Secondo il Rapporto sulla convergenza della BCE, dal 2024 gli Stati membri dell’Unione europea (UE) non appartenenti all’area dell’euro hanno compiuto progressi limitati verso la convergenza economica con l’area dell’euro.
Il rapporto individua una serie di shock esterni come i principali ostacoli alla convergenza, tra cui la guerra della Russia in Ucraina, le tensioni commerciali globali e lo scoppio del conflitto in Medio Oriente. Sebbene le economie esaminate abbiano dimostrato una certa resilienza, la BCE ha avvertito che la crescente incertezza geopolitica ha offuscato le prospettive economiche e reso più difficile l’adozione della moneta unica.
Gli shock esterni frenano la convergenza
La stabilità economica dell’Europa, che fino alla pandemia era in gran parte migliorata dopo la crisi finanziaria globale, è stata messa duramente alla prova da una successione di eventi destabilizzanti.
L’invasione russa dell’Ucraina continua a sconvolgere i mercati energetici e le catene di approvvigionamento, in particolare nell’Europa centrale e orientale. Nel frattempo, l’aumento delle tensioni nel commercio internazionale ha indebolito la domanda globale e frenato la crescita economica. Più recentemente, il conflitto in Medio Oriente ha generato un nuovo shock energetico, aumentando la volatilità dei mercati globali e facendo lievitare i costi per famiglie e imprese.
La BCE ha avvertito che l’aumento dei prezzi dell’energia e il persistere dell’incertezza geopolitica potrebbero indebolire ulteriormente la crescita e mantenere elevate le pressioni inflazionistiche. Sebbene le economie europee siano oggi meno direttamente esposte agli shock energetici rispetto al 2022, le conseguenze nel medio periodo restano incerte e dipenderanno dalla durata e dall’intensità delle attuali tensioni geopolitiche.
Il rapporto evidenzia come il processo di convergenza verso l’euro dipenda sempre più dalla resilienza geopolitica, e non soltanto dalle politiche economiche interne. I Paesi maggiormente vulnerabili alle oscillazioni dei prezzi dell’energia e alle perturbazioni esterne hanno incontrato maggiori difficoltà nel raggiungere la stabilità richiesta per l’ingresso nella moneta unica.
L’inflazione resta il principale ostacolo
L’inflazione continua a rappresentare una barriera significativa all’adozione dell’euro.
Secondo i criteri di Maastricht, i Paesi che aspirano a entrare nell’area euro devono mantenere il tasso d’inflazione vicino a quello degli Stati membri dell’UE con le migliori performance in termini di stabilità dei prezzi. Per l’ultimo periodo di valutazione, la BCE ha fissato il valore di riferimento al 2,7%.
Tre dei cinque Paesi esaminati hanno superato tale soglia. L’inflazione si è attestata ben al di sopra del valore di riferimento in Romania ed è rimasta superiore al target anche in Ungheria e Polonia. Al contrario, Repubblica Ceca e Svezia hanno registrato tassi d’inflazione inferiori al parametro stabilito.
Questi dati delineano un’Europa a due velocità. Le economie dell’Europa centrale e orientale si sono dimostrate più vulnerabili agli shock dei prezzi delle materie prime e dell’energia rispetto ai Paesi dell’Europa settentrionale, rendendo più difficile il contenimento dell’inflazione.
Un’inflazione persistentemente elevata costituisce una sfida particolarmente complessa, poiché non solo ritarda l’adozione dell’euro, ma aumenta anche i costi di finanziamento e indebolisce la competitività economica. Le conclusioni della BCE suggeriscono che raggiungere la stabilità dei prezzi continuerà a essere un compito difficile per diversi Paesi candidati negli anni a venire.
Il deterioramento dei conti pubblici è motivo di seria preoccupazione
Se l’inflazione rappresenta l’ostacolo più visibile, la situazione dei conti pubblici potrebbe essere una fonte di preoccupazione ancora maggiore.
La Commissione europea richiede agli Stati membri di mantenere il deficit di bilancio al di sotto del 3% del prodotto interno lordo e il debito pubblico al di sotto del 60% del PIL. I Paesi che superano tale soglia devono dimostrare che il rapporto debito/PIL diminuisce a un ritmo soddisfacente.
Ungheria, Polonia e Romania non rispettano attualmente questi requisiti fiscali.
La Polonia ha registrato nel 2025 un deficit pari al 6,6% del PIL, mentre il disavanzo della Romania ha raggiunto un preoccupante 9,3%. Sebbene i livelli di debito pubblico rimangano al di sotto della soglia del 60% nella maggior parte dei Paesi esaminati, la Commissione europea prevede che i rapporti debito/PIL di Polonia e Romania supereranno il limite nel 2026.
Tutti e tre i Paesi sono ancora soggetti a procedure per disavanzo eccessivo e, secondo le attuali previsioni della Commissione europea, nessuno di essi dovrebbe riportare il deficit al di sotto del 3% prima della fine del 2027.
Piuttosto che avvicinarsi all’euro, diversi Paesi candidati si allontanano dai criteri di Maastricht. Il deterioramento delle finanze pubbliche mette in evidenza le difficoltà dei governi nel conciliare le misure di sostegno all’economia con la disciplina fiscale in un contesto globale sempre più incerto.
L’adozione dell’euro è anche una questione politica
Il rapporto della BCE sottolinea inoltre che l’adesione all’euro non è soltanto un esercizio economico.
Nessuno dei cinque Paesi esaminati partecipa al Meccanismo di cambio europeo (ERM II), il sistema concepito per preparare le valute nazionali all’adozione dell’euro. La partecipazione all’ERM II per almeno due anni, senza gravi tensioni sul tasso di cambio, costituisce una condizione obbligatoria per entrare nell’area euro.
Inoltre, nessuno dei Paesi dispone di una legislazione nazionale pienamente compatibile con i requisiti giuridici necessari per adottare la moneta unica.
Il rapporto evidenzia in particolare le debolezze istituzionali di Ungheria e Romania, dove gli indicatori di governance continuano a rimanere indietro rispetto a quelli degli altri Stati membri dell’UE. Secondo la BCE, istituzioni più solide e una migliore governance apporterebbero significativi vantaggi economici e favorirebbero una convergenza più sostenibile.
Le conclusioni del rapporto suggeriscono che credibilità istituzionale, impegno politico e qualità della governance siano elementi importanti quanto l’inflazione e i parametri di bilancio nel determinare se un Paese sia pronto ad adottare l’euro.
Un’Unione europea sempre più frammentata
Il rapporto solleva infine interrogativi più ampi sul futuro dell’integrazione europea.
Ungheria, Polonia e Romania continuano a confrontarsi con una combinazione di pressioni inflazionistiche, disavanzi pubblici eccessivi e costi di finanziamento elevati. Allo stesso tempo, la Svezia ha mostrato scarso interesse politico verso l’adozione dell’euro nonostante soddisfi gran parte dei criteri economici, mentre la Repubblica Ceca continua a mantenere un atteggiamento prudente e non ha fissato un calendario per l’adesione.
A vent’anni dall’allargamento a est dell’Unione europea, l’Eurozona non si sta più espandendo in modo costante e prevedibile come molti responsabili politici avevano immaginato. Al contrario, l’ultima valutazione della BCE indica un prolungato periodo di integrazione differenziata, nel quale diversi Stati membri dell’UE sono destinati a rimanere al di fuori della moneta unica ancora per molti anni.
Articolo pubblicato su Money.it edizione internazionale. Titolo originale: ECB Warns Euro Adoption Remains Distant for Most EU Candidates