Perché l’Italia accusa Amazon di evasione fiscale per €1,2 miliardi?

Giacomo Astaldi

13 Marzo 2026 - 12:58

La Procura di Milano accusa Amazon di evasione Iva per circa 1,2 miliardi. Al centro dell’inchiesta il ruolo dell’algoritmo del marketplace e la responsabilità fiscale delle Big Tech in Europa.

Perché l’Italia accusa Amazon di evasione fiscale per €1,2 miliardi?

La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per la società Amazon EU Sarl e per quattro dirigenti del gruppo, accusati di dichiarazione infedele e presunta evasione dell’Iva per circa 1,2 miliardi di euro tra il 2019 e il 2021. Il fascicolo, coordinato dal pubblico ministero Elio Ramondini e sviluppato dalla Guardia di Finanza di Monza, riguarda il funzionamento del marketplace della multinazionale e il ruolo svolto dall’algoritmo che governa la gestione delle vendite sulla piattaforma.

La decisione finale spetterà ora al giudice per l’udienza preliminare, chiamato a stabilire se vi siano elementi sufficienti per avviare il processo. Un passaggio delicato, perché il caso rappresenta uno dei più rilevanti contenziosi fiscali tra lo Stato italiano e una grande piattaforma tecnologica globale.

Secondo l’accusa, il sistema informatico che regola il marketplace di Amazon non sarebbe stato adeguato alle normative fiscali europee. Questo avrebbe consentito a numerosi venditori, in particolare extra-europei, di commercializzare beni senza rispettare pienamente gli obblighi fiscali, con effetti diretti sul gettito dell’Iva in Italia.

Italia vs. Amazon: i motivi dietro l’indagine

Il cuore dell’indagine riguarda la presunta evasione fiscale, come anche la responsabilità tecnologica delle piattaforme digitali. Gli inquirenti sostengono che Amazon avrebbe utilizzato per anni un algoritmo di gestione delle vendite “indifferente” agli obblighi fiscali e doganali dell’Unione Europea. In altre parole, il sistema non avrebbe impedito o segnalato comportamenti irregolari da parte dei venditori attivi sulla piattaforma.

Il marketplace di Amazon funziona come un grande intermediario digitale che mette in contatto milioni di venditori e consumatori. Tuttavia, secondo la normativa italiana, gli intermediari possono essere ritenuti corresponsabili per l’Iva non versata da venditori extra-UE che utilizzano la piattaforma per vendere beni nel territorio europeo. Proprio su questo punto si fonda l’impianto accusatorio: la società, secondo la Procura, avrebbe dovuto adottare strumenti più efficaci per assicurare la conformità fiscale delle operazioni.

La questione ha una portata enorme e apre un tema ben più ampio. Fino a che punto una piattaforma digitale è responsabile delle attività che avvengono al suo interno? Nel caso Amazon, l’accusa ritiene che l’architettura algoritmica abbia contribuito a rendere opaca l’identità di alcuni venditori, facilitando così l’elusione dell’Iva.

Il periodo sotto indagine coincide con uno dei momenti di maggiore espansione dell’e-commerce in tutto il mondo. Tra il 2019 e il 2021, complice la pandemia e i lockdown, Amazon ha registrato una crescita straordinaria delle vendite e dell’attività sul marketplace. Un’espansione che ha amplificato il volume delle transazioni e, di conseguenza, il potenziale impatto fiscale delle operazioni effettuate tramite la piattaforma. Secondo gli inquirenti, proprio in questi anni si sarebbe accumulata la presunta evasione contestata, stimata in circa 1,2 miliardi di euro di Iva non versata.

L’accordo con il Fisco e la posizione di Amazon

Prima ancora della richiesta di processo, Amazon aveva già raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Entrate per chiudere un contenzioso fiscale relativo alle proprie attività in Italia. L’intesa prevede il pagamento di circa 510-527 milioni di euro, una cifra significativa ma inferiore alla somma contestata dalla Procura.

Nonostante l’accordo, i magistrati milanesi hanno deciso di proseguire con l’azione penale. Secondo l’accusa, infatti, resta da chiarire se l’utilizzo del sistema algoritmico sia stato il risultato di una scelta consapevole o di un errore tecnico nella gestione della piattaforma.

Amazon ha respinto le accuse, sostenendo di essere tra i maggiori contribuenti del Paese e di aver sempre collaborato con le autorità fiscali. L’azienda ritiene inoltre che l’interpretazione della Procura non tenga conto della complessità del sistema fiscale applicato ai marketplace globali.

Cosa succede ora?

Il caso milanese potrebbe avere conseguenze capaci di superare i confini italiani. Se il procedimento dovesse arrivare a processo e confermare l’impostazione accusatoria, si aprirebbe un precedente importante per la responsabilità fiscale delle piattaforme digitali in Europa.

Il tema è centrale per le istituzioni europee, da anni impegnate a ridefinire il quadro normativo per i giganti della tecnologia. Le autorità fiscali e regolatorie stanno, con non poca difficoltà, spostando l’attenzione dalle sedi legali delle multinazionali al luogo effettivo in cui vengono generati ricavi e valore economico.

E intanto l’algoritmo smette di essere un mero strumento tecnologico e diventa un elemento strutturale del modello economico delle piattaforme digitali. Tanto da spingere le autorità a dover comprendere se un algoritmo possa generare delle responsabilità fiscali, andando a definire una nuova frontiera del diritto nell’economia digitale.

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