Lo spettro di una crescita del PIL appena da zero virgola è tornato ad aleggiare sull’Italia: una prospettiva che al momento non viene considerata neanche tanto negativa, visto che nel terzo trimestre del 2024 il prodotto interno lordo del Paese ha riportato un ritmo di espansione pari a zero, rimanendo praticamente immobile.
Di questa prospettiva si parla tuttavia da parecchio, visto che le previsioni che sfornano diversi economisti e molte delle istituzioni finanziarie tra le più importanti del mondo cozzano non poco con lo slogan dell’Italia che cresce più di tutti in Europa che il governo Meloni ha sventolato più volte e che tuttora continua a sventolare.
La verità è che gli stessi numeri raccontano una realtà decisamente diversa e che ormai si parla addirittura di una bolla di crescita dell’Italia che è scoppiata.
Dall’alert Istat “Italia tra i peggiori dell’UE” ai downgrade ripetuti sul PIL
L’ottimismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, di fatto, è rimasto incrollabile, anche a fronte di vari segnali di allarme arrivati da più parti, in primis dall’Istat che, appena qualche settimana fa, ha letteralmente ribaltato la narrativa di un’economia da prima della classe in UE, presentando una verità diametralmente opposta: quella di una Italia, piuttosto, tra i Paesi peggiori del blocco.
E così qualcuno, attingendo all’ultima carrellata di dati macro, parla perfino di una bolla ormai scoppiata e di un outlook di crescita alquanto fragile.
Motivi per brindare al miracolo italiano, di fatto, non ce ne sono e a rimarcarlo sono, oltre alla comunità degli economisti, i dati macro sfornati dal fronte macroeconomico del Paese.
Tra l’altro, la stessa Istat ha rincarato la dose della sfiducia quando, pochi giorni fa, ha annunciato di aver dimezzato addirittura le stime di crescita in precedenza elaborate per il 2024, sforbiciandole in modo drammatico dal +1% (lo stesso su cui punta il governo Meloni) previsto un precedenza a un ritmo di espansione pari ad appena +0,5%.
Non solo: altre previsioni alquanto desolanti sono arrivate dall’OCSE, che ha rivisto al ribasso le proiezioni per quest’anno e anche per il prossimo.
Il governo Meloni ha preso un abbaglio?
L’impressione, di conseguenza, è che il governo Meloni abbia preso un abbaglio.
Il caso dell’Italia che ha smesso di crescere è stato affrontato tra gli altri da un articolo di Reuters, che ha ricordato come l’erosione del PIL stia riportando il Paese a quella solita e triste posizione della classifica delle economie più forti dell’Europa in termini di crescita del PIL: praticamente, in fondo alla classifica, posizione che l’Italia ha storicamente occupato insieme ad altri Paesi tra i deboli dell’Eurozona.
Certo, oggi c’è chi sta peggio, come la Germania, destinata a quanto pare a soffrire una recessione per il secondo anno consecutivo.
Il nodo rimane tuttavia il grande scarto tra la versione, se così si può dire, di Meloni sul PIL e quella presentata dal pubblico degli esperti.
Altro che miracolo italiano: diversi economisti avevano invitato fin da subito la premier Giorgia Meloni, a non cantare vittoria troppo presto. E ora, ancora di più, con una crescita dell’economia che è diventata ufficialmente stagnazione nel terzo trimestre del 2024, docenti di economia e analisti sono tornati a presentare un quadro dell’Italia piuttosto deprimente.
In evidenza il commento rilasciato a Reuters da Francesco Saraceno, professore di economia presso l’istituto Science Po di Parigi e presso l’Università LUISS di Roma, che ha motivato la crescita del PIL pari a zero facendo notare che “il modello di business dell’Italia, incentrato sulle piccole aziende, non è più un fattore che favorisce la crescita”, zavorrato da “investimenti pubblici insufficienti” ma non solo: “invece di abbracciare la transizione green e di guardarla come a un’opportunità di crescita”, quelle stesse aziende “la stanno combattendo”.
PIL gonfiato negli anni precedenti dal Superbonus? E che succederebbe senza PNRR?
Altri analisti hanno avvertito che le condizioni in cui versa l’Italia sono tra l’altro ancora più preoccupanti se si considera il fatto che il Paese ha registrato una crescita pari a zero nel terzo trimestre e che a quanto pare riporterà nel migliore dei casi una crescita da zero virgola nonostante quei miliardi di euro che sta ricevendo da Bruxelles grazie al Fondo di ripresa e di resilienza approvato dall’Unione europea, i cui aiuti più ricchi sono stati destinati proprio alla sua economia. L’attuazione del PNRR, a quanto pare, non si sta confermando volano di crescita.
