La lunga marcia verso il target Nato

Considerando le missioni militari che aumentano la proiezione geopolitica del Paese e le unità d’élite, è comprensibile la primazia italiana nei costi per il personale nell’ambito Nato, ma ciò costituisce anche una fonte di sostanziale rigidità. Questo segnala che, per raggiungere la quota del 2% prevista dalla Nato nel 2014, sarebbe necessario un aumento di altre voci di spesa che attualmente è difficile prevedere.

Il piano, dunque, è quello di spendere sempre meglio, non necessariamente il più possibile, con la consapevolezza che, spesso, nelle fragilità formali della spesa militare italiana, come l’alto costo del personale, si possono nascondere i segreti di un’eccellenza militare legata al principio che la qualità si paga. E che tale principio varrà per qualsiasi aumento di personale delle forze armate. Sottraendo, potenzialmente, risorse al procurement, all’aumento del peso tecnologico delle unità di punta, alla crescita delle dotazioni interforze, alle missioni operative. Non è detto che il gioco valga la candela. Ogni improvvisazione costerà cara e può pregiudicare la capacità della Difesa di gestire le fasi critiche di un mondo sempre più conteso e competitivo.