L’India punta sull’economia green ma la realtà dice tutt’altro

Andrea Muratore

1 Ottobre 2023 - 07:11

La storia dell’India insegna che le rotte per la decarbonizzazione saranno lunghe e complicate. E che l’Occidente, sicuramente, non deve autoflagellarsi.

L’India punta sull’economia green ma la realtà dice tutt’altro

Dopo un G20 orientato all’economia, in cui il focus sullo sviluppo sostenibile ha portato l’India padrona di casa a mettere in secondo piano il tema della grande geopolitica globale, il Paese padrone di casa del summit di Nuova Delhi si scontra con i vincoli della sfida della transizione.

L’India ha annunciato ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione. Il Paese si è impegnato a raggiungere la neutralità climatica entro il 2070 e a ridurre le proprie emissioni di gas serra del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005. La “curva” del Paese governato da Narendra Modi sarà più lunga di quella dell’Occidente, che guarda al 2050. L’India è il secondo produttore di carbone al mondo. Il governo ha annunciato che intende ridurre la produzione di carbone del 50% entro il 2030.

Sostenibilità e trappola dello sviluppo

Gli investimenti diretti esteri nell’energia da combustibili non fossili lo scorso anno sono aumentati del 40% crescendo di 2 miliardi di dollari rispetto all’anno precedente, secondo i dati del governo. I fondi sovrani e i fondi pensione hanno versato miliardi di dollari in progetti di energia verde, divisi tra produttori tradizionali di energia dal carbone come Tata Power e gruppi rinnovabili di nuova generazione come ReNew e Avaada. Ciononostante, il Paese vive ancora grandi contraddizioni sistemiche.

In primo luogo, la “trappola dello sviluppo”. L’India, per legittimarsi di fronte ai grandi attori della Terra, ha messo in campo strategie ambiziose e che appaiono lungimiranti. Ciononostante, vive ancora una fase in cui convivono più fusi orari storici nella sua corsa allo sviluppo e, giocoforza, bisogni primari della società e della politica. Ancora oggi i deputati concorrono per la rielezione al Parlamento nazionale e locale “litigandosi” promesse per fornire elettricità a basso costo e in maniera efficace ai cittadini. E questo spesso disincentiva il puntare su nuove fonti verdi e vantaggiose.

Carbone e infrastrutture

Il secondo punto chiave è la difficilmente scalfibile primazia del carbone. Il 55% della generazione elettrica avviene attraverso l’uso del carbone, fatto che soprattutto negli Stati più poveri del Nord e del Centro si unisce al tema della povertà infrastrutturale che frena la diversificazione.

Terzo punto, la risposta del governo Modi a questa sfida infrastrutturale è un ampio programma di opere pubbliche che però, chiaramente, porta altre questioni a emergere: il consumo di suolo, l’uso intensivo del cemento, la distruzione degli ecosistemi. I settori indiano dell’acciaio e del cemento sono in rapida espansione mentre il governo investe denaro nelle infrastrutture, in vista delle elezioni del prossimo anno. Ma Nuova Delhi non dispone di una road map completa per ridurre le emissioni di anidride carbonica in questi settori, avvertono gli esperti di McKinsey in una ricerca in cui stimano in 2,5 trilioni di dollari le risorse che Nuova Delhi dovrà stanziare da qui al 2070 per raggiungere la neutralità climatica.

La geografia è tiranna

Infine, c’è un nodo di difformità geografica. Come scrive il Financial Times “la costruzione di infrastrutture rinnovabili si è finora concentrata prevalentemente negli stati meridionali e occidentali dell’India, come il Gujarat, una regione desertica che beneficia sia di una maggiore radiazione solare che di ampi terreni sterili”. Ci sono poi nell’unione degli Stati federali quelli “produttori di carbone come Odisha, che sono già tra i meno sviluppati del paese, la prospettiva di un calo dell’uso di combustibili fossili rappresenta una minaccia esistenziale. Secondo Rohit Chandra, assistente professore presso l’Indian Institute of Technology di Delhi, specializzato in energia, nella cintura mineraria le royalties sul carbone rappresentano circa il 12% delle entrate statali e circa 25 milioni di mezzi di sussistenza dipendono dal settore”.

Il Paese da 1,4 miliardi di abitanti, secondo molte stime già sopra la Cina come Stato più popoloso del pianeta, vivrà dunque una lunga corsa sulla transizione green e ha ancora molto da imparare. La storia dell’India insegna che le rotte per la decarbonizzazione saranno lunghe e complicate. E che l’Occidente, sicuramente, non deve autoflagellarsi. Il modello europeo e nordamericano ha mille limiti. Ma nessuna delle contraddizioni verso lo sviluppo sostenibile che colpiscono Paesi come l’India e il resto dell’ex Terzo Mondo, ad oggi, gli pertiene.