Saraceno ha poi menzionato il Superbonus, sottolineando che è stato questo il fattore che ha contribuito alla crescita del PIL italiano nel biennio 2021-2022. E non poteva non esserci un riferimento alla spina conficcata da decenni, ormai, nel fianco dell’Italia: il debito pubblico, il secondo più alto in Eurozona in rapporto al PIL dopo quello della Grecia che, anche secondo le proiezioni decisamente meno fosche del governo Meloni, è atteso comunque salire al 138% del PIL nel 2026 rispetto al 135% dello scorso anno.
Un altro attenti è stato così lanciato nei confronti del rischio a quanto pare costante di un debito-PIL che finisca per confermarsi ancora più elevato: scenario che potrebbe concretizzarsi nel caso in cui la crescita del PIL dell’Italia finisse per essere decisamente inferiore al target pari a +1,2% messo nel mirino dal governo Meloni per il 2025 (già accolto con grande scetticismo dalla comunità degli esperti).
L’impietoso paragone con la Spagna, il cui PIL cresce di più anche grazie ai migranti
Una debolezza, quella dell’Italia, a dispetto dei proclami di Meloni, che contrasta tra l’altro in modo netto con le condizioni di salute in cui versa un altro Paese della cosiddetta periferia dell’area euro: la Spagna.
Proprio l’esempio spagnolo è più che sufficiente a smontare la tesi del PIL dell’Italia che, secondo il governo Meloni, marcerebbe in modo spedito.
Basta ricordare infatti, come fa l’articolo della Reuters che, nel corso dell’ultimo anno, il PIL della Spagna è cresciuto su base trimestrale a ritmi compresi tra lo 0,7% e lo 0,9%, a fronte di una “crescita”, se così si può definire, del prodotto interno lordo dell’Italia, che ha oscillato sempre su base trimestrale tra lo zero e lo 0,3%.
Questo gap significativo è stato messo in evidenza da Angel Talavera, responsabile della divisione di ricerca sull’Europa di Oxford Economics, che ha spiegato il successo di Madrid elencando alcuni motivi che farebbero probabilmente accapponare la pelle al governo Meloni e a quegli elettori italiani,che hanno sempre visto nei migranti una minaccia e non una opportunità di crescita.
Talavera ha motivato la solidità del ritmo di crescita del PIL spagnolo proprio con l’abilità mostrata dal governo di Madrid nel riuscire ad attrarre i migranti, favorendo la loro integrazione nel tessuto produttivo del Paese.
E’ stato questo, secondo l’economista, uno dei fattori chiave che hanno consentito all’economia iberica di rafforzarsi, insieme agli altri due, rappresentati dal boom del turismo e dalla solidità dei consumi.
Opposto il caso dell’Italia, che Reuters ha ricordato avere a disposizione un numero decisamente inferiore di migranti, tra l’altro impiegati raramente in lavori che necessitano di personale qualificato o semi qualificato e reclutati, piuttosto, per andare a peggiorare l’altra spina storica dell’economia del Paese: quella del mercato del lavoro nero.
“Si tratta di tipi di economie piuttosto diverse”, ha spiegato ancora Talavera, dal momento che “la Spagna dipende in modo significativo dai servizi e dal turismo, mentre l’Italia dispone di un settore manifatturiero rilevante, che sta diventando sempre meno competitivo e che sta agendo da freno all’espansione ”.
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Modernizzazione più in Spagna che in Italia. E attenzione al fattore istruzione
Inoltre, altro punto a favore dell’economia iberica: “L’impressione è che negli ultimi 20 anni la Spagna abbia fatto un lavoro migliore nel modernizzare le proprie infrastrutture e i servizi pubblici” rispetto a quello fatto dall’Italia.
Non è finita qui, visto che l’articolo di Reuters ha individuato un’altra pecca tutta italiana nell’espressione “It’s Education, Stupid”: praticamente, oltre a ricordare i nodi rappresentati da “una burocrazia opprimente, da banche avverse al rischio, così come da un mercato azionario poco sviluppato e da un sistema giudiziario inefficiente”, non è mancato il riferimento alla grande lacuna che è stata segnalata da alcuni economisti, che sono stati citati: per la precisione, da Roberto Perotti, professore di economia all’Università Bocconi di Milano, Lorenzo Bini Smaghi, economista ex esponente del Consiglio direttivo della BCE, Andrea Roventini, professore di economia presso l’Università Sant’Anna di Pisa e Saraceno, docente presso la Science Po di Parigi: tutti si sono trovati d’accordo nel segnalare la necessità che l’Italia investa soprattutto nell’istruzione e nella ricerca.
Indicata anche la ricetta di Lorenzo Codogno, responsabile di LC Macro Advisors ed ex capo economista del Tesoro, che ha identificato invece la priorità in una ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro.
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