Africa, cosa non va nel Piano Mattei e le possibili soluzioni

Andrea Muratore

17 Novembre 2023 - 06:39

La Farnesina ha una rete diplomatica in continua estensione e dal Vaticano al terzo settore sono molti i sistemi con cui l’Italia può giocare di sponda nel continente più conteso del presente.

Africa, cosa non va nel Piano Mattei e le possibili soluzioni

Sergio Mattarella ha firmato il decreto del governo Meloni che crea la cabina di regia per il “Piano Mattei” per l’Africa, il quale sta gradualmente passando dalla dimensione dei proclami a quella della concretezza. Perlomeno nella formalizzazione politico-istituzionale. C’è la cornice, ma ora il quadro va dipinto. E i rischi politici non sono pochi: dove va l’agenda Meloni per l’Africa? Può bastare il richiamo a Enrico Mattei per valorizzare davvero i legami tra l’Italia e il sistema trans-mediterraneo dei Paesi africani?

La squadra del Piano Mattei

Innanzitutto, prima della visione strategica e di sistema c’è il dato di fatto della struttura di missioni. La prima conseguenza diretta del Piano Mattei è che, stando al decreto, impiegherà 2,1 milioni di euro l’anno per remunerare diciannove posti di lavoro, ivi compresi “due unità dirigenziali di livello generale, tra cui il coordinatore, due unità dirigenziali di livello non generale e da 15 unità di personale non dirigenziale, individuate tra la presidenza del Consiglio dei ministri e tra il personale dei ministeri e di altre amministrazioni pubbliche”. Ampi i campi d’intervento, come ricorda il decreto: “cooperazione allo sviluppo, promozione delle esportazioni e degli investimenti, istruzione e formazione professionale, ricerca e innovazione, salute, agricoltura e sicurezza alimentare, approvvigionamento e sfruttamento sostenibile delle risorse naturali”.

A ciò si aggiungerà un’ampia congregazione politico-imprenditoriale che unirà la presidente del Consiglio, alla guida della cabina di regia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, vicepresidente della cabina stessa, l’intero governo, il presidente della Conferenza Stato-Regioni Massimiliano Fedriga, i delegati delle università e dei centri di ricerca, quelli delle partecipate pubbliche come Eni, Enel e Snam e i presidenti dell’Istituto per il Commercio Estero, della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e di Sace, a cui è delegata la promozione all’estero del sistema imprenditoriale italiano.

Una struttura troppo annacquata?

Oltre all’amore tutto italiano per strutture di missione, cabine di regia e apparati ad hoc, resta da capire quanto a Palazzo Chigi si voglia fare per dare anima e corpo al Piano e quanto invece per una vera azione sistemica. Le aziende pubbliche hanno attività in Africa, le università hanno cooperazioni, gli istituti economici guardano al mercato locale, la Farnesina ha una rete diplomatica in continua estensione e dal Vaticano al terzo settore sono molti i sistemi con cui l’Italia può giocare di sponda nel continente più conteso del presente. Sfugge dunque il senso di una nuova unità ad hoc in una fase in cui non è stato ben chiarito cosa l’Italia voglia dall’Africa.

Se l’obiettivo è creare un collettore di investimenti strategici non si capisce perché Roma non abbia cercato sinergia tra i suoi progetti e la crescente iniziativa Global Gateway dell’Unione Europea. Invece, se c’era l’obiettivo di muovere attivamente una partnership bilaterale, politica oltre che economica, stupirebbe la ridotta attenzione data all’Africa da Meloni al recente G20. E dalla Turchia agli Emirati Arabi, dal Qatar al Regno Unito molti sono i Paesi con cui la premier si è interfacciata con cui avrebbe potuto emergere l’idea di una partnership bilaterale volta a costruire un Piano Mattei del Mediterraneo allargato, superando il solipsismo di certe iniziative.

I partner in bilico del Piano Mattei

Come riporta Il Foglio, il fatto che ci vorranno molti mesi prima di dar vita alla struttura permetterà a Meloni di guadagnare tempo in nome della ricerca di un equilibrio tra questi obiettivi: “il Piano richiederà sei mesi, di cui due per la creazione delle strutture burocratiche e quattro per la redazione di un programma d’azione che avrà durata quadriennale. Al termine del mandato il governo dovrà trasmettere alle Camere una relazione sullo stato di attuazione del Piano, previa approvazione da parte della cabina di regia. La relazione dovrà indicare le misure volte a migliorare e ad accrescere l’efficacia degli interventi previsti”. Un rilancio della palla in avanti che copre un dato di fatto: il contesto del Piano Mattei è estremamente precario.

Il Niger era stato indicato come uno dei partner prioritari per il tema del contrasto all’immigrazione clandestina, ed ha subito il golpe agostano che ne ha messo in dubbio la posizione geopolitica. L’Algeria è stata presentata come emancipatrice dell’Italia dalla dipendenza del gas russo e si è trovata di fronte a crescenti acquisti di armi da Mosca e all’aumento dell’ostilitàverso il governo israeliano di Benjamin Netanyahu, alleato dell’Italia. Roma ha poi provato a fare dell’economia un ponte tra Egitto ed Etiopia, ma tra i due Paesi divisi dalla lotta per l’acqua del Nilo emerge il nodo gordiano del Sudan in preda alla guerra civile. E inoltre il tentativo di Meloni di “riabilitare” il fu Nobel per la Pace etiope Abiy Ahmed, già paria internazionale dopo la durissima risposta all’insurrezione del Tigray, è stato frustrato dalla dura repressione del governo centrale del Paese delle proteste sorte dopo gli scontri tra i membri dell’etnia Amhara e l’Esercito di Addis Abeba. Fonte di nuove perplessità sull’Etiopia.

Aggiungiamo a ciò il nodo del terrorismo islamico e del jihadismo di ritorno che la guerra in Medio Oriente può aver contribuito a amplificare notevolmente e ci troveremo di fronte un quadro di precarietà in cui la forza del sistema-Paese Italia come garante di stabilità e crescita è, oggigiorno, tutta da dimostrare nel continente africano. Prima di compiere passi avventati, è bene pensare se forse la questione non sia piuttosto la razionalizzazione delle priorità (energia, sicurezza, investimenti in Paesi sicuri) prima ancora della creazione di nuove strutture che rischiano di ingolfare, e non accelerare, il lavoro.