L’India è finita sotto i riflettori dei grandi marchi del lusso. Date le sue enormi dimensioni, sia in termini geografici che soprattutto demografici, e la sua costante crescita economica, Delhi diventerà il prossimo El Dorado dei luxury brand?
Questa è una domanda che iniziano a farsi in molti, anche alla luce del rallentamento della domanda di beni simili in Cina, fino a pochi anni fa protagonista indiscussa del settore. Adesso numerosi marchi internazionali stanno cercando nuove aree di crescita e l’India potrebbe avere tutte le carte in regola per diventare un candidato naturale.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, prima della pandemia di Covid-19 Pechino rappresentava circa il 25% della domanda globale di lusso, ma il raffreddamento dell’economia cinese e il cambiamento delle preferenze dei consumatori hanno ridotto le prospettive di espansione nel breve periodo.
In questo contesto, l’India riesce ad attirare l’attenzione grazie a una nuova generazione di consumatori con redditi elevati e una mentalità globale, interessata non solo ai marchi, ma a uno stile di vita internazionale.
È su questo presupposto che brand come La Martina, Louis Vuitton e numerosi gruppi della cosmetica e della moda stanno rafforzando la loro presenza nel Paese, puntando su un mercato ancora giovane ma in rapida evoluzione.
La scommessa indiana dei luxury brand
Certo, nonostante le indubbie potenzialità sviluppare il lusso in India resta complesso. Il mercato vale oggi circa 12 miliardi di dollari, collocandosi tra i cinque a più rapida crescita al mondo, ma rimane lontano dalle dimensioni della Cina, che nel 2025 ha generato vendite per 40–45 miliardi.
Le difficoltà strutturali sono inoltre evidenti: carenza di centri commerciali di fascia alta, costi immobiliari elevati, burocrazia e soprattutto dazi che superano spesso il 20%, ai quali si aggiungono imposte interne che possono arrivare fino al 40%. Non a caso, molti consumatori facoltosi continuano a preferire lo shopping a Dubai, Singapore o in Europa.
Anche i numeri mostrano una realtà ancora fragile: Louis Vuitton, che supera i 20 miliardi di euro di fatturato annuo globale, conta solo tre boutique in India contro decine in Cina, mentre la divisione dei marchi esteri di Reliance Retail ha registrato una perdita di circa 30 milioni di dollari nell’ultimo esercizio disponibile.
Il nodo centrale resta la dimensione della base di consumatori. Il pil pro capite indiano si aggira infatti intorno ai 3.000 dollari, contro i circa 13.800 dollari della Cina, un divario che rende difficile immaginare, nel breve periodo, un sorpasso in termini di volumi.
Le potenzialità di Delhi
Gli analisti sottolineano che anche una crescita del 4-5% del mercato del lusso cinese genererebbe più ricavi aggiuntivi dell’intero mercato indiano. Per questo molte aziende puntano su strategie graduali, introducendo prodotti più accessibili e collezioni a prezzo ridotto del 50-70% rispetto alle linee iconiche, per intercettare una clientela aspirazionale.
L’India, insomma, non è ancora il nuovo motore globale del lusso, ma per i grandi marchi rappresenta una scommessa strategica di lungo periodo: entrare ora significa costruire posizionamento e fedeltà in un mercato che, pur con tempi più lunghi, potrebbe rivelarsi decisivo nel prossimo decennio.
Le ultime stime del governo indiano restano intanto incoraggianti. L’economia di Delhi dovrebbe crescere del 7,4% nell’anno fiscale che si concluderà a marzo 2026. Il Fondo monetario internazionale ha ipotizzato che il pil reale del gigante asiatico possa crescere del 6,6% nell’anno fiscale 2026, prima di moderarsi intorno al 6,2% nel 2027, al netto di un rinvio prolungato dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti. I brand di lusso prendono nota e monitorano con attenzione...