Il pasticcio del governo Meloni sulla crisi nel Mar Rosso e delle rotte commerciali

Andrea Muratore

20 Gennaio 2024 - 06:58

L’Italia non tocca palla sul caso Mar Rosso. Ed è un problema notevole. Cronaca di un palleggio imbarazzante che mostra la nostra indecisione strategica.

Il pasticcio del governo Meloni sulla crisi nel Mar Rosso e delle rotte commerciali

L’Italia è nel pallone sul caso della crisi mediorientale e del Mar Rosso e non sa che direzione dare alla sua agenda politica in un contesto in cui la proiezione militare e strategica consentirebbe a Roma di essere tra i Paesi che danno le carte.

In occasione del raid anglo-americano contro gli Houthi dell’11 gennaio scorso è emersa una profonda incertezza strategica circa le mosse dell’Italia. Anni di discussioni sulla presunta profondità geopolitica dell’interesse nazionale, della concezione di “Mediterraneo allargato”, del nascituro “Piano Mattei”, della visione a tutto campo dell’Italia sono stati risolti dal governo Meloni in maniera decisamente scivolosa. Il balletto tra Palazzo Chigi, la Farnesina di Antonio Tajani e il Ministero della Difesa guidato da Guido Crosetto ha prodotto una serie di mosse e dietrofront.

Il palleggio del governo sulla missione nel Mar Rosso

In primo luogo, a inizio anno, l’annuncio della partecipazione italiana a Prosperity Guardian, la missione anglo-americana per il controllo del Mar Rosso, fu annunciata a tamburo battente per poi essere presto ritirata dall’esecutivo. La motivazione? Prosperity Guardian è uno spin-off della Combined Task Force 153, l’organizzazione di forze navali guidata dagli Stati Uniti che opera su proiezione diretta di Washington e non nel quadro di un ingaggio internazionale con l’egida di enti come Nato e Onu.

In secondo luogo, l’Italia ha annunciato il suo ingresso per poi fare un rapidissimo dietrofront. Tajani, Meloni e Crosetto l’hanno sostenuta ma in alcun modo hanno chiarito se la partecipazione dovesse essere prevista per un’esplicita richiesta americane e britannica o se si sia trattata di una fuga in avanti di Roma. Soprattutto, terzo punto, non si capisce perché fino al 15 gennaio nessun esponente del governo abbia promosso un uso strategico dell’impegno italiano nel quadro della pre-esistente missione Atalanta, di cui Roma è spina dorsale con le fregate Carlo Bergamini e Luigi Rizzo.

Pensieri fuori tempo massimo

Solo in occasione del suo intervento a Quarta Repubblica Tajani ha chiarito, quattro giorni dopo i raid americani, di pensare all’estensione del ruolo di Atalanta come soluzione per l’impiego italiano. Ovvero quando ogni soluzione realistica della crisi col contributo italiano era già tramontata. I raid contro gli Houthi hanno finito, come ricordato dall’ambasciatore Marco Carnelos, per congestionare ulteriormente e non liberare le rotte commerciali del Mar Rosso e l’Italia resta col cerino in mano.

Un vero peccato perché l’Italia avrebbe più frecce da giocare al proprio arco nello scacchiere internazionale e nella nuova geopolitica dei trasporti internazionali. Le rotte alternative al Canale di Suez e al Mar Rosso circumnavigano l’Africa e rendono ancora più strategico il continente obiettivo del Piano Mattei. L’Italia potrebbe essere l’ideale gendarme dei traffici ai due estremi della lunga parabola che, dal Corno d’Africa al Golfo di Guinea, i mercantili devono percorrere per doppiare il Capo di Buona Speranza e passare dall’Oceano Indiano all’Atlantico. Atalanta a Est del Corno d’Africa oltre che nel Mar Rosso da un lato, l’operazione Gambinia contro la pirateria nel Golfo di Guinea e la presenza di assetti italiani in più zone dell’Africa, dal Niger a Gibuti, potrebbero fornire una proiezione sistemica se ben sfruttati.

Una pericolosa ignavia

Meloni e i suoi, desiderosi di tenere i piedi in più scarpe, sembrano essersi dimenticati del fatto che alla prova dei fatti bisogna marciare.

Qual è la vera posizione italiana? Siamo pronti a nuovi raid contro gli Houthi o a garantire, piuttosto, una diversa postura per la libertà dei commerci? Che visione abbiamo per il sistema integrato dei traffici che unisce le due estremità dell’Africa? E ancora, in un quadro regionale, come vogliamo gestire un arco di crisi che ormai si sta consolidando da Gaza al Golfo Persico, da Bab-el-Mandeb all’Iraq e all’Iran, rischiando di produrre una strozzatura all’economia, i commerci e la prosperità nazionale? Se l’Europa sembra afona rispetto alle potenze dell’Anglosfera, l’Italia sembra il muto d’Europa. In un contesto in cui avrebbe tutte le carte in regola per poter dare il ritmo a tutto il coro del Vecchio Continente, una dimostrazione d’ignavia politica non secondaria